Bernie Sanders, un outsider in politica estera

di Laura Santilli

Bernie Sanders, senatore del Vermont e fondatore nel 1991 del Congressional Progressive Caucus, è uno degli ormai dodici candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti. Fin dagli inizi del suo impegno politico, si è sempre contraddistinto per la coerenza tra i suoi ideali politici e le azioni portate avanti. L’idea di politica estera e quindi il programma proposto per le elezioni del prossimo novembre possono essere descritti con tre aggettivi: progressista, responsabile e inclusivo.

Quale idea di politica estera per gli Stati Uniti?

La postura che gli Stati Uniti dovrebbero avere in politica estera è senza dubbio multilaterale per Bernie Sanders e ben lontana, quindi, dall’idea di hyperpuissance e unilateralismo concretizzati dalle amministrazioni statunitensi che si sono succedute dopo l’11 settembre 2001, in modo particolare dalle due presidenze di George W. Bush. Tale data ha infatti segnato un punto di non ritorno nell’approccio dei governi americani in politica estera. Al centro dell’idea di politica estera di Sanders c’è invece un ritorno necessario e non più prorogabile alla diplomazia da parte degli Stati Uniti e a tutti i mezzi utili a metterla in atto, primo tra tutti le Nazioni Unite. I meccanismi di funzionamento di queste ultime devono essere modificati in modo consistente secondo il senatore statunitense, per divenire uno strumento funzionale, snello e al servizio delle popolazioni, non una pesante macchina burocratica autoreferenziale dei governi dei Paesi che siedono al Consiglio di Sicurezza.

Secondo Sanders, inoltre, gli Stati Uniti dovranno essere i promotori di una nuova coerenza e reciprocità tra la propria politica interna ed estera. I diritti fondamentali dell’uomo alla base della democrazia americana sono anche il principio ispiratore della politica estera che si è proposta finora, promotrice di una missione civilizzatrice ed egualitaria nel mondo. Sanders invita dunque a riflettere su come sia possibile voler promuovere la democrazia e la tutela dei diritti umani in Medio Oriente, ad esempio, se all’interno degli stessi Stati Uniti vi sono gravi problemi, lacune e violazioni in materia di diritti umani. E’ necessario allora che il nuovo presidente degli Stati Uniti attui una vera e propria rivoluzione all’approccio che ha finora contraddistinto la politica estera americana per ridarle, forse prima di tutto, credibilità.

 

Fonte: Wikimedia Commons

L’agenda di politica estera per la campagna presidenziale

Il filo conduttore del programma per la campagna presidenziale è la ferma volontà di porre fine alle guerre iniziate dagli Stati Uniti: essi non dovranno più intervenire in conflitti infiniti che non sono affatto una garanzia di maggiore sicurezza per il Paese e non rappresentano un modello per la difesa contro il terrorismo. E’ un esempio in questo senso la guerra iniziata nel 2003 in Iraq dall’allora amministrazione Bush a cui Sanders si oppose fin da subito. Questa guerra, voluta tra l’altro anche per fermare il terrorismo jihadista allora rappresentato principalmente da Al Qaeda, non ha prodotto altro che la destabilizzazione del Paese e di tutta la regione mediorientale e anzi, con la costituzione dell’ISIS, un nuovo tipo di terrorismo ancora più incontrollato.

È indispensabile che il Congresso americano riprenda il controllo della politica estera statunitense, dopo averlo delegato per diverso tempo alle decisioni autonome dei presidenti statunitensi, come dimostra anche l’ultima scelta del presidente Trump riguardo l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. In aperta opposizione alle lobby delle armi americane, Sanders crede in un utilizzo esclusivamente difensivo delle forze militari e prevede anche un ribilanciamento dei fondi riservati finora al Pentagono. La sfida più importante di cui gli Stati Uniti dovranno essere i capofila è la lotta al cambiamento climatico, le cui uniche armi saranno la partecipazione attiva di tutti i cittadini americani e un impegno costante da parte del Congresso nell’attuare le proposte incluse nel Green New Deal. Questo progetto è il centro del programma di politica estera di Sanders proprio perché dovrà rappresentare una sfida mondiale, e gli Stati Uniti costituiranno un punto di riferimento da cui apprendere l’importanza e l’urgenza della lotta al cambiamento climatico.

Bernie Sanders, inoltre, vorrebbe creare un nuovo modello di partnership con la Russia e la Cina, Paesi a cui gli Stati Uniti non dovranno guardare con timore o con il desiderio di costruire delle relazioni esclusivamente economiche. Egli infatti ritiene importante che i rapporti tra Paesi diversi siano creati dal basso, tra gli stessi cittadini: soltanto in questo modo i governi potranno poi creare delle solide basi di dialogo diplomatico e anche economico permanenti.

La coerenza al primo posto

La forza del programma di Bernie Sanders per le presidenziali è, non soltanto in politica estera, la grande coerenza delle sue idee politiche, maturata fin dai primi anni del suo impegno. Egli si è sempre opposto a ogni tipo di intervento armato, primo fra tutti alla guerra in Vietnam. In questo senso Sanders è un vero è proprio outsider della one-party foreign policy statunitense: sia il partito democratico sia quello repubblicano, per quanto riguarda la politica estera, sono sempre stati accomunati dall’idea della missione civilizzatrice americana che deve essere realizzata con qualsiasi mezzo, e quindi anche con la forza militare. Sebbene con nomi differenti, “interventi di stabilizzazione” o “missioni di pace” da parte democratica e “attacchi preventivi” o “missioni di diffusione della democrazia” da parte repubblicana, le lobby delle armi hanno sempre avuto gioco facile con entrambi i partiti politici.

Le ultime scelte di Sanders in diplomazia estera, l’opposizione alla guerra in Iran già da quando questo venne inserito nella lista dei “Paesi canaglia” da Bush nel 2002 insieme all’Iraq e alla Corea del Nord, e la presentazione al Congresso nel 2018 di una risoluzione per bloccare l’intervento statunitense in Yemen non sono che due ulteriori conferme della sua volontà di creare un modello totalmente nuovo di politica estera.

 

Fonti e approfondimenti

Alex Ward, “Read: Bernie Sanders’s big foreign policy speech, Vox, 21/09/2017

Council on Foreign Relations, “Ending America’s endless war”, Foreign Affairs, 24/06/2019

Benjamin Wallace-Wells, “Bernie Sanders imagines a progressive new approach to Foreign Policy”, The New Yorker, 13/04/2019

Bernie Sanders, “Let’s talk about the military budget”, In these Times, 02/2019

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