Elezioni presidenziali in Romania: vince l’Europa?

Il 10 e il 24 novembre, gli elettori rumeni sono stati chiamati alle urne per eleggere il presidente della Repubblica. Secondo le aspettative, il presidente uscente Klaus Iohannis del Partito Nazional-Liberale (PNL) ha visto riconfermato il proprio incarico per altri cinque anni. Europeista e filo-occidentale, Iohannis pare il candidato ideale per rinsaldare l’ideale di una Romania europea. Eppure, gli scenari futuri sono tutt’altro che prevedibili.

Il sistema politico romeno

La Romania è una repubblica semi-presidenziale, su modello di quella francese del 1958. Come tipico dei sistemi semi-presidenziali, il presidente viene eletto direttamente con la possibilità di un ballottaggio tra i primi due candidati, qualora nessuno abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. In questo caso, Iohannis ha ottenuto il 36,65% dei voti al primo turno e il 66% al secondo turno.

Dopo la caduta di Ceaușescu nel 1989, l’Assemblea costituente decise di delineare un’architettura costituzionale sì semi-presidenziale, ma al tempo stesso di limitare i poteri del presidente, così da evitare un eccessivo accentramento di potere. Infatti, secondo la Costituzione rumena del 1991, le prerogative presidenziali riguardano essenzialmente la politica estera, mentre gli affari interni ricadono in una zona grigia in cui le competenze del presidente e del primo ministro non sono nettamente distinte. In passato, tale ambiguità ha spesso dato origine a contrasti, soprattutto in caso di coabitazione, ossia quando il presidente della Repubblica e il primo ministro appartengono a partiti di orientamenti diversi. Il rischio della coabitazione è reso ancora più probabile dalla diversa durata del mandato della presidenza (cinque anni) e del Parlamento (quattro anni).

Dal punto di vista partitico, i principali sfidanti di Iohannis appartenevano al Partito Social-Democratico (PSD) e alla coalizione USR-Plus. Nel campo del PSD, il candidato presidente era l’ex-premier Viorica Dăncilă, molto nota per le numerose gaffe in sede istituzionale e per essere stata una candidatura di emergenza resa necessaria dall’arresto per abuso d’ufficio di Liviu Dragnea, ex-leader del PSD e presidente della Camera dei Deputati. Nonostante una carriera politica non particolarmente brillante, Dăncilă è comunque riuscita a ottenere il 23,79% dei voti, un risultato sorprendente dato lo stato di crisi in cui versa il PSD dalle scorse elezioni europee.

Lo sfidante di USR-Plus, di area centro-destra moderata, era invece Dan Barna, particolarmente apprezzato per le proprie battaglie contro la corruzione e in difesa della legalità. Nonostante ciò, Barna ha dovuto scontare una debole prestanza carismatica e al primo turno si è quindi fermato al 14%, senza arrivare al ballottaggio.

Una campagna elettorale silenziosa

A differenza di scorse campagne elettorali, queste elezioni presidenziali sono passate pressoché sotto silenzio. Infatti, la copertura mediatica è stata minima, non si sono registrati antagonismi particolari e anche a livello popolare è parsa nettamente meno sentita rispetto ad altri appuntamenti elettorali. Se da un lato tale silenzio è certamente ascrivibile alle difficili negoziazioni per la creazione del nuovo governo, dall’altro è anche vero che la Romania è ormai lontana dai tempi in cui alle elezioni si presentavano candidati con visioni del Paese nettamente differenti tra loro.

Il primo a voler mantenere un basso profilo durante la campagna elettorale è stato proprio Iohannis, che per evitare di mettere a rischio la propria rielezione ha evitato aperti contrasti con gli altri candidati. L’esito positivo della delicata transizione da un governo social-democratico a uno a guida liberale è stato considerato un chiaro successo politico del presidente, che in caso di rielezione poteva contare su un governo a lui fedele, evitando quindi scomodi casi di coabitazione. I sondaggi e il dato elettorale confermano che l’operato di Iohannis è stato complessivamente apprezzato, eppure non si può parlare di un consenso travolgente. Infatti, nel corso del primo mandato presidenziale, Iohannis non ha brillato per una politica estera audace ed è spesso sembrato unicamente orientato alla rielezione. Tuttavia, non si può negare che abbia sempre sostenuto una visione europea e filo-occidentale del Paese, motivo per cui è stato apprezzato anche da Bruxelles.

È veramente la fine del PSD?

La rielezione di un candidato europeista e una campagna elettorale non degna di nota non devono però far trascurare alcuni elementi che meritano di essere tenuti in considerazione.

Innanzitutto, l’affluenza è stata decisamente modesta e non ha raggiunto il 50%. Determinanti sono stati invece i voti dei 900.000 rumeni residenti all’estero che si sono recati alle urne per votare, anche grazie alla riforma fortemente voluta da Iohannis che semplificava le procedure di voto per corrispondenza. Ciò dimostra come in futuro il voto degli emigrati conterà sempre di più, soprattutto perché le stime ufficiali parlano di circa 5,6 milioni di rumeni che vivono fuori dai confini del Paese e che tendenzialmente hanno orientamenti filo-occidentali, a scapito del partito social-democratico.

In secondo luogo, il crollo del PSD, ossia il partito con le posizioni più conservatrici e anti-europeiste nel Paese e che ha dominato l’arena politica rumena per decenni, non indica necessariamente la fine del partito, anzi. Infatti, nonostante l’arresto di Dragnea e la debole candidatura di Dăncilă, il PSD è comunque riuscito ad attrarre il voto delle campagne, della fascia più anziana della popolazione e dei quartieri più poveri della capitale. Il risultato del PSD non è quindi da sottovalutare, poiché dimostra che esiste un substrato di consenso ancora piuttosto solido e che crescerà una volta trovato un candidato più presentabile e convincente di Dăncilă.

La vittoria del candidato dell’Europa non può essere letta come una svolta definitiva per la Romania, soprattutto perché la situazione politica in Parlamento è molto frammentata e il PSD può contare ancora su molti parlamentari che renderanno difficile l’approvazione di nuove riforme. È quindi in Parlamento che si giocherà veramente il futuro europeo del Paese, e saranno le elezioni parlamentari del 2020 a dirci se l’operato del governo nominato da Iohannis ha convinto gli elettori rumeni a rifiutare le istanze conservatrici del PSD.

 

Fonti e approfondimenti

Britannica, “Romania. Constitutional framework“.

Comai, Giorgio. “Romania: i votanti della diaspora alle elezioni presidenziali” Osservatorio Balcani e Caucaso, 27/11/2019.

Gascón Barberá, Marcel. “Romanian President Confident of Clinching Second Term” Balkan Insight, 22/11/2019.

Gascón Barberá, Marcel. “Romanian President Iohannis Re-Elected by Large Majority” Balkan Insight, 25/11/2019.

Magno, Francesco. “Presidenziali in Romania: polveri bagnate” Osservatorio Balcani e Caucaso, 06/11/2019.

Magno, Francesco. “ROMANIA: Vittoria (a metà) di Iohannis” EastJournal, 11/11/2019.

Tomiuc, Eugen. “Iohannis Set For Big Win In Romanian Presidential Election” Radio Free Europe, 23/11/2019.

Tomiuc, Eugen. “Iohannis Reelected President On Pledge To Build ‘Modern, European’ Romania” Radio Free Europe, 25/11/2019.

 

 

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