Guardando a Oriente: i rapporti Golfo arabo-India

Ogni qual volta bisogna analizzare da un punto di vista sociale o economico le entità che compongono il Golfo arabo, si finisce per evidenziare le differenze e le divisioni che intercorrono tra i vari Stati. Nel caso della questione oggetto di questo articolo, si può invece fin da subito sottolineare come il rapporto tra la Repubblica indiana e ogni Paese del Golfo sia improntato su basi simili.

A livello generale, i criteri guida delle relazioni Nuova Delhi-Golfo si ispirano ai cinque famosi principi che regolano la politica estera del gigante asiatico: Mutuo Rispetto dell’integrità territoriale e della Sovranità, Mutua Non-aggressione, Mutua Non-Ingerenza negli Affari Interni, Eguaglianza e, infine, Coesistenza pacifica. Chi segue le vicende del Golfo ha già compreso che i principi esplicitati sopra sono estremamente adatti alla delicata situazione della regione. Soprattutto il principio della Mutua Non-Ingerenza, che rende Nuova Delhi un partner ideale per gli Stati arabi che a volte nella loro storia hanno dovuto difendersi dall’accusa di non rispettare i diritti umani.

Nel corso del “IISS Manama Dialogue” svoltosi in Bahrein nel 2017, l’allora ministro degli Affari Esteri indiano M.J. Akbar ha aggiunto ai cinque principi i tre punti cardine che definiscono il rapporto India-Golfo: expat, energia e sicurezza. Questi punti risultano connessi e in quasi tutti i casi rappresentano le basi sulle quali si fondano le relazioni commerciali e politiche che legano il sub-continente indiano alle petromonarchie del Golfo.

Expat: tra nazionalizzazione e radicamento

A livello regionale, si può osservare come la comunità indiana, che conta 7,6 milioni di persone, sia la più numerosa nel Golfo. Dall’India proviene manodopera specializzata e non, interi quartieri di Abu Dhabi, Dubai o Doha sono quasi totalmente indiani. Non è infatti difficile trovare cibo, prodotti o scritte in indiano in tali megalopoli. I numeri, ad esempio, mostrano che negli Emirati Arabi vivono 2,6 milioni di expat indiani, il 27,5% della popolazione totale e più del doppio della percentuale di autoctoni (11,5%). In Arabia Saudita gli expat indiani rappresentano il 13,2% della popolazione totale, in Qatar arrivano al 25%. In ragione di tali numeri, l’appena confermato Primo Ministro indiano Nerenda Modi ha dedicato a tutti i Paesi del Golfo frequenti visite, durante le quali, l’accoglienza dei capi politici locali è stata piena di onori e premure. Questo perché da parte dei Paesi del Golfo avere buoni rapporti con l’India significa intercettare una delle più grosse fette di mercato e di forza lavoro mondiali.

Nonostante tale condizione, alcune politiche implementate dai Paesi del Golfo potrebbero colpire negativamente la comunità indiana presente nella regione. Fin dagli inizi degli anni 2000 Paesi come l’Arabia Saudita, il Kuwait o l’Oman hanno iniziato a portare avanti politiche di nazionalizzazione della forza lavoro con il chiaro obiettivo di limitare la disoccupazione dei locals e scongiurare gli effetti negativi nel medio-lungo periodo di una popolazione scarsamente coinvolta nel mondo del lavoro. Politiche come la saudization, la bahrainization o l’emiratization hanno come effetti principali la diminuzione di posti di lavoro accessibili per la maggioranza indiana e conseguentemente l’assottigliarsi dei flussi di denaro che vengono mandati in India da parte dei lavoratori presenti nel Golfo.

A lungo andare tale trend potrebbe incrinare il rapporto di cooperazione economica tra i Paesi del Golfo e Nuova Delhi, poiché potenzialmente ad alto impatto negativo per l’economia asiatica, fortemente sostenuta dai proventi dei lavoratori indiani emigrati. A questo si va a sommare il fatto che il rapporto è stato fin troppo sbilanciato a favore dei Paesi arabi, abili nello sfruttare i lavoratori e i consumatori indiani nel periodo di “laissez faire” lavorativo degli anni ’80 e ’90, e ora pronti a correre ai ripari.

