Correa, l’Ecuador e l’economia (parte 2)

Continuiamo il nostro approfondimento sulle politiche attuate da Correa nei dieci anni della sua Presidenza. Nel primo articolo abbiamo evidenziato i trend dei principali indicatori socioeconomici, oggi analizzeremo le politiche monetarie, finanziarie e commerciali adottate dal Presidente.

Dollarizzazione

Le scelte di politica monetaria di Correa sono state dettate da un fattore decisivo: nel 2000 l’Ecuador abbandonò la propria moneta adottando il dollaro come valuta corrente (c.d. dollarizzazione). Questa azione, annunciata il 9 gennaio del nuovo millennio dall’allora Presidente Jamil Mahuad, scaturiva dalla grossa crisi economica in cui versava il Paese. Il Sucre, la vecchia valuta ecuadoregna, aveva perso il 67% del suo valore durante il 1999 e il Paese si trovò in una spirale di iperinflazione (il livello generale dei prezzi si attestava al 96.1% nel 2000). La decisione del Governo ecuadoregno fu ideata non solo per fermare l’iperinflazione, ma anche per impedire la fuga dei capitali dal Paese. La decisione portò degli effetti positivi poiché riuscì ad interrompere la spirale inflazionistica riportando il livello generale dei prezzi entro un range controllabile. Infatti, alla fine del 2006, poco prima dell’insediamento di Correa, il livello generale dei prezzi si attestava al 3.4%, percentuale decisamente inferiore a quella del 2000.

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Tasso di inflazione Ecuador 1971-2016

Tuttavia abbandonare la propria valuta comporta anche la perdita di strumenti di politica monetaria, in particolare la possibilità di stampare moneta aumentando la liquidità all’interno del Paese. Ciò può produrre degli svantaggi enormi in termini di commercio internazionale, poiché il Paese non ha la possibilità di apprezzare o deprezzare la propria valuta in modo da essere più o meno competitivo. In altre parole, se le politiche monetarie statunitensi portano il dollaro ad apprezzarsi, l’Ecuador sarà meno competitivo sul mercato poiché i beni da esportare saranno più costosi. C’è però da sottolineare come l’Ecuador meriti un discorso particolare su questo tema, considerando che il bene maggiormente esportato dal Paese è il petrolio. Questo è scambiato sul mercato internazionale in dollari e, in più, segue delle regole di mercato particolari. Dunque, su questo specifico bene, il controllo della politica monetaria non avrebbe influito come può influire sugli altri beni. All’interno di questo discorso sulla dollarizzazione bisogna anche considerare che la Banca Centrale perde il suo ruolo di “prestatore di ultima istanza. Tale funzione è fondamentale perchè in momenti di grande domanda di liquidità è la Banca Centrale l’unico soggetto economico ad essere in grado di soddisfare tale richiesta.

Nel settembre 2008 Correa è riuscito a vincere il Referendum sull’approvazione di una nuova Costituzione, avanzata dal suo partito, con il 64% dei voti a favore. In ambito finanziario, i maggiori cambiamenti riguardavano proprio il ruolo dell Banca Centrale: nel 1998 era stato deciso che questa fosse indipendente dal Governo, con il compito di assicurare la stabilità dei prezzi. Con la nuova Costituzione avanzata dal governo Correa si è previsto il reinserimento della Banca Centrale nelle file dell’esecutivo, abolendo di fatto la sua indipendenza. Allo stesso modo, nel 2009, il Presidente ha stabilito che il patrimonio liquido di tutte le banche ecuadoregne dovesse essere basato almeno per il 45% su attività domestiche, percentuale aumentata al 60% nell’agosto del 2012 e, attualmente, all’80%. Tale manovra è riuscita a far rientrare all’interno del Paese più di 1 miliardo di dollari. Anche per la stessa Banca Centrale è stata imposta una soluzione simile: ha dovuto rimpatriare circa due miliardi di riserve che deteneva all’estero tra il 2009 e il 2012. Oltre a ciò, Correa ha imposto una tassa sul trasferimento di capitali all’estero che tra il periodo 2012-15 è riuscita a far incassare un altro miliardo di dollari, divenendo una delle voci di finanziamento principali dell’aumento della spesa pubblica.

Debito Estero

Aspetto cruciale della Presidenza Correa è stato il trattamento del debito estero. A dicembre del 2008 il Presidente ha annunciato il suo rifiuto di ripagare il debito contratto con gli investitori che avevano acquisito bond ecuadoregni nel 2000. L’emissione di questi titoli di Stato era stata una delle manovre intraprese dall’allora governo ecuadoregno per far fronte alla crisi precedentemente descritta. I bond erano di due tipologie: una con scadenza a medio termine (2012) e un’altra, a più lungo termine, prevista nel 2030. Correa ha definito il debito relativo a tali emissioni, con un valore nominale pari a 3.2 miliardi di dollari, illegittimo perché pieno di irregolarità e contratto a discapito della popolazione. Dopo una prima proposta di ristrutturazione del debito ai creditori, in seguito alla risposta negativa, Correa ha deciso di dichiarare bancarotta. A differenza dell’Argentina, l’Ecuador rappresenta un caso molto particolare perché nelle casse dello Stato c’erano ben più degli interessi maturati che dovevano essere restituiti (grazie agli introiti derivanti dal petrolio, allora molto remunerativo); la decisione del rifiuto dunque è stata una scelta politica. Ricordiamo che tutto questo avveniva in un contesto di crisi economica globale.

