Proteste in Colombia: i perché della crisi del governo Duque

di Alessandro Leone

Tre anni fa il governo di Juan Manuel Santos e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC-EP) firmarono lo storico accordo che segnava la fine di uno dei conflitti più longevi del XX secolo, quello tra lo Stato e la guerriglia più pericolosa del Paese andino. Il raggiungimento della pace tanto agognata nascondeva in realtà una profonda divisione,  resa manifesta dal referendum del 2 ottobre, che avrebbe dovuto sancire l’appoggio dei cittadini sul patto. Vinse il no, con il 51%, ma Santos riuscì comunque a mantenere la promessa e a far deporre le armi, oltre a ottenere il Premio Nobel. La polarizzazione si ripropose nel Congresso tra Santos e il Centro Democratico di Álvaro Uribe, presidente dal 2002 al 2010 e assoluto protagonista degli ultimi trent’anni di politica colombiana. Accusato di aver brutalmente represso le FARC-EP appoggiando i paramilitari, Uribe ha grandi responsabilità nel cosiddetto fenomeno dei “falsi positivi”, ovvero l’uccisione di civili registrati come guerriglieri morti in battaglia. Nell’agosto del 2018, Iván Duque, fervente uribista, succedette a Santos e si fece portavoce di una riforma degli accordi di pace, soprattutto per ciò che concerne l’impunità dei guerriglieri che si apprestano al reinserimento nella società civile.

Dopo un anno, Duque è osteggiato dal 69% della popolazione. Nonostante gli studenti fossero già scesi in piazza per chiedere maggiori investimenti nelle università pubbliche, lo sciopero generale è stato indetto solo a fine novembre dal Comando Nacional Unitario (il sindacato nazionale più importante) come reazione alle politiche economiche e alle riforme sul lavoro promesse dal presidente. A quel punto si sono uniti altri settori della società, tra cui nuovamente gli studenti ma soprattutto ex guerriglieri e leader indigeni, che hanno vissuto sulla propria pelle la mancata implementazione del processo di pacificazione, con assassini raddoppiati durante l’ultimo mandato. Questa settimana è stata convocata un’altra protesta in memoria di Dilan Cruz, studente di 18 anni ucciso da un proiettile bean bag (una sorta di borsa contenente vari piombini) sparato a distanza ravvicinata da un agente dell’Escuadrón Móvil Antidisturbios (Esmad). Dilan è diventato il simbolo dei manifestanti in un contesto che potrebbe seguire l’onda degli scontri in Cile e Bolivia.
Cerchiamo di spiegare il perché di questo ampio dissenso.

Le riforme economiche

La Colombia è uno dei Paesi dell’America latina più in crescita, come testimonia l’aumento del 3,3% nell’ultimo trimestre, però non riesce a fronteggiare la dilagante disoccupazione, che si appresta a raggiungere le due cifre. Duque ha tentato ripetutamente di applicare le sue politiche economiche, con cui prometteva di fronteggiare il problema, senza mai ottenere l’appoggio necessario né dal Congresso né dalla società civile. 

Nel mese di ottobre, la Corte Costituzionale rifiutò la sua riforma tributaria. Secondo quanto dichiarato dalla presidente dell’organo, Gloria Ortíz, i membri della Camera votarono la legge senza conoscere i cambiamenti fatti in Senato. In pratica si trattava di un difetto di tramitazione. La riforma pretendeva di ridurre il peso fiscale su alcuni settori (turismo, tecnologia, agricoltura) in cambio di “un minimo di posti di lavoro”. 

Già un anno fa, in occasione delle proteste degli studenti, la riforma tributaria era stata oggetto di contestazione. Tuttavia, altre sono state le ragioni che hanno portato il Comando Nacional Unitario a indire lo sciopero generale: per esempio, il pagamento del 75% del salario minimo ai minori di 25 anni e la liquidazione di Colpensiones, l’organismo che gestisce le pensioni, al fine di favorire i fondi privati. Entrambe le misure sono state smentite dal presidente.  

