In lobby with EU: gli interessi economici

Nella seconda tappa del nostro progetto sulle lobby nell’Unione europea, parleremo del big business: in che modo i grandi attori economici interagiscono con le istituzioni europee? Qual è il loro peso effettivo nell’influenzarne le decisioni? Vedremo, in particolare, il ruolo degli interessi economici in un settore chiave per l’Unione europea: la politica commerciale.

Alcuni dati

Per dare un’idea dell’importanza delle lobby economiche, partiamo da alcuni dati. Che peso hanno questi gruppi rispetto, per esempio, alle ONG?

Prendiamo le 10 organizzazioni di interessi economici che dichiarano i costi di lobbying più elevati. Insieme, questi gruppi hanno speso almeno 56 milioni di euro nel 2018, dichiarano di impiegare 386 lobbisti e hanno avuto 986 incontri con la Commissione. Le 10 organizzazioni non governative con costi maggiori hanno speso quasi 37 milioni di euro, hanno 231 rappresentanti e contano 308 incontri da novembre 2014.


Più in generale, il 71% degli incontri tra membri della Commissione e lobbisti avvenuti da novembre 2014 a oggi ha coinvolto imprese o associazioni di settore.

Lo squilibrio di risorse e di dialogo con le istituzioni europee è già evidente da queste prime cifre. Ma per capire meglio come questa influenza si traduce nella pratica, vediamo due esempi che illustrano le strategie politiche di queste potenti associazioni.

Il TTIP e i rischi della segretezza

Il TTIP – il trattato di libero scambio tra UE e Stati Uniti – offre un esempio interessante delle disparità d’accesso tra rappresentanti di interessi economici e della società civile, nonché delle difficoltà che questi ultimi incontrano nel mobilitare risorse e opinione pubblica.

I negoziati per il TTIP, iniziati nel 2013, si sono accompagnati a intense consultazioni con molti gruppi d’interesse. Come è prassi nel caso di accordi commerciali, la Commissione e il DG Trade (Direzione Generale del Commercio) nello specifico, ha tenuto incontri con associazioni, partecipato a eventi e discussioni, consultato gruppi di lavoro.

Il rapporto tra DG Trade e interessi economici

La posizione del DG Trade è molto delicata. Deve, infatti, gestire le trattative con l’esterno, conciliando allo stesso tempo gli interessi degli Stati membri. I suoi interlocutori interni non sono solo i governi nazionali, ma anche gli attori economici e le parti sociali. La collaborazione delle imprese, infatti, è fondamentale per applicare qualsiasi regolamento o accordo con l’estero. Come abbiamo visto, inoltre, il dialogo con i gruppi d’interesse è un elemento fondamentale per cercare consenso, in mancanza di un legame elettorale diretto tra Commissione e cittadini.

Il DG Trade incoraggia attivamente il contributo dei gruppi d’interesse. Nella Direzione Generale vige una open door policy che garantisce un incontro a qualunque gruppo ne faccia richiesta. In teoria, la misura dovrebbe garantire parità d’accesso, e dunque d’influenza, a tutti i soggetti interessati, ma così non accade.

Grafici sugli incontri tra Commissione europea e gruppi d'interesse sul tema del commercio
Dei 1.088 incontri a tema “commercio” tenutisi tra Commissione e lobbisti dal 2014 a oggi, ben 864 sono con “corporate” (rappresentanti di interessi economici) e solo 14 con ONG. Fonte: Integrity Watch Integrity Watch

Consultazioni squilibrate

Nella fase preparatoria (2012-2013) ben il 92% dei contatti con le lobby – risposte alle consultazioni, dibattiti e incontri – ha coinvolto rappresentanti degli interessi economici. Anche nel corso dei negoziati, ben tre quarti degli incontri dei rappresentanti della Commissione si sono svolti con il mondo del business. Oltre a questi incontri formali e documentati – anche se il loro contenuto non è pubblico – vi sono molti altri eventi informali che offrono opportunità di avere discussioni private. Spesso questi eventi sono organizzati dalle stesse lobby, da cocktail party a colazioni di lavoro.