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Nel maggio del 2009, dopo la dichiarazione di default, il governo ha annunciato la volontà di riacquistare gran parte del debito che non aveva voluto ripagare (anche questa strategia risulta un unicum nella storia). La proposta fatta ai creditori era quella di ricomprare i bond per un valore del 35% rispetto al valore iniziale a cui erano stati venduti. Nonostante il forte sconto a cui il governo era disposto a ricomprare i bond, il mercato ha accolto con favore tale manovra e l’Ecuador è riuscito a ricomprare circa il 91% del totale. A fine 2009 il debito ecuadoregno in percentuale al PIL si aggirava attorno al 16.4%, il valore più basso degli ultimi venti anni. Spostandoci ad anni più recenti, tale rapporto ha riniziato a crescere anche per via del forte aumento della spesa pubblica, analizzato nella prima parte, e del crollo del prezzo del petrolio. Nel 2016 il debito si è attestato al 36.9% del PIL (ricordiamo che l’Italia nello stesso hanno ha registrato una percentuale pari al 132.6%).

Rapporti con la Cina 

Nello stesso periodo in cui Correa rinnegava il debito, il Presidente ha allacciato forti rapporti con la Cina di Xi Jinping che nel frattempo era nel bel mezzo della “grande apertura” al mondo. Dal 2010 la Banca di Sviluppo e la Banca Export-Import (entrambe cinesi) hanno concesso ben undici prestiti all’Ecuador, totalizzando un finanziamento totale di circa 15.2 miliardi di dollari. Tali prestiti sono stati indirizzati ufficialmente a investimenti strutturali e, sopratutto, per progetti energetici. che effettivamente hanno portato un boom nell’estrazione di petrolio nei territori della foresta amazzonica. Anche in questo caso, il governo contava sugli introiti petroliferi come fonte per ripianare il debito. Tuttavia, mentre per l’estrazione grezza l’Ecuador spende 39 dollari al barile, nel 2016 il prezzo medio del barile è rimasto attorno ai 35 dollari, causando un’evidente perdita per le casse ecuadoregne e nella possibilità di ripianare il debito con le banche cinesi.

ecuador-cina

Nel 2015 è stato raggiunto un accordo per due nuove concessioni petrolifere nell’area meridionale della foresta amazzonica ecuadoregna rispettivamente con Andes Petroleum, una filiale della Compagnia Nazionale del Petrolio Cinese, e con SINOPEC, altro colosso petrolifero cinese. L’accordo tuttavia non si ferma solo ai prestiti: gli interessi cinesi nel Paese sudamericano riguardano anche il settore minerario, altro punto di forza ecuadoregno. Se il prezzo del petrolio non garantisce la possibilità di raggiungere quei profitti necessari, il governo di Correa ha deciso di puntare su quest’altro mercato. Anche in questo caso sono stati siglati diversi accordi per concessioni con compagnie statali cinesi.

Conclusioni

La Presidenza Correa ha avuto la capacità di invertire quel processo di impoverimento e polarizzazione che attanagliava il Paese. Inoltre ha avuto la forza ed il coraggio di adottare politiche di forte opposizione contro le principali istituzioni finanziarie a livello internazionale, in nome del popolo ecuadoregno. La sfida da affrontare per il neo Presidente Moreno è quella di riuscire a continuare questo processo di crescita sociale al netto delle forti difficoltà derivanti dal basso prezzo del petrolio. Tuttavia bisogna continuare a monitorare l’entità del rapporto con la Cina che attualmente sembra avere un ruolo molto più oneroso rispetto a quello ricoperto da un semplice alleato strategico. In conclusione l’Ecuador è riuscito a spezzare i normali meccanismi di assoggettamento economico con l’occidente, inviaschiandosi però in un rapporto di dipendenza molto spinoso con la potenza cinese.

Fonti e Approfondimenti:

http://www.coha.org/examining-the-effects-of-dollarization-on-ecuador/#_ftn8

http://cepr.net/images/stories/reports/ecuador-2017-02.pdf

http://www.economist.com/node/13854456

https://www.chinadialogue.net/article/show/single/en/9651-Amazon-threatened-by-China-Ecuador-loans-for-oil

https://www.emta.org/uploadedFiles/New_Developments/Documents/ND_Int_Fin_Arch/Newsletter_042009.pdf?n=9532

https://tradingeconomics.com/ecuador/government-debt-to-gdp

 

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