Dumping e anti-dumping: luci e ombre del libero scambio

All’interno del dibattito che verte sulla convenienza del libero scambio, di cui abbiamo già parliamo nell’articolo sulle Free trade areas (aree di libero scambio), si fa riferimento a diversi strumenti di politica economica per la tutela dalla concorrenza sleale nel commercio internazionale. Nello specifico, analizzando la competizione sui prezzi a livello internazionale, nella teoria si parla di misure di anti-dumping.

Nel commercio internazionale con il termine “dumping” ci si riferisce alle discriminazioni di prezzo che vengono praticate da produttori esteri, che esportano beni e servizi a prezzi minori di quelli vigenti per quei beni e quei servizi in un determinato Paese. Nella teoria si distinguono tre tipi di dumping:

  • sporadico
  • predatorio
  • persistente

I primi due a differenza dell’ultimo hanno carattere temporaneo. Il primo, come suggerisce il nome, viene praticato solo in casi particolari ad esempio quando, per errori di previsione o di pianificazione, un produttore si trovi ad avere una parte della produzione invenduta. In questo caso il produttore può rivolgere tale eccedenza all’estero, praticando prezzi minori, in modo tale da evitare sconvolgimenti sui prezzi nel mercato interno. Per questo il dumping sporadico è assimilabile al concetto di svendita o vendita sottocosto. Il dumping predatorio, sebbene temporaneo, si dissocia nettamente dalla tipologia precedente, infatti tale discriminazione di prezzo viene effettuata per impadronirsi del mercato estero e dunque diventare monopolista sul mercato estero. Una volta eliminata la concorrenza del Paese che subisce tale strategia, i prezzi possono cominciare a risalire fino a garantire profitti da monopolista al produttore estero.
A differenza di questi due, intuitivamente, il dumping persistente non ha natura temporanea. Infatti il dumping persistente è quello praticato da un produttore che possiede un certo grado di potere monopolistico anche sul mercato estero, tale caratteristica riflette la sua natura di lungo periodo.

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L’ipotesi di base è che i mercati siano separati e dunque sia impossibile fare arbitraggio, ossia, dato che non tutti hanno la possibilità di accedere a entrambi i mercati, non è possibile sfruttare le differenze di prezzo per fare profitti. Di conseguenza i consumatori non hanno la possibilità di acquistare il bene sul mercato dove è praticato a un prezzo minore e poi rivenderlo sul mercato dove il prezzo è maggiore. Se si pensa al commercio internazionale quest’ipotesi è plausibile, data la presenza di barriere come i costi di trasporto, le asimmetrie informative, i dazi ecc.
Dunque il produttore che si trova a fronteggiare due mercati separati, praticherà un prezzo minore, lì dove la domanda è più elastica (a piccole variazioni dei prezzi corrispondono grandi variazioni delle quantità domandate) – tipicamente l’estero, data la presenza di altre imprese che offrono lo stesso bene – e un prezzo maggiore dove la domanda è meno elastica – il mercato interno, dove si gode di maggiore potere di monopolio.

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Che il dumping sporadico e quello predatorio siano dannosi per il Paese che li subiscono è evidente, infatti il primo destabilizza il mercato interno, mentre il secondo punta ad eliminare l’offerta interna. Il dumping persistente, invece, ha effetti ambigui: da una parte i minori prezzi vanno a favore dei consumatori, dall’altra le imprese che offrono le stesse tipologie di beni del produttore estero ovviamente subiscono un danno, e in definitiva potrebbero ridurre l’occupazione per far fronte ad un crollo della produzione (sostituita dai beni esteri).

Nella pratica distinguere tra queste tre tipologie di dumping risulta complicato, dunque un Paese che si ritiene colpito da dumping può ricorrere a contromisure. Un impresa nazionale che si ritiene danneggiata dalla concorrenza estera tramite azioni di dumping, può tentare di ottenere l’applicazione di un provvedimento antidumping. Tale provvedimento si esplica tramite l’imposizione di un dazio antidumping, ossia di un dazio all’importazione che deve essere pari alla differenza tra i prezzi interni e quelli esteri applicati dai produttori che implementano azioni di dumping. Ad esempio se il produttore X, vende i suoi beni a 10€ al pezzo nel paese A – in cui produce – e a 6€ nel paese B, le imprese del paese B che ritengono di essere danneggiate da questa differenza, possono richiedere l’imposizione di un dazio pari a 4€ su ogni bene importato dal produttore X.

La procedura per cui tale dazio venga imposto però richiede alcuni passaggi e si differenzia a seconda della legislazione vigente. In generale però si può tracciare una linea comune che si articola in diverse fasi:

  • l’impresa  (o le imprese) danneggiata presenta denuncia contro l’impresa estera (o le imprese estere). L’istanza di intervento è presentata alla relativa Autorità titolare delle politiche antidumping (Internal Trade Commision e Dipartimento del Commercio per gli Stati Uniti, Commisione Europea per l’Unione Europea – dato che i rapporti commerciali con l’estero sono gestiti a livello centrale), tale procedura implica dei costi iniziali per spese legali e amministrative.
  • In un primo momento l’Autorità emette un giudizio preliminare, che può essere interlocutorio o negativo. Se negativo la pratica viene ciusa, altrimenti prosegue
  • A seconda degli esiti delle indagine dell’Autorità preposta, l’impresa dannegiata può decidere se proseguire la sua azione o se ritirare la denuncia. Qualora volesse proseguire dovrebbe sostenere ulteriori costi legali.
  • L’Autorita titolare delle politiche antidumping emette la sentenza, che ovviamente può essere negativa o positiva. In quest’ultimo caso si procederà all’imposizione di un dazio.

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In genere questa misura però non ha gli effetti sperati. Infatti, come ci suggerisce l’esperienza empirica, spesso prima della conclusione del procedimento le parti in causa si accordano tra loro – l’accordo in genere riguarda la restrizione della quantità offerte o un aumento dei prezzi praticati – senza la necessità di ottenere l’approvazione del rispettivo governo.
Infatti sebbene i costi iniziali per sporgere denuncia siano ben maggiori dei costi da sostenere per continuare la pratica, negli Stati Uniti fra il 1980 e il 2005 dei 1132 procedimenti antidumping avviati, circa il 20% si sono risolti con il ritiro dell’istanza; nell’Unione Europea, per lo stesso periodo, sono stati ritirati più del 35% dei 631 procedimenti avviati. Q

uesto risultato però, più che convincerci della necessità e della convenienza del libero scambio, porta alla luce l’inefficienza delle misure di antidumping ed è forse da questo punto che si deve ripartire nel dibattito teorico per far fronte alla necessità di tutelare i sistemi produttivi nazionali dalle ingerenze esterne.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

Fondamenti di economia internazionale, Gandolfo e Belloc, 2009

Dumping e antidumping. Una guida per le imprese di fronte alle sfide della globalizzazione, Farah e Soprano, 2009

http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2017-07-26/l-ue-studia-dazi-iran-russia-ucraina-e-brasile-144330.shtml?uuid=AE4Tlr3B

 

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