Agenda 2063: un’Africa senza confini

Le promesse che possono diventare realtà: frontiere aperte e passaporto africano per tutti. I buoni propositi per il nuovo anno in Africa sono riassunti nell’Agenda 2063, già programmata nel 2015-2016 dai leader dell’Unione Africana.

Che cos’è l’Agenda 2063?

È un quadro strategico per la trasformazione socio-economica del continente africano nei prossimi 50 anni. L’Agenda si basa su iniziative presenti e passate, come il NEPAD (partenariato sviluppo Africa) e i trattati nigeriani di Lagos e Abuja dell’ECOWAS e dell’AEC, e sui fondamenti dell’Unione Africana, che hanno fornito le aspirazioni generali per “un ‘Africa integrata, prospera e pacifica, guidata dai suoi stessi cittadini e che rappresenta una forza dinamica nell’arena internazionale”

Le sette aspirazioni, ricavate attraverso un processo consultivo con il “cittadino africano”, sono:

  •  Un’Africa prospera, basata su crescita inclusiva e sviluppo sostenibile
  • Un continente integrato, politicamente unito, basato sugli ideali del panafricanismo e sulla visione del Rinascimento africano
  • Un’Africa di buon governo, democrazia, rispetto dei diritti umani, giustizia e stato di diritto
  • Un’Africa pacifica e sicura
  • Un’Africa con una forte identità culturale, patrimonio comune, valori ed etica
  • Un’Africa il cui sviluppo è guidato dalle persone, che si basa sul potenziale offerto dalle persone, in particolare le donne e i giovani, e la cura dei bambini
  • Un’Africa come attore e partner globale forte, unito, resiliente e influente

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Il cittadino africano è dunque il target dell’Agenda che in cinquant’anni si è ripromessa di cambiare totalmente l’Africa attuale, superando la frammentazione radicale del Continente. Il passaggio da frammentazione a integrazione verrà risolto, secondo l’Agenda, con la creazione del Cittadino Africano tramite uno dei progetti che forse rappresenta al meglio il quadro strategico, ovvero l’apertura delle frontiere tra i 55 Stati e l’introduzione di un Passaporto dell’Unione Africana (AU). Con l’Agenda 2063 si è promesso impegno per favorire la libera circolazione dei cittadini africani nel continente, abolendo tutti i requisiti e i visti per i viaggi all’interno dell’Africa entro il 2018, e introducendo un passaporto africano entro il 2025.

Apertura delle frontiere e libertà di circolazione

Entrati ormai nel 2018, le analisi riportate dal Rapporto sull’apertura delle frontiere del 2017 da parte dell’African Development Bank e della AU, sottolineano che i progressi nella creazione di un’Africa senza visti sono stati modesti. Il rapporto esamina l’accessibilità dei 55 paesi africani ai visitatori di ciascuno degli altri stati, analizzando i requisiti che ogni paese africano impone ai visitatori di altri paesi del continente in termini di un modello a tre fasi: quanti cittadini sono tenuti ad ottenere i visti prima del viaggio, quanti cittadini sono in grado di ottenere visti all’arrivo e quanti cittadini possono entrare nel paese senza alcun visto.

Ciascuno dei 55 Paesi adotta diverse politiche di visto per ciascuno degli altri 54; di questi, poco più della metà (54%) richiede visti prima della partenza. Ciò suggerisce che, a conti fatti, i confini dell’Africa restano chiusi. Solo un Paese, le Seychelles, era veramente “esente da visti”: concedeva ai cittadini di ogni altro paese africano l’ingresso senza visto e non richiedeva che ne ottenessero uno all’entrata.

Dai dati analizzati, si evince che esistono grandi differenze regionali nell’atteggiamento verso l’integrazione e il libero movimento dei cittadini. Il sostegno alla libertà di movimento è più alto tra i Paesi dell Africa Occidentale e Orientale, mentre scende tra i Paesi del Nord e Sud dell’Africa, come sottolinea il grafico.

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I più grandi progressi nell’apertura delle frontiere sono stati fatti tra gli stati insulari e l’Africa orientale e occidentale. Ruanda e Ghana si distinguono come Paesi che hanno fatto progressi particolari. Il Ghana ha introdotto un nuovo regime nel 2016 estendendo l’accesso ai visti, o all’arrivo senza visto, ai cittadini di tutti i paesi dell’UA. Il Ruanda ha aperto i suoi confini ai viaggiatori africani dal 2013, accogliendo tutti i visitatori dell’UA con visti all’arrivo, e ha recentemente annunciato che questo procedimento sarà esteso a tutti i paesi all’inizio del 2018.

