La diaspora cinese in Tailandia: thai, cinesi, o sino-thai?

Storicamente, la Tailandia è stata tra le destinazioni privilegiate dai migranti che lasciavano la Cina per il sudest asiatico. La diaspora cinese in Tailandia ha rappresentato un elemento fondante della società del Paese, con un terzo della sua popolazione totale costituita da persone di etnia cinese. Il Partito Comunista Cinese (PCC) attua diverse strategie di coinvolgimento mirate a (ri)connettersi con il grande numero di comunità diasporiche cinesi presenti nel Paese. Ciò nonostante, queste comunità hanno attraversato processi di formazione identitaria molto complessi e presentano caratteristiche culturali, retroterra storici e politici che a volte sono difficilmente conciliabili con i dettami del PCC.

La diaspora cinese in Tailandia, una prospettiva storica: i regni di Sukhothai e Ayutthaya

I movimenti migratori tra Cina e Tailandia sono stati da sempre fondamentali nella creazione del tessuto sociale tailandese. Basta pensare che la Cina è la terra ancestrale dalla quale i popoli thai si spostarono verso il sudest asiatico, a seguito dell’espansione a sud-ovest dei popoli Han nel VI secolo. Nel sudest asiatico, i thai si svilupparono nel territorio come un gruppo etnico a sé stante – che mantenne stretti contatti con altri gruppi etnici di origine cinese.

Le prime testimonianze di migrazioni tra i due Paesi risalgono al regno Sukhothai (XIII-XIV secolo), uno dei primi regni di Siam. Durante il regno di Ayutthaya (XIV-XVIII secolo), la caduta della dinastia Ming in Cina e l’ascesa della dinastia mancese dei Qing (1644) portò diversi dissidenti politici a migrare dalla Cina all’attuale Tailandia.

I migranti di questo periodo provenivano dalla Cina meridionale, seguendo le vie commerciali marittime da Fujian e Guandong. La maggioranza era di etnia Han, ma apparteneva a diversi gruppi dialettali. Tra questi il principale era l’hokkien, seguito da teochew, hakka, cantonese e hainanese. Gli appartenenti al gruppo dialettale hokkien si affermarono con successo come mercanti di corte nel regno di Ayutthaya. Altre comunità erano di etnia Hui, discendenti di commercianti che si erano insediati in Cina dall’Asia centrale. Gli Hui migrarono verso la Tailandia per vie terrestri, soprattutto dallo Yunnan.

[/media-credit] Cina e Tailandia nella regione e, a destra, nel dettaglio, Yunnan, Guangong e Fujian dove hanno originato le migrazioni. Immagine create su mapchart.net

Dal regno di Thonburi al colonialismo britannico

Nel Siam della seconda metà del XVIII secolo, le comunità diasporiche cinesi detenevano forti poteri economici e politici. Caduta Ayutthaya, un generale di origini cinesi, Taksin, assunse il comando del nuovo regno e trasferì la capitale a Thonburi. Questa era una città portuale fondamentale per i commerci con la Cina dei Qing, e ospitava una delle più grandi comunità cinesi del tempo.

Il ruolo della diaspora cinese come intermediaria in questioni economiche e politiche tra Siam e Cina fu fondamentale per instaurare e mantenere il potere della dinastia Chakri, che regna dal XVIII secolo. Rama I, successore di Taksin e fondatore della dinastia Chakri, si dichiarò arbitrariamente discendente cinese per accedere a benefici e privilegi accordati dai Qing alla diaspora.

Nel XIX secolo, l’espansionismo britannico in Asia pose fine all’egemonia economica Qing. Il Regno di Siam cessò di essere tributario dell’Impero cinese, e le comunità diasporiche cinesi persero buona parte del loro ruolo nell’economia e nella politica del Regno. Mentre gli appartenenti alle classi sociali più ricche divennero spesso agenti del capitalismo coloniale britannico, quelli delle classi più povere continuarono ad assimilarsi alla classe media tailandese.

Nel frattempo, l’instabilità politica ed economica in Cina stimolò nuove ondate migratorie. Queste spinsero nel Regno di Siam nuove comunità che, per quanto appartenenti a gruppi etnici e dialettali simili, avevano caratteristiche culturali e ideologie politiche molto diverse da quelle delle comunità diasporiche già insediate.

XX secolo: la diaspora cinese in Tailandia, tra nazionalismi in contrasto

Nel XX secolo, le comunità cinesi in Tailandia furono strumentalizzate dai regnanti per costruire un’identità nazionale. I discendenti di origine cinese, che formavano la più grande minoranza etnica del Paese, divennero un riferimento simbolico utilizzato per identificare l’Estraneo, in contrapposizione al quale creare il Nazionale. Questo fenomeno fu particolarmente evidente in due momenti di svolta per la Cina: a cavallo della rivoluzione repubblicana del 1911 e di quella comunista nel 1949.

Preoccupati che la rivoluzione repubblicana in Cina potesse diffondere sentimenti antimonarchici, i regnanti tailandesi attuarono una serie di politiche restrittive nei confronti delle comunità diasporiche cinesi. Queste si trovarono a dover scegliere tra assimilazione assoluta ed esclusione. La Legge sulla Naturalizzazione del 1913 imponeva ai discendenti di origine cinese di assumere la cittadinanza tailandese e abbandonare i loro cognomi cinesi. Scuole e associazioni connesse alla diaspora cinese furono portate sotto stretto controllo governativo. L’articolo del re Rama VI del 1914, intitolato “Ebrei d’Oriente”, mostra come il crescente nazionalismo del Regno di Siam fosse largamente fondato su un sentimento anticinese – che ignorava quanto le comunità diasporiche fossero parte integrante del tessuto sociale tailandese.

