Elezioni in Bolivia (Parte 2): Evo, Mesa e poche certezze

Mancano solo due giorni al voto presidenziale in Bolivia. Partendo dal contesto che abbiamo riassunto nel primo articolo, è ora il momento di mettere a fuoco le figure dei candidati e stabilire i (pochi) punti saldi in base ai quali si può azzardare un pronostico. Nell’ultimo anno, le percentuali di preferenza hanno mostrato poche costanti: anche se Evo Morales viene dato come favorito da praticamente tutti i sondaggi, non c’è altrettanta unanimità sul distacco da Carlos Mesa, il rappresentante dell’alleanza Comunidad Ciudadana. L’eventualità di un ritorno alle urne per il ballottaggio di dicembre potrebbe rimescolare non poco le carte in tavola.

In dirittura d’arrivo per il voto

La settimana di chiusura della campagna elettorale è trascorsa in un clima decisamente teso. In diverse città della Bolivia hanno continuato a imperversare le polemiche e le manifestazioni, riconducibili principalmente a due cause: il disimpegno del governo nell’affrontare l’emergenza degli incendi nell’Amazzonia boliviana e il nuovo progetto per lo sfruttamento delle riserve di litio, grazie ad azioni provenienti da Germania e Cina.
Per quanto riguarda il primo, il picco della gravità si è toccato nell’area della Chiquitanía (est del Paese), dove per più di un mese la foresta ha continuato ad ardere. Dopo le piogge di inizio ottobre, la crisi è rientrata e si è potuto procedere alla conta dei danni: le fiamme hanno devastato quasi 4 milioni di ettari di vegetazione e numerose aree protette della regione di Santa Cruz.

Il presidente Morales aveva negato la necessità di dichiarare lo status di emergenza per disastro nazionale. Ammettere di non avere la situazione sotto controllo avrebbe arrecato certamente un danno all’immagine di Evo, in vista del voto di domenica. Ad ogni modo, la risvegliata coscienza cittadina è giustamente turbata dalla negligenza del governo nella difesa del patrimonio naturale boliviano; a cui si aggiunge la deregolamentazione che, per quanto riguarda le risorse naturali del Paese, sta aprendo sempre più agli interventi del capitale esterno. Il Comitato Civico della città di Potosí ha indetto il 7 ottobre uno sciopero generale – in seguito “radicalizzato” – per chiedere che lo Stato rompa gli accordi con ACI System e Xinjiang Tbea Group-Baocheng, entrambe produttrici di batterie al litio rispettivamente per il mercato europeo e asiatico.

I candidati per il mandato 2020-2025

Questi due fattori estremamente concreti e attuali complicano la credibilità e le prospettive di quarta rielezione per Evo Morales, insieme alle ragioni di tipo politico che abbiamo visto nel primo articolo. Ma quali sono le vere chances per l’opposizione? Se il fronte del Movimiento al Socialismo (MAS) perde terreno, non bisogna dimenticare che rimane compatto al suo interno. Lo stesso non si può dire degli avversari di Evo, considerando le istanze disparate che presentano con le rispettive candidature.

Ecco una veloce sintesi dei nomi: il MAS ha riproposto il binomio in carica senza interruzioni dal 2006, vale a dire il presidente Evo Morales e il vicepresidente Álvaro García Linera. Come dicevamo, il secondo più quotato è l’ex presidente Carlos Mesa, a capo di una coalizione di centro-destra. In terza posizione c’è Óscar Ortiz con il movimento social-democratico Bolivia dice No, il quale fu appunto tra i principali promotori del NO nel referendum 21-F.
Tutti gli altri candidati seguono a distanza: Víctor Hugo Cárdenas per Unidad Cívica Solidaridad, Félix Patzi per il Movimiento Tercer Sistema, Chi Hyun Chung (pastore evangelico nato in Corea, ma da anni naturalizzato boliviano) per il Partido Demócrata Cristiano, Virginio Lema per il Movimiento Nacionalista Revolucionario e l’unica donna Ruth Nina per il Partido de Acción Nacional Boliviano.

Evo Morales

Alla figura di Evo abbiamo già dedicato più di un articolo. Ex sindacalista e rappresentante dei coltivatori di coca, nel corso degli anni Morales ha capitalizzato un notevole consenso sulle sue radici umili e soprattutto indigene. Fu eletto per la prima volta nel 2005 e da allora riconfermato altre due volte, nel 2009 e nel 2014, alla guida della Bolivia.
Morales iniziò a guadagnare peso politico durante il conflitto sociale del 2003 che prese il nome di “Guerra del Gas” e che vide le proteste di contadini e minatori contrapporsi al governo Sánchez de Lozada. Al centro della controversia c’era l’esportazione verso USA e Messico del gas naturale boliviano.
Da allora, il carisma de “El Indio” ha continuato a crescere ed è stato fondamentale per imprimere un netto cambio di direzione alla Bolivia dal punto di vista sociale, economico e culturale. La Costituzione Indigenista è probabilmente il simbolo più tangibile del nuovo Stato Plurinazionale Boliviano. Eppure, si tratta della stessa Costituzione che Evo ha “violato” con l’attuale ricandidatura, insieme alla consulta popolare del 21 febbraio 2016.
L’affinità ideologica con i “caudillos” del socialismo latinoamericano – Castro e Chávez su tutti – si è sviluppata anche nel caso di Morales in diverse forme di accentramento del potere. Malgrado la crescita sorprendente della Bolivia negli ultimi dieci anni, rimane allarmante che il presidente vada contro il risultato di un referendum cittadino pur di non accettare quella che, in un Paese democratico, sarebbe la fine naturale del suo ciclo di governo.