La mancata implementazione dell’accordo di pace

Durante il suo discorso d’insediamento, Duque lasciò intravedere l’intenzione di riformare l’accordo di pace “senza distruggerlo”, creando allarmi su una nuova possibile scalata verso il conflitto.
Il pacchetto di iniziative racchiuse nel patto cercava di fronteggiare gli effetti diretti e indiretti dei 52 anni di scontri. Oltre alla riconversione dei campi di produzione di cocaina, principale supporto economico per le guerriglie, lo Stato avrebbe dovuto occuparsi di riportare sotto il suo controllo le zone colpite, fino a quel momento in balia dei regimi locali; ciò significava per loro l’arrivo di nuove infrastrutture o la costruzione di strade per favorire la riconnessione. L’operazione va a rilento e ci sono ancora zone, come gli Llanos Orientales (pianure orientali) o la regione del Chocó, che iniziano con fatica ad adattarsi al nuovo sistema. 

Il crescente numero di assassini di leader indigeni ed ex guerriglieri ha riportato sotto l’occhio del ciclone un’altra questione centrale, ovvero che il conflitto continua e non accenna a placarsi. Durante i primi 100 giorni del suo mandato, Duque ha chiuso le trattative portate avanti con l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), la seconda guerriglia più famosa, al vedersi rifiutate le richieste di porre fine ai sequestri, una delle principali fonti economiche del gruppo armato. Da quel momento, gli scontri sono aumentati del 35%, come sostiene un rapporto della Fundación Ideas para la Paz

Il continuo oscillare di Duque tra concessioni e paura di lasciare impuniti i guerriglieri ha portato a una crescente tensione anche con le disciolte FARC-EP, che nelle elezioni presidenziali si sono presentate come partito politico. Il ministro della Giustizia, Gloria Borrero, si è dimessa a maggio per protestare contro la decisione del Costituzionale di liberare uno degli ex comandanti della guerriglia, Jesús Santrich. Qualche mese più tardi, a settembre, Santrich è riapparso in un video in cui annunciava il ritorno delle FARC-EP accanto a un piccolo gruppo di dissidenti preoccupati per l’atteggiamento del governo. Solo durante il mandato di Duque, infatti, sono stati assassinati 97 ex guerriglieri firmatari dell’accordo di pace, secondo quanto riportato da Indepaz.

Per via della connessione di alcuni gruppi con i narcos messicani, che hanno elaborato nuove rotte soprattutto dal Pacifico, gli indigeni di regioni come il Cauca sono in costante pericolo di vita. I dati sono allarmanti: dalla firma degli accordi di pace, 623 leader sociali e difensori dei diritti umani sono stati assassinati, la metà (362) nell’ultimo anno. Nel Cauca questa cifra raggiunge quota 129. Per questo motivo gli indigeni sono scesi in piazza e hanno chiesto al governo di agire in maniera diversa rispetto a quanto stesse facendo, ovvero con l’invio di nuovi soldati i quali non hanno fatto altro che inasprire il conflitto, mossa giudicata insufficiente dall’ONU. 

In ultima istanza, il retaggio uribista ha messo in pericolo la legittimità di alcuni membri del suo gabinetto. Nel Centro Democratico esiste un’ala radicale che si oppone fermamente agli accordi di pace in cui si posiziona Guillermo Botero, secondo ministro della Giustizia della gestione Duque, costretto a dimettersi per aver occultato la morte di otto minori durante un’operazione contro dissidenti delle FARC-EP. L’accaduto ha fatto risorgere il fantasma dei “falsi positivi”, peraltro denunciato da un’inchiesta del New York Times di maggio che considera questo governo “molto simile” a quello di Uribe e sostiene che ci siano stati degli ordini per “duplicare la quantità di morti e catture”.