Per le organizzazioni della società civile è stato molto difficile sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, soprattutto per questioni più tecniche e apparentemente irrilevanti per la vita quotidiana dei cittadini. Nel caso del TTIP, solo un’ampia mobilitazione pubblica, che comunque è arrivata relativamente tardi, è riuscita a rallentare il progresso nei negoziati. Ma è stata l’elezione di Donald Trump e il suo approccio di chiusura nella politica commerciale a dare la battuta d’arresto.

TTIP-bis? La denuncia delle associazioni

Anche se i piani per il libero scambio sono temporaneamente archiviati, le trattative continuano in un ambito che per le lobby, soprattutto economiche, è ancor più facile infiltrare. Un incontro tra Jean-Claude Juncker e il presidente Trump nel luglio 2018 ha dato infatti il via a discussioni sulla regulatory cooperation, ossia l’allineamento di regole e standard per rimuovere le barriere agli scambi.

In particolare, ci si concentrerebbe sui “controlli di conformità”, ossia procedure per snellire i controlli regolamentari sui prodotti. In quest’ambito, le informazioni e la collaborazione delle aziende sono fondamentali, data la complessità tecnica e il dettaglio di queste misure.

Ciò che preoccupa le organizzazioni pro-trasparenza è la segretezza di queste discussioni. La Commissione ha rifiutato numerose richieste di pubblicare documenti e informazioni sulle trattative in corso, come i settori e le organizzazioni coinvolte o le priorità in agenda.

Ancora una volta, se si usano come misura d’influenza gli incontri tra lobbisti e Commissione, i dati parlano chiaro. Dei 49 incontri avvenuti tra luglio e novembre 2018 per discutere gli scambi transatlantici, solo 5 hanno coinvolto sindacati e associazioni ambientali e dei consumatori. Le trattative, inoltre, si svolgeranno al di fuori dei negoziati commerciali ufficiali, quindi il controllo da parte delle altre istituzioni – in particolare il Parlamento – sarà molto più limitato, e gli obblighi di trasparenza più ridotti.

Una lobby europeista: la European Round Table of Industrialists

Ma il potere del big business non si misura solo in dati economici. Ne è un esempio lo European Round Table of Industrialists (ERT), un gruppo d’interesse dalla membership molto particolare. Fondato nel 1983 dai CEO di 17 grandi aziende europee, nasce con l’obiettivo di “revitalizzare l’industria europea, rendendola nuovamente competitiva, e di accelerare il processo di unificazione del mercato europeo”.

L’organizzazione, dunque, vuole rappresentare un interesse economico europeo, non riconducibile a una singola impresa o settore, e in questa missione trova un alleato formidabile nella Commissione. Questa, infatti, accoglie con entusiasmo l’iniziativa dei 17 industriali; anzi l’allora commissario per il mercato unico, Étienne Davignon, aveva posto la questione in modo provocatorio: “Chi dovrei chiamare se volessi parlare con l’industria europea?”.

Articolo del Financial Times sull'European Round Table of Industrialists
Articolo del Financial Times sulla fondazione dell’ERT. Si noti l’affermazione, da parte di uno dei fondatori, che, pur sostenendo di non voler fondare una lobby del mondo del business, dichiara che “è importante che i politici si rendano conto che generare ricchezza è l’unico modo per creare lavoro.” Fonte: ERT Highlights ERT

Privati cittadini molto potenti

Coerentemente con la sua vocazione sovranazionale, l’ERT non si definisce una lobby o un gruppo d’interesse. Ad esempio, secondo Jérôme Monod, ex presidente dell’ERT, l’organizzazione “non è una lobby, ma un gruppo di cittadini europei che esprimono le proprie opinioni sul modo migliore per rendere l’Europa e le aziende europee competitive a livello globale”. Privati cittadini, dunque, e non rappresentanti di grandi aziende.

