Midterm Elections: come complicare la vita ad un presidente

Il prossimo 6 Novembre 2018 negli Stati Uniti sarà election day. Nella fattispecie: nel giorno stabilito si svolgeranno le elezioni di metà mandato, tornata elettorale che appunto arriva in concomitanza della metà dell’attuale mandato presidenziale. Le midterm elections saranno perciò un importante banco di prova per l’amministrazione Trump, il quale vedrà  giudicato il lavoro da lui svolto in questo prima parte di governo. Il clima fra i Repubblicani non è sicuramente fra i migliori viste le recenti uscite pubbliche del Presidente. La controversa questione del Russiagate, con l’indagine portata avanti dal procuratore Robert Muller, il progressivo allontanamento dai quadri internazionali degli Stati Uniti (ultimi casi, i vertici internazionali come quello della NATO, o l’ultimo G7), e l’ultimo incontro diplomatico avvenuto in questi giorni ad Helsinki fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin,  minano alla base la stabilità dell’agenda legislativa presidenziale e, soprattutto, la sua già discussa figura. 

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La partita

La posta in gioco è molto alta per entrambe le fazioni. L’intera Camera sarà rinnovata, così come un terzo del Senato, senza dimenticare anche l’elezione di 36 governatori. Si voterà quasi ovunque con il sistema maggioritario. Per i Repubblicani, è in gioco il controllo del Congresso e la possibilità di portare a compimento i propri programmi legislativi in maniera relativamente più tranquilla, mentre per i Democratici la partita si concentra proprio nella conquista del Congresso per avere la possibilità di ostacolare i suddetti programmi legislativi, e soprattutto avere la possibilità di poter lanciare indagini nei confronti di Trump e i suoi associati.

Il mantenimento del controllo di entrambe le camere nelle mani del GOP, permetterebbe ad esso di avere la possibilità di introdurre dei cambiamenti radicali che potrebbero avere un grande impatto sugli Usa nei prossimi decenni. Infatti, se finora l’agenda repubblicana si è concentrata sul taglio delle tasse in favore (o così almeno dovrebbe essere) delle imprese o sulle politiche economiche di stampo protezionistico, in futuro i progetti dei repubblicani potrebbero orientarsi verso posizioni ancor più conservative, come la già tentata e fallita abolizione dell’Obamacare. Inoltre guadagnerebbero un’ottima posizione per poter cementare le mappe distrettuali per il prossimo decennio e l’ulteriore possibilità di far pendere sempre più dalla loro parte la Corte Suprema.

I numeri

In questo momento, i seggi di vantaggio alla Camera sono 25, mentre è solo di 1 il vantaggio al Senato dopo l’inaspettata vittoria del democratico Doug Jones in Alabama. Al Senato il GOP dovrà difendere 8 seggi: Arizona, Mississippi, Nebraska, Nevada, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming. I democratici ben 24, fra i quali spiccano la California, la Florida, la Virginia e il West Virginia (dove Trump fa registrare il tasso di più alto gradimento). Gli ultimi due seggi sono invece occupati da Angus King (Maine) e il più famoso Bernie Sanders (Vermont), entrambi indipendenti ma affiliati al Partito Democratico.

Di questi 24 stati rappresentati al Senato dai democratici, ben 10 sono stati vinti da Trump alle ultime presidenziali, mentre solo uno degli 8 stati rappresentati dai repubblicani è stato vinto da Hillary Clinton nel 2016. I sondaggi per quest’ala del Congresso non risultano favorevolissimi ai Dem, i quali per tentare di ottenere la maggioranza, non solo dovrebbero confermare gli stati che già controllano, ma dovrebbero anche strappare due stati dalle mani repubblicane. Alla Camera invece la situazione è differente, con la maggioranza repubblicana che conta 238 seggi contro i 193 della minoranza democratica. Ai democratici servono quindi 26 distretti federali per ribaltare la situazione. Su 49 deputati che hanno dichiarato di non voler correre nuovamente, ben 34 sono repubblicani. Qui i sondaggi sembrano invece sorridere alla causa del Blue Party.

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I precedenti

Storicamente le mid terms risultano sempre ostiche al partito del Presidente. Le statistiche infatti non sorridono al tycoon newyorkese. Nelle ultime 17 elezioni di metà mandato, il partito che si è presentato con la maggioranza, che fosse repubblicano o democratico, ha perso una media di 28 seggi alla Camera e 4 al Senato. Tuttavia perdere dei seggi non significa perdere il controllo definitivo del Congresso. Dagli anni ’60 agli anni ’80, nonostante l’alternanza fra repubblicani e democratici alla Casa Bianca, il Congresso è sempre rimasto in mano ai democratici fino all’avvento di Reagan, che con la sue elezione nel 1980 guadagnò la maggioranza al Senato per la prima volta dal 1954. Alle successive midterms dell’82 i repubblicani persero ben 27 seggi alla Camera, mentre al Senato mantennero la maggioranza.

Nel 1986, alle successive midterms con Reagan ancora presidente, i Democratici presero il controllo anche del Senato. Negli anni ’90 spicca il risultato del ’94 con Clinton presidente: alle elezioni di medio termine, ci fu un inaspettato ribaltone al Congresso, con i Repubblicani che ripresero il controllo della Camera (per la prima volta dal 1954) e del Senato. Alle mid term del 2006 con Bush alla Casa Bianca, i Dem riconquistarono il Senato dopo 12 anni. All’ultima tornata elettorale di metà mandato nel 2014, con Barack Obama presidente, i Repubblicani presero il controllo dell’intero Congresso, con 52 seggi al Senato e la più ampia maggioranza alla Camera dal 1928. Riuscirà Donald Trump a sopravvivere alle forche caudine delle elezioni di metà mandato?

Fonti e approfondimenti

  • https://www.vox.com/policy-and-politics/2018/1/2/16795804/elections-2018-midterms-consequences
  • https://www.vox.com/policy-and-politics/2018/6/20/17483068/trump-2018-midterm-elections-approval-rating
  • http://america24.com/news/cambi-di-colore-del-congresso-dal-1960-a-oggi

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