La riforma della Giustizia

Anche la riforma della Giustizia non è andata a buon fine. Il Centro Democratico aveva promosso in campagna elettorale l’unione dei sei grandi tribunali giudiziari del paese in uno solo (una sorta di Assemblea Costituente), convinto che gli organi esistenti fossero “corrotti e costosi”. La nuova unica Corte sarebbe stata designata dallo stesso presidente, cosa che l’avrebbe favorito per esempio sulla riforma tributaria. Duque ha proposto, in seguito, di conservare la struttura esistente e di dare al suo ruolo potere decisorio sulla nomina di un magistrato solo in caso di mancato accordo nella Corte Costituzionale.

All’interno della spinta riformatrice, era prevista una ristrutturazione, se non addirittura l’eliminazione, della Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP), organo creato specificamente per portare avanti gli elementi stabiliti dagli accordi di pace. Criticato aspramente dal Centro Democratico, la JEP è ritenuta da Duque troppo permissiva ed è accusata di favorire l’impunità dei guerriglieri sui delitti commessi in battaglia. La due camere hanno già votato a sfavore.

Conclusioni

Mentre le proteste continuano, Duque ha fermato qualsiasi modifica sulla riforma tributaria. Inoltre, con l’introduzione di tre giorni l’anno senza IVA per permettere alla famiglie di “realizzare acquisti” e sconti nell’ambito sanitario, sostiene di aver ascoltato la voce popolare. Tuttavia, i rappresentanti dei vari settori hanno ribadito la necessità di una riforma delle pensioni, del lavoro e dell’applicazione degli accordi di pace. 

Alla fine di ottobre si sono tenute in Colombia le elezioni regionali e municipali che hanno assestato un altro duro colpo all’attuale governo. Infatti, l’opposizione governa a Bogotá, Medellín e Cali, le principali città del Paese. In modo particolare, la vittoria di Claudia López, prima donna e prima omosessuale alla guida della capitale, crea ulteriori problemi a Duque. La López è una delle più famose e accanite oppositrici del presidente e promosse, insieme all’opposizione, la creazione di una “consulta” per indurire le pene ai corrotti, in seguito all’esplosione del caso Odebrecht. La proposta non raggiunse il quorum, nonostante fosse stata votata da 11 milioni di colombiani, più di quanti si presentarono alle urne per le elezioni in cui vinse Duque. Lo stesso aveva promesso di riprendere il discorso e inserirlo in agenda, ma per il momento non è stato fatto nulla.

 

Fonti e approfondimenti

El Espectador, “Tipo de muerte de Dilan Cruz es “violenta – homicidio”, señala Medicina Legal”, 28/11/19 

Semana, “Reforma a la justicia: presidente nombraría fiscal si la Corte no se pone de acuerdo”, 13/09/18

El País, “Los líderes de las protestas elevan la presión con un nuevo paro nacional en Colombia”, 27/11/19

El País, “La derrota en las elecciones locales enfrenta a Iván Duque a un terremoto político”, 29/10/19

El País, “El Constitucional colombiano hunde la reforma tributaria de Duque”, 17/10/19

El País, “800 asesinatos, 800 razones”, 5/11/19

El País, “Duque nombra al uribista Holmes Trujillo nuevo ministro de Defensa”, 13/11/19

The New York Times, “Evidence Links Colombia Army Chief to Civilian Slayings”, 25/05/19

Nodal, “Colombia: Iván Duque anuncia “Plan Social” para el Cauca, región donde asesinaron siete indígenas en los últimos días”, 4/11/19

Nodal, “Violencia en Colombia: indígenas del Cauca se retiran de la mesa de trabajo con el gobierno”, 6/11/19

Fundación Ideas para la Paz, Los primeros 100 días del Presidente Duque: Conflicto, Acuerdo de Paz y política de drogas: 

Indepaz, Informe líderes y defensores de DDHH asesinados al 26 de julio de 2019:

 

 

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