La membership, infatti, è personale, ma la si perde qualora si abbandoni il vertice dell’azienda. Di fatto, benché nella loro – teorica – veste di privati cittadini, i membri dell’ERT sono anche rappresentanti di grandi interessi economici, ma anche come individui hanno un peso e un’influenza rilevanti. Basti pensare solo al loro impulso decisivo nel completamento del mercato unico – un ruolo che la stessa organizzazione rivendica nei suoi documenti e che è riconosciuto dalla storiografia.

L’ERT – che oggi conta una cinquantina di membri – ha un budget ufficiale ridotto rispetto alla sua presenza effettiva, intesa come numero di incontri con i membri della Commissione Juncker. Ha dichiarato una spesa annuale tra gli 800 e i 900 mila euro e impiega 4 lobbisti, di cui solo 1 con un pass per il Parlamento europeo. Il sito LobbyFacts, che attinge a quelli delle istituzioni europee, riporta però ben 77 incontri tra rappresentanti dell’ERT e membri della Commissione tra 2014 e 2019.

Per fare un confronto, la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations – associazione dell’industria farmaceutica – spende più di 5 milioni di euro e impiega 23 lobbisti, ma ha avuto “solo” 47 incontri ufficiali. L’ERT non si colloca ai livelli di Google – che spende più di 6 milioni e ha ben 228 incontri all’attivo – ma è comunque tra le organizzazioni più presenti nelle stanze della Commissione.

Non si dimentichi, poi, che le imprese rappresentate nell’ERT hanno un reddito complessivo di più di 2.000 miliardi di euro e offrono quasi 7 milioni di posti di lavoro. Delle credenziali non da poco per un’organizzazione di singoli cittadini.

Conclusioni

L’esempio del TTIP illustra perfettamente come la parità formale di accesso non si traduca necessariamente in uguale influenza. Con maggiori risorse, e con una Commissione particolarmente ricettiva, le grandi aziende hanno un ruolo decisivo nell’influenzare l’agenda comunitaria.

Allo stesso tempo, il caso dell’ERT mostra l’influenza che élite ristrette in posizioni di potere possono esercitare sulle istituzioni europee. Serve anche a dimostrare che le risorse economiche da sole non garantiscono automaticamente più accesso; i rapporti personali, l’influenza e la reputazione hanno un certo peso.

La caratteristica più interessante nei rapporti tra business e Unione europea è la loro opacità. Gli interessi economici non sono necessariamente opposti all’interesse pubblico; più commercio e crescita significano più lavoro, consumi e benessere per migliaia di cittadini. Ma senza la dovuta trasparenza nei processi decisionali e di consultazione, tuttavia, è impossibile valutare le proposte di questi gruppi e, di conseguenza, costruire un dibattito democratico e delle proposte alternative.

 

Fonti e approfondimenti

European Commission, Note for the attention of the Trade Policy Committee. Bruxelles, 03/10/2018. Nota riservata ottenuta da Friends of Earth Europe.

Woll, Cornelia. Trade policy lobbying in the European Union:  Who captures whom? Paper presented at the EUSA Tenth Biennial International Conference. Montreal, Canada, 17-19 maggio 2007.

Alter-EU, “Corporate interests dominate EU lobbying on financial services“, 20/02/2017.

Yildiz, Uğur Burç. (2016) “Big Business Influence on European Union Decision-Making: The Case of the European Round Table of Industrialists”. Bilge Strateji, 8:14, 127-149.

Van Apeldoorn, Bastiaan (2000) ‘Transnational Class Agency and European Governance: The Case of the European Round Table of Industrialists’. New Political Economy, 5: 2, 157-181.

Heike Klüver (2010) “Europeanization of Lobbying Activities: When National Interest Groups Spill Over to the European Level”. Journal of European Integration, 32:2, 175-191,

Corporate Europe Observatory, “TTIP reloaded: big business calls the shots on new EU-US trade talks“, 21/02/2019.

Corporate Europe Observatory, AK EUROPA. Trading away protection. Emerging threats from the EU-US trade talks on conformity assessment and regulatory cooperation. Bruxelles, agosto 2019.

Alter-EU. Corporate capture in Europe. When big business dominates policy making and threatens our rights. Bruxelles, settembre 2018.

European Round Table of Industrialists. ERT Highlights. 2010.

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