L’Italia e l’opportunità dei Fondi UE in risposta al COVID-19

Fondi strutturali emergenza coronavirus
Coronavirus, 11 miliardi di fondi UE disponibili per l'Italia (credits: Politico.eu)

Il momento di rispondere all’emergenza sanitaria è arrivato oramai in quasi tutto il continente europeo: i governi si sono adoperati a imporre misure di contenimento più o meno restrittive che vanno a incidere sulla vita e le abitudini dei propri cittadini. A tenere occupate le cancellerie europee vi è, da un lato, la gestione dei sistemi sanitari nazionali, che costituiscono la prima linea della battaglia contro l’epidemia; dall’altro, la tenuta del tessuto economico nazionale, che necessita oggi di risposte immediate e in futuro di misure maggiormente articolate per far fronte a uno shock economico per il continente.

Premesso l’assoluto ruolo da protagonisti degli esecutivi nazionali, anche l’Unione europea è attiva in diversi fronti di risposta al COVID-19. Oltre a essere il luogo del coordinamento tra Stati, l’UE sta agendo oramai da settimane in ambiti di sua competenza. Tra gli interventi, possiamo citare l’allentamento dei vincoli di bilancio con la sospensione del Patto di stabilità e crescita, così come l’avvio di programmi di acquisto titoli da parte della Banca centrale europea (nonostante le iniziali reazioni confuse da parte della presidente Christine Lagarde).

Oggi parleremo in dettaglio di come la Commissione intenda utilizzare le risorse dei fondi strutturali per venire in aiuto agli Stati europei. In particolare, proprio lo scorso 13 marzo la Commissione europea ha inoltrato a Consiglio e Parlamento la proposta di emendamento ai Regolamenti che disciplinano l’uso dei Fondi strutturali. L’obbiettivo è di mobilitare 25 miliardi di euro dalle risorse europee al fine di fronteggiare l’emergenza sanitaria, sociale ed economica del COVID-19. Il testo, approvato senza emendamenti dal Consiglio dell’UE, attende ora solo il voto del Parlamento per entrare in vigore.

Da dove provengono le risorse straordinarie?

È importante precisare che non parliamo di un fondo ad hoc in risposta al COVID-19, ma di “una iniziativa per utilizzare fondi già esistenti” così come specificato dai portavoce della Commissione. Ciò comporta una grande difficoltà nel capirne il funzionamento e, a prima vista, una modesta incidenza sotto un profilo finanziario. La limitatezza del bilancio europeo e delle abilità fiscali di Bruxelles rende difficilmente realizzabile, tuttavia, qualsiasi altro progetto. A ben vedere, i Paesi che potrebbero beneficiare maggiormente della misura sono proprio quelli che gestiscono in maniera meno virtuosa le opportunità finanziarie derivanti dai fondi strutturali, Italia in primis, salvo che tali difficoltà non si dimostrino troppo grandi e radicate nell’amministrazione da precludere al nostro Paese questa opportunità.

La Commissione intende infatti esentare gli Stati membri dall’obbligo di restituire i finanziamenti europei non spesi nell’ambito dei Fondi strutturali. Parallelamente è conferita alle autorità nazionali la possibilità di utilizzare tali risorse in attività non precedentemente previste, in particolare per accelerare gli investimenti volti a fronteggiare l’emergenza COVID-19. Il tutto, è importante sottolineare, solamente nel limite delle quote finanziarie già assegnate da Bruxelles ai vari Paesi. Ad esempio, si legge nella proposta di regolamento, il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) potrà sostenere il finanziamento del capitale circolante delle Piccole e Medie Imprese (PMI) al fine di rispondere alla crisi. O ancora, le priorità d’investimento del FESR volte a rafforzare ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione sono modificate in modo da comprendere gli investimenti in prodotti e servizi necessari a promuovere le capacità di risposta alle crisi dei servizi sanitari pubblici.

Le modifiche e l’incidenza della proposta

Come è noto, in circostanze ordinarie l’utilizzo dei Fondi europei è legato a un cofinanziamento nazionale che ogni autorità beneficiaria deve affiancare ai finanziamenti provenienti dal bilancio europeo.

La programmazione del bilancio europeo è organizzata per cicli di sette anni secondo  il Quadro Finanziario Pluriennale (MFF). Quando prepara il progetto di bilancio annuale, la Commissione deve rispettare i limiti fissati da questa programmazione, che indica i massimali di spesa, provenienti in gran parte dai contributi degli Stati membri dell’UE. Per quanto riguarda le risorse per la politica di coesione (che comprende FESR, FSE e altri fondi specifici), il bilancio pluriennale dell’Unione ha stanziato complessivamente, per tutti i 28 Paesi UE, 325,14 miliardi di euro (37,5% del bilancio). Tali risorse finanziano migliaia di progetti volti – generalmente – a stimolare competitività, innovazione, crescita e coesione nel territorio europeo.