Il sentimento anticinese si rafforzò con il passaggio da monarchia assoluta a costituzionale nel 1932. Sforzi per eliminare scuole, giornali e associazioni gestite dalle comunità cinesi, così come gli arresti dei loro rappresentanti, si moltiplicarono. Queste politiche erano giustificate dal timore che le comunità diasporiche diffondessero l’ideologia comunista nel Paese.

Nel frattempo, nelle comunità diasporiche cinesi cresceva la frammentazione interna. Alcune cercavano la piena integrazione, mentre altre mantenevano un sentimento di attaccamento alla loro madrepatria ancestrale. Queste frange nazionaliste erano ulteriormente divise tra pro-Kuomintang (KMT) e pro-comunisti.

Subito dopo la vittoria comunista del 1949, la situazione si rilassò. Il PCC tagliò i contatti con le comunità diasporiche per concentrarsi sulla ricostruzione interna e il governo tailandese allentò il controllo sui discendenti cinesi. Emblema di questo nuovo atteggiamento del governo tailandese fu l’approccio rilassato che questo ebbe verso una nuova ondata migratoria proveniente dalla Cina, formata principalmente da ex soldati del KMT che dallo Yunnan (ultima Provincia cinese nel sud) si insediarono tra gli anni Cinquanta e Sessanta nella Tailandia settentrionale.

Ritorno al presente: tentativi di coinvolgimento del PCC

La presenza di una grande minoranza etnica riconducibile alla Cina ha fatto sì che la Tailandia divenisse un obiettivo privilegiato per le strategie attuate dal PCC per (ri)connettersi alla diaspora cinese. Dopo il disinteresse iniziale, a partire dagli anni Ottanta il Partito ha cercato di coinvolgere le comunità diasporiche cinesi in Tailandia – supportando la creazione e/o il rafforzamento di legami economici e culturali tra la diaspora e la Repubblica Popolare Cinese.

Benefici economici e capitalismo d’oltremare

Il boom economico attraversato dalla Cina a cavallo del nuovo millennio, insieme al crescente ruolo politico esercitato da Pechino sulla scena internazionale, hanno fatto sì che i rapporti tra i due Paesi migliorassero. L’affiliazione alla Cina è tornata a essere un elemento con potenziali benefici economici. Di conseguenza, molti tailandesi discendenti di antiche ondate migratorie hanno rivendicato la loro identità cinese – spesso dopo aver passato gran parte delle loro vite identificandosi come tailandesi, e ignorando questo aspetto nella loro costruzione identitaria. Molti di questi “cinesi ritrovati” sono diventati membri di associazioni economiche e imprenditoriali che connettono i “cinesi d’oltremare” con la Cina.

Diplomazia culturale

L’ascesa di Pechino ha fatto sì che la cultura cinese diventasse un altro elemento di forza nell’arsenale diplomatico del Partito. Esso ha essenzializzato uno sviluppo culturale estremamente variegato sotto l’ombrello di “cultura millenaria cinese” e si è posto come guardiano di questa presunta tradizione unitaria. Il PCC ha così fatto dell’insegnamento della lingua e cultura cinese alle comunità diasporiche la punta di diamante della sua strategia diplomatica mirata ad accrescere il suo soft power.

La Tailandia settentrionale ci offre un esempio interessante. Qui il Partito ha offerto finanziamenti in supporto alle attività educative organizzate dalle comunità diasporiche. Finanziamenti dal PCC sarebbero stati elargiti a patto che le scuole avessero abbandonato il sistema educativo e di scrittura taiwanese, più diffuso, conformandosi a quello della RPC. Tra le comunità diasporiche, diverse non solo da un punto di vista etnico e dialettale ma anche ideologico e politico, le reazioni sono state miste. Mentre alcune comunità hanno accettato, altre hanno rifiutato ogni tipo di supporto e hanno mantenuto il sistema taiwanese.

Thai, cinesi o sino-thai?

Le comunità diasporiche cinesi hanno avuto un ruolo fondamentale nella creazione della Tailandia come la conosciamo oggi. Nel corso della storia, realtà economiche e politiche hanno fatto sì che queste comunità fossero inglobate o respinte dal tessuto sociale tailandese. Di conseguenza, la diaspora ha dato diverso rilievo ai (presunti o reali) legami che intratteneva con la madrepatria ancestrale.

Le strategie di (ri)connessione con la diaspora attuate dal PCC hanno avuto parziale successo. Per alcune comunità diasporiche, il prospetto di benefici economici è stato determinante nel rivendicare la loro connessione con la Cina. Questa rivendicazione è stata resa possibile dall’eterogeneità etnica che caratterizza la Tailandia, in cui l’identificazione con un’etnia è sempre più autonoma e fluida. Oggi è infatti difficile, se non impossibile, distinguere thai e cinesi, e definire chi sia sino-thai.

Confrontate con la resistenza di svariate comunità in conflitto culturale, ideologico e politico con il Partito, queste strategie non sono però state infallibili. Dunque, l’idea dei “cinesi d’oltremare” come gruppo unitario che supporta e diffonde la linea di Partito non corrisponde alla realtà.

 

Fonti e approfondimenti

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