Wikimedia Commons

Carlos Mesa

Vicepresidente durante il governo Sánchez de Lozada, Mesa ricoprì brevemente anche la presidenza della Bolivia, precisamente nel biennio successivo alla Guerra del Gas (2003-2005). Prima di allora si era distinto come intellettuale (giornalista e storico) e in politica come simpatizzante del neoliberalismo. Per come aveva criticato la repressione, giunse al governo sull’onda di una notevole popolarità, che però non fu in grado di mantenere. Malgrado la pacificazione, infatti, dovette cedere egli stesso alle proteste e rinunciare alla carica: il popolo boliviano esigeva il grande “cambiamento” che finalmente fu incarnato da Evo.
A distanza di anni, Mesa non ha smesso di essere l’emblema della classe media e degli intellettuali. Il fatto che la sua base di rappresentanza abbia mantenuto una certa coerenza e si sia riproposta ciclicamente come schema sociale – composto da élite cittadine, principalmente residenti della parte occidentale della Bolivia – fa di lui un candidato insidioso per Evo.
Sebbene i mesistas si auto-identificherebbero come mestizos (meticci), di fatto rivendicano un certo distacco nei confronti degli indios e dei cholos (i discendenti indigeni che per anni hanno subito lo stigma sociale di arricchiti arrivisti). A ben vedere, si tratta di un retaggio del classismo e del “senso di superiorità” che, senza giri di parole, era la consuetudine sociale prima di Evo.
Il grande limite del mesismo è proprio questo: le fasce sociali indigene, anche quelle più critiche nei confronti di Evo e della sua scalata autoritaria, si identificheranno molto difficilmente con la coalizione Comunidad Ciudadana. A Mesa rimangono i voti che possono confluire “da destra”, il cui peso è tutto da stabilire.

Carlos Mesa Wikimedia Commons

Quali prospettive?

Riguardo la campagna elettorale, è interessante notare quanto non sia stata giocata sull’antitesi nazionalizzazione contro privatizzazione, come era successo per le presidenziali passate. Lo stesso Evo ultimamente ha avvicinato le sue politiche sempre più agli interessi del settore imprenditoriale. Quanto a proposte, le posizioni dei tre candidati principali erano tese verso il centro dello spettro politico: proprio in questo risiede la competitività e il grande margine di incertezza del risultato. La compagnia Cies Mori, che si occupa di indagini sociali e statistiche, ha calcolato in chiusura di campagna che il 18% degli elettori non fosse del tutto convinto da nessuno dei candidati.

Sempre secondo Cies Mori, le previsioni di voto aggiornate sono le seguenti: Evo Morales primo con il 36,2%, Carlos Mesa secondo con il 26,9%. A seguire Óscar Ortiz con il 7,8% e Chi Hyun con il 5,8%.
Rispetto al mese di settembre dunque, Evo avrebbe perso 7 punti e Mesa ne avrebbe guadagnati 8.
Con uno scenario simile, si andrebbe al ballottaggio del 15 dicembre, nel quale tutte le variabili saranno potenzialmente decisive.

 

Fonti e approfondimenti

Emanuele Bobbio, “Evo Morales e le due Bolivie”, Lo Spiegone, 01/03/2016

Kevin Carboni, “El Indio: una prospettiva su Evo Morales”, Lo Spiegone, 22/10/2017

Monica Machicao, “Bolivian election polls show opposition reeling in President Morales”, Reuters, 11/10/2019

Fernando Molina, “El proceso electoral boliviano: una película de suspenso”, Nueva Sociedad, 11/2018

Fernando Molina, Bolivia: «Es la economía, estúpido», Nueva Sociedad Nº 283 / Septiembre – Octubre 2019

Fernando Molina, “La carta de la oposición boliviana”, Nueva Sociedad, 02/2019

Raúl Peñaranda. “Morales or Mesa? Either Way, Bolivia Faces Tough Questions”, Americas Quarterly, 09/10/2019

Serena Pandolfi, “Ricorda 2009: la nuova Costituzione indigenista della Bolivia”, Lo Spiegone, 31/08/2019

Francesca Rongaroli, “L’Altra America: Bolivia”, Lo Spiegone, 10/06/2019

Francesca Rongaroli, “Elezioni in Bolivia (parte 1): “Gracias Evo, pero que descanse”, Lo Spiegone, 06/10/2019

 

 

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