La programmazione 2014-2020 impone la c.d. “regola N+3” che vincola la spesa effettiva entro il terzo anno dall’impegno dei fondi, pena il disimpegno di questi. La proposta va a incidere proprio sul disimpegno dei fondi non utilizzati. Come accennato, Bruxelles rinuncerà a chiedere indietro gli stanziamenti non ancora utilizzati e prossimi al disimpegno (7,5 miliardi di euro) e concederà alle autorità nazionali di utilizzarli come quota di cofinanziamento nazionale da combinare ad altri investimenti nell’ambito dei Fondi strutturali.

È da questa combinazione di risorse in scadenza con risorse in programmazione che l’esecutivo UE punta a generare un effetto moltiplicatore per  far sì che “alla luce dei tassi medi di cofinanziamento tra gli Stati membri, i 7,5 miliardi saranno in grado di innescare il rilascio e l’utilizzo di circa 17,5-18 miliardi di finanziamenti”. A tale ammontare si aggiungerebbero, infine, circa 8 miliardi già esistenti, provenienti dal Fondo di Solidarietà dell’Unione europea (similmente ricalibrato per far fronte al COVID-19) così da raggiungere la cifra di 25 miliardi annunciata dalla Commissione.

L’Italia e i Fondi strutturali, un’ultima chance

La portata effettiva in termini finanziari della proposta è, a oggi, difficilmente valutabile. L’effettivo ammontare sarà chiaro solo una volta approvata la proposta e avviate le procedure in base alle nuove regole. In un’intervista al Corriere della Sera, Ursula von der Leyen stima il beneficio per l’Italia intorno agli 11 miliardi.

Uno sguardo più ampio ci mostra ancora una volta lo scandaloso ritardo del nostro Paese nell’utilizzare i Fondi europei. Analizzando i Fondi strutturali, rispetto ai 44,8 miliardi (stanziati dall’UE) previsti per l’Italia nella programmazione 2014-2020, con l’aggiunta di quasi altri 30 miliardi (che dovrebbero cofinanziare Stato e Regioni) si arriva alla quota di 73,2 miliardi che in Italia potremmo e dovremmo spendere entro il 2023, termine ultimo prima del disimpegno secondo la N+3. Tuttavia, dall’analisi dei soli programmi nazionali e regionali FSE e FESR (53 miliardi programmati) emerge che attualmente deve ancora essere impegnato il 42% delle risorse, ossia circa 22 miliardi, mentre rispetto a quanto fissato non è ancora stato effettivamente speso il 47% delle risorse, ossia circa 13 miliardi.

Programmi/fondo PON-POR/FSE -FESR
Programmato 2014-2020 53.238.293.934,00
Impegni dei progetti 31.036.786.274,60
Pagamenti dei progetti 16.552.428.830,55
Impegni/programmato (%) 58%
Pagamenti/programmato (%) 31%
Pagamenti/impegni (%) 53%

 

Le recenti misure anti-crisi sono costate 25 miliardi (presi a debito) mentre almeno 13 miliardi sarebbero utilizzabili liberamente e senza aggravare ulteriormente le finanze pubbliche. In tale ottica, la proposta di Bruxelles può rivelarsi un’importante sponda per fronteggiare le conseguenze immediate della pandemia, tanto sul piano sanitario che su quello economico. Inoltre, se tali misure fossero prorogate andando a coprire il periodo post COVID-19, l’Italia potrebbe fare affidamento su una disponibilità di risorse certamente utili e senza incidenza sul deficit per fronteggiare il delicato post-epidemia.

È, dunque, sperabile che esecutivo e amministrazione pubblica colgano l’occasione di rimediare a una decennale mancanza di intraprendenza e visione politica rispetto alle opportunità che una corretta gestione dei Fondi strutturali comporta. Dovremmo augurarci che ciò avvenga soprattutto pensando a quelle zone del Paese che meno di altre hanno saputo beneficiare delle risorse in arrivo da Bruxelles e che più potrebbero soffrire i colpi di coda economici del COVID-19. 

 

Fonti e approfondimenti

Nicola Patrizi, “Non bisogna sprecare le risorse dei fondi strutturali, è necessaria una revisione per aiutare l’economia italiana rispetto alla crisi economica generata da Covid19“, Comunicato stampa del presidente Federterziario, 23 marzo 2020

IFEL Fondazione Anci, La dimensione territoriale nelle politiche di coesione, stato di attuazione e ruolo dei Comuni nella programmazione 2014-2020, nona edizione, 2019

Francesca Basso e Barbara Stefanelli, Coronavirus, Von der Leyen: «Il patto di Stabilità è sospeso, ora il bilancio italiano può gestire la crisi. Fine degli egoismi», Intervista pubblicata sul Corriere della Sera, 21 marzo 2020

Council of the EU, COVID-19 – Council gives go-ahead to support from EU budget, Press release, 18 marzo 2020

Proposta della Commissione Europea

 

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