È bene ricordare comunque che i cittadini indiani non rappresentano solamente manodopera a basso prezzo o consumatori, ma sono numerosi gli esempi di imprenditori indiani di successo. Basti pensare che dei 40 milionari indiani all’estero ben 14 risiedono sotto il Burj Khalifa a Dubai e dirigono aziende con centinaia di dipendenti e fatturati astronomici.

Anche Paesi politicamente distanti dall’asse Riyad-Abu Dhabi, come il Qatar e l’Iran, hanno saputo trarre vantaggi dalla presenza lavorativa indiana e si sono ritagliati ampie fette di mercato nel sub-continente.  Ad esempio, Doha è tra i maggiori investitori economici nel Paese asiatico e l’imprenditoria qatariota è stata a più riprese invitata da Modi a investire in India. Gli investimenti però viaggiano anche in senso inverso: la L&T, azienda di base a Mumbai, si occuperà infatti della costruzione dello stadio della finale del mondiale di calcio organizzato dal Qatar nel 2022.
Nonostante la forte pressione statunitense, anche l’Iran ha saputo coinvolgere numerose aziende indiane nella propria economia. La costruzione del monumentale porto di Chabahar è un esempio di cooperazione tra aziende iraniane e indiane, così come il fatto che attualmente Teheran rappresenti il secondo maggiore esportatore di petrolio verso il Paese asiatico nonostante le sanzioni volute da Washington. Quest’ultimo dato suggerisce una considerazione immediata: al netto della lontananza politica e religiosa tra GCC e Iran, entrambe le parti non interferiscono negli affari conclusi con Nuova Delhi. I rapporti tra Golfo e India sono improntati sul principio di mutua non-interferenza ma soprattutto di pacifica coesistenza, principi che permettono a tutti i contendenti di prosperare senza essere limitati dalle storiche divisioni intra-Golfo. Così come non incidono gli accordi commerciali tra Pakistan e Iran sul rapporto di quest’ultima con Nuova Delhi.

Energia: business as usual

Gas, petrolio ed energia sono le principali voci dell’export arabo verso l’India. Il gigante asiatico, come è noto, è il secondo Paese più popoloso del globo ed è fattuale che a un numero così alto di abitanti corrisponda un’immensa domanda di energia. A causa di tale necessità, anche in questo settore si è ormai consolidata una forte interdipendenza tra Nuova Delhi e i Paesi del Golfo. Il 75% del petrolio e del gas utilizzato dal subcontinente proviene dal Golfo e, in particolare, il 20% proviene dalla sola Arabia Saudita. Una situazione che ha spinto la leadership indiana a utilizzare i propri buoni uffici presso le monarchie del Golfo per richiedere un abbattimento dei costi di acquisto del materiale energetico. Il Qatar ha infatti tagliato il costo del gas della metà, al fine di rendere ancora più stabile la partnership commerciale nel settore e dare seguito all’investimento di circa cinque milioni di dollari nel settore energetico indiano.

Anche per questa voce è evidente come il rapporto tra i vari Paesi del Golfo e il gigante indiano prescinda dalle divisioni politico-religiose e dalla persistente rottura dell’unità del GCC. Il Qatar, così come l’Arabia Saudita, gli EAU o l’Iran continuano a rifornire di energia Nuova Delhi, consapevoli di essere in competizione con i propri opponenti regionali, ma senza per questo richiedere che tale competizione venga risolta da una scelta unilaterale indiana a favore di una o dell’altra parte.

Molti Paesi del Golfo, e in particolare gli EAU, infatti hanno capito come il fabbisogno energetico indiano si leghi immediatamente alla sicurezza del Paese asiatico. In una sua recente visita nel subcontinente, il ministro degli Affari Esteri emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan ha sottolineato come il Paese del Golfo sia cosciente del tema della sicurezza energetica indiana, e come tale necessità possa essere affrontata attraverso l’accordo per lo stoccaggio del petrolio emiratino nel sottosuolo di Mangalore. Una necessità dovuta alla crescente tensione Sino-Indiana, che vede il rovescio della medaglia di quanto detto finora circa l’imparzialità indiana. Abu Dhabi, Riyad o Doha mantengono ottimi rapporti con entrambi i colossi asiatici, non disdegnando di rifornire anche il Pakistan. Una situazione che rende il quadro potenzialmente esplosivo, ma fermamente tenuto in piedi dal già citato principio della Mutuale Non-interferenza.