Più recentemente, il Kenya ha seguito l’esempio nell’aprire i suoi confini. Alla fine di novembre 2017, il neo-presidente Uhuru Kenyatta ha annunciato che i cittadini di tutti i paesi africani sarebbero stati in grado di ottenere un visto all’arrivo. Ma i confini aperti sono lontani dalla norma in Africa. Le parti settentrionali, centrali e meridionali dell’Africa, così come i suoi paesi più ricchi, hanno intrapreso azioni meno ambiziose sull’apertura. Una possibile spiegazione di questa tendenza è rappresentata dagli elevati livelli di disoccupazione strutturale e di disparità di reddito interna in molti di questi paesi, in particolare nell’Africa australe. La povertà rimane una delle maggiori sfide per il Botswana, la Namibia e il Sud Africa nonostante il successo macroeconomico di questi Paesi.

Un discorso diverso va fatto per l’apertura totale di Paul Kagame e il Ruanda. Il consenso dato dal Ruanda trova una spiegazione sul problema demografico interno. Il Paese conta 11,3 milioni di abitanti con una densità di 445 persone per chilometro quadrato. La mancanza di spazi e di terre coltivabili è evidente e potrebbe portare nel futuro a seri problemi sia economici che sociali. Fino ad ora il Ruanda ha tentato di risolvere il problema della sovrappopolazione con campagne di sensibilizzazione per ridurre il numero di figli. Pur non dichiarandolo, il Ruanda guarda alle terre vuote e incolte dell’est del Congo, considerandole naturale espansione territoriale come nel passato precoloniale. Il passaporto unico africano renderebbe più facile per i ruandesi emigrare in altri paesi in cerca di lavoro e diminuire cosi la pressione demografica evitando future pericolose tensioni sociali.

Passaporto Unione Africana (AU)

Lanciato in occasione di un vertice dell’UA a Kigali nel luglio 2016, il Passaporto AU è in circolazione molto limitata. È attualmente disponibile per il personale dell’UA, i leader nazionali e alcuni funzionari selezionati degli stati membri. I primi sono stati presentati dal presidente del Ciad Idriss Déby e al conduttore del summit, il presidente ruandese Paul Kagame. In teoria, un passaporto continentale dovrebbe rendere superflui i visti e implicare frontiere aperte per tutti. Il racconto ufficiale è che sarà messo a disposizione dei cittadini ordinari entro la metà del prossimo decennio. C’è, tuttavia, poca chiarezza su come questo sarà attuato.

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Idriss Deby e Paul Kagame mostrano i Passaporti AU

Un passaporto dell’UA solleverebbe una serie di questioni che vanno al di là della semplice libertà di movimento e al centro degli ideali a lungo termine dell’integrazione africana. I passaporti non servono solo come documenti di viaggio, ma anche come significanti della cittadinanza. Questo sarebbe il caso di un passaporto dell’AU? In tal caso, quali diritti e doveri conferirebbero ai suoi titolari? Significherebbe non solo il diritto di viaggiare, ma il diritto di insediamento? E se effettivamente denota un tale ampliamento dei diritti, può essere giustificatamente negato alla popolazione più ampia mentre viene reso disponibile a un piccolo gruppo di élite? Viceversa, i paesi africani che temono di non essere in grado di gestire una maggiore migrazione sono riluttanti a riconoscere una nascente cittadinanza dell’UA?

A ciò si aggiunge la spinosa questione degli apolidi e dei rifugiati: quelli che sono chiaramente del continente, ma non hanno una relazione stabile con alcun Paese. Questo comprometterebbe le loro richieste di cittadinanza dell’UA? Ciascuno di questi problemi si presenterà inevitabilmente quando il passaporto diventerà più comune. Dovranno essere elaborate risposte solide e soddisfacenti che al momento non esistono. Un continente di libera circolazione, un passaporto dell’UA e la possibilità di diritti di cittadinanza panafricana sono aspirazioni seducenti, ma al momento rimangono per gran parte del continente nel regno dei desideri. Con alcune eccezioni, la retorica su questi temi supera di gran lunga la realtà. Nell’immediato futuro non vi sono molte prospettive di un’Africa senza visti o di un passaporto comune di uso generale.

Questi obiettivi saranno raggiunti se verranno intraprese serie azioni di sviluppo dapprima a livello regionale, per cercare di facilitare i collegamenti tra i vicini in modo da incoraggiare il commercio e la libera circolazione, e poi per l’integrazione continentale, con il lancio del passaporto africano che deve essere pianificato meticolosamente per indicare un nuovo capitolo dell’integrazione africana. 

 

Fonti e Approfondimenti:

file:///C:/Users/User/Downloads/saia_spb_129_corrigan_2015.pdf

https://au.int/agenda2063/about

East and West Africans are in favor of open borders, but the rest of Africa isn’t

http://www.un.org/en/africa/osaa/pdf/au/agenda2063.pdf

https://www.africaportal.org/features/africa-open-borders-possibility-or-pipe-dream/

http://www.africanews.com/2017/07/17/the-african-passport-is-a-year-old-has-the-vibe-died-since-the-kigali-launch/

http://www.un.org/africarenewal/magazine/august-2016/pan-africa-passport-open-borders

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