Sicurezza e salvaguardia di un equilibrio fragile.

Nel Golfo la parola petrolio va di pari passo con i concetti di sicurezza e difesa militare: anche in questo settore Modi e i suoi predecessori hanno puntato su una partnership strategica che si è rafforzata con tutti i Paesi nel corso del tempo.

L’India deve fare i conti con le sempre presenti tensioni tra maggioranza indù e minoranza musulmana. Tale divisione religiosa ha spesso significato il diffondersi di azioni terroristiche. A tal proposito, Nuova Delhi ha siglato alcuni accordi di cooperazione nell’ambito dell’antiterrorismo con Arabia Saudita e Oman, e ha coinvolto tutti i Paesi del Golfo nell’istituzione dell’Indian Ocean Naval Symposium (IONS), un forum biennale dei capitani delle navi che navigano nel litorale indiano dell’oceano. Dando prova di saper restare fuori dalle questioni regionali cercando di perseguire i propri interessi, l’India ha aperto anche numerosi tavoli di confronto sulla gestione del terrorismo di matrice islamica con l’Iran. Questo assume ancora più valore se viene considerata la grande presenza di sciiti nel subcontinente indiano in combinazione con i sospetti di supporto economico da parte di Riyad ai gruppi estremisti sunniti presenti in India.

La sfida della sicurezza risulta anche un affare interno ai Paesi del Golfo, come dimostrato dagli eventi accaduti durante l’acuirsi delle tensioni tra Pakistan e India nello scorso febbraio. In quei giorni Mohammed bin Salman ha giocato un ruolo di primo piano nella stabilizzazione della frattura del Kashmir poiché impegnato in visite diplomatiche presso i due contendenti a pochi giorni di distanza. Tali incontri, focalizzati sul rilancio dell’immagine internazionale del principe saudita dopo l’affaire Khashoggi, sono stati intervallati da un colloquio riservatissimo con il crown prince di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed. Nel corso dei due incontri, MbS si è anche prodigato nel raffreddare la tensione poiché preoccupato dalle possibili conseguenze sulla gestione delle comunità pakistane ed indiane in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi.

Conclusioni

Ad oggi l’India rappresenta uno dei maggiori partner economici e militari dei Paesi del Golfo, ma restano tuttavia due sfide fondamentali per il futuro. La prima è di carattere economico: a causa delle perduranti tensioni interne al GCC, non esiste alcun accordo di libero scambio con l’India. Una mancanza che penalizza ambo le parti anche alla luce delle nuova politiche di nazionalizzazione volute dai Paesi arabi che potrebbero danneggiare la cooperazione economica.

La seconda sfida invece riguarda la capacità dei Paesi del Golfo di continuare a rappresentare dei partner economici affidabili nonostante l’acuirsi delle dispute regionali, in un contesto di marcata distanza tra Nuova Delhi e l’asse Sino-Pakistano, non dimenticando il nuovo coinvolgimento di Washington nelle vicende iraniane.

Fonti e approfondimenti:

Rahul Roy, India and the Gulf region: building strategic partnerships, IISS, 29 agosto 2018.

India Inc. Staff, Middle East a key beachhead for Indian companies, India Inc.,18 agosto 2017.

Khaleej Times, Meet the 14 richest Indian billionaires in the UAE, 26 settembre 2017.

Kasim Randeere, Workforce Nationalization in the Gulf Cooperation Council states, CIRS-Georgetown University, 2012.

Robert Mogielnicki, New Opportunities and High Stakes for Gulf-South Asia Relations, The Arab Gulf States Institute in Washington, 2019.

Hidustan Times, UAE plans to invest $75 billion in India, says nation’s foreign minister, 24 giugno 2018.

 

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