Ricorda 1970: la sparatoria alla Kent State University

Nel maggio del 1970, il presidente Nixon annunciò l’invasione della Cambogia. L’azione andava ad ampliare la guerra portata avanti contro il Vietnam, a cui Nixon aveva affermato di voler porre fine. Se la maggioranza degli statunitensi appoggiava la linea politica portata avanti dal presidente, i democratici, la stampa, gli imprenditori e il mondo accademico erano invece contrari all’estensione del conflitto. Tra le maggiori espressioni di tale dissenso si collocano le manifestazioni tenute dagli studenti della Kent State University, che si conclusero tragicamente il 4 maggio 1970.

I fatti di Kent State

Le proteste iniziarono il 1° maggio, quando il presidente Nixon ufficializzò l’azione. Nel corso della mattinata si svolsero diversi comizi, del tutto pacifici, all’interno del campus. Appena prima di mezzanotte, su una strada del centro città, un piccolo gruppo di manifestanti accese un falò, richiamando l’attenzione della polizia locale. Gli studenti si riversarono in strada per vedere cosa stesse succedendo. A quel punto la situazione precipitò: si era creata una folla consistente lungo tutta la via e si verificarono episodi violenti con lanci di bottiglie e vetrine in frantumi. Alle 3 del mattino la polizia mise in fuga i manifestanti, lanciando lacrimogeni.

Il giorno seguente, nonostante la situazione si fosse in parte calmata, il sindaco di Kent, Leroy Satrom chiese al governatore dell’Ohio l’aiuto della Guardia Nazionale per mantenere l’ordine. Quando, quella sera stessa, 750 uomini della Guardia Nazionale arrivarono in città, si stava tenendo una manifestazione durante la quale i dimostranti appiccarono fuoco all’ufficio del Reserve Officer Training Corps (ROTC) all’interno del campus.

Il 3 maggio quasi 1200 elementi della Guardia Nazionale occuparono l’Università. Una conferenza stampa del governatore Rhodes diede vita all’ipotesi, diffusa tra la Guardia Nazionale e i dirigenti dell’Università, che sarebbe stato dichiarato lo stato di legge marziale, grazie al quale il controllo del campus sarebbe passato nelle mani dell’esercito. Tuttavia, Rhodes non avanzò mai richiesta al tribunale per ottenere un’ordinanza che dichiarasse lo stato d’emergenza, che avrebbe reso illegali i raduni.

In serata si verificarono nuovi scontri. Circa duecento dimostranti bloccarono l’incrocio all’ingresso del campus, chiedendo di poter incontrare il governatore Rhodes e il preside. Fra le richieste degli studenti c’erano l’abolizione del ROTC, la riduzione delle tasse universitarie, l’amnistia per le persone arrestate durante le proteste dei due giorni precedenti e il ritiro della Guardia Nazionale. L’assembramento venne sciolto in poco tempo dal lancio di lacrimogeni.

A seguito degli scontri e dell’arrivo della Guardia Nazionale, gli eventi programmati nei giorni successivi furono annullati. Lunedì 4 maggio, però, poco prima di mezzogiorno, circa 500 persone si riunirono negli spazi comuni dell’università. I militari ordinarono alla folla di disperdersi, utilizzando dei lacrimogeni. A causa del vento, questi ultimi si rivelarono inefficaci e la folla rispose con urla e lanci di pietre. Settanta soldati della Guardia Nazionale con le baionette inastate avanzarono in gruppo verso i dimostranti. Ben presto si trovarono intrappolati su un campo da allenamento di atletica, recintato su tre lati. Iniziarono quindi ad arretrare nella direzione dalla quale erano venuti, seguiti da alcuni manifestanti. Quando raggiunsero la cima di una collinetta, ventotto soldati si voltarono verso la folla e spararono un numero di colpi compreso tra 61 e 67, uccidendo quattro studenti e ferendone nove.

Le vittime furono Allison Krause, Jeffrey Miller, Sandra Scheuer e William Schroeder, tutti di età compresa tra i 19 e i 20 anni. Solo uno dei quattro studenti deceduti stava realmente prendendo parte alla protesta. Inoltre, una delle vittime, William Schroeder, era membro del capitolo del ROTC (servizio militare universitario).

Conseguenze

Subito dopo la sparatoria, i militari si ritirarono all’interno delle facoltà, circondati dalla folla infuriata. L’intervento della sicurezza del campus e di una delegazione di professori evitò ulteriori scontri: gli studenti furono persuasi a non mettere in pericolo la propria vita, poiché la Guardia Nazionale avrebbe potuto sparare ancora.

L’Università chiuse immediatamente. Le lezioni non ripresero fino all’estate del 1970 e i membri della facoltà si impegnarono in numerose attività fuori dal campus che consentirono agli studenti di terminare regolarmente il semestre.

Quanto accaduto alla Kent State provocò in tutto il Paese un incremento senza precedenti dell’attivismo contro la guerra e la violenza. Le proteste studentesche arrivarono anche in istituti che fino a quel momento ne erano rimaste immuni, come l’Università dell’Arizona e del Nebraska, portando alla chiusura di molti atenei. In questo clima di protesta si verificò un’altra sparatoria all’interno di un campus universitario, quello della Jackson State University, in Mississippi. In questo caso le forze dell’ordine esplosero circa 150 colpi, uccidendo due studenti afroamericani e ferendone altri dodici.

Nel giugno del 1970, Nixon creò la commissione Scranton (Campus Unrest) per esaminare il fenomeno della violenza nei campus e, più nello specifico, le sparatorie della Kent State e della Jackson University. Il rapporto conclusivo della commissione, pur ritenendo che le azioni “criminali e violente” dei manifestanti avessero contribuito alla tragedia, ammoniva in maniera categorica il futuro uso delle armi nei confronti dei dimostranti.

Perché la Guardia Nazionale ha aperto il fuoco?

I militari hanno dichiarato di aver sparato perché temevano per la propria vita. Il Tribunale federale ha accolto questa tesi difensiva, ritenendo che l’avanzata dei manifestanti costituisse una minaccia seria e immediata alla sicurezza dei militari, che quindi avrebbero aperto il fuoco nel tentativo di difendersi. Nel processo civile del 1975, la giuria ha stabilito che nessuno dei membri della Guardia Nazionale era legalmente responsabile per le sparatorie. La decisione fu poi annullata dalla Corte d’Appello.

Le controversie legali delle sparatorie del 4 maggio si sono concluse nel gennaio 1979 con un accordo stragiudiziale che prevedeva una dichiarazione firmata da 28 imputati e un accordo economico: il risarcimento di 675 mila dollari fu pagato alle famiglie delle vittime direttamente dalle casse dello Stato dell’Ohio. Per quanto riguarda la dichiarazione firmata dai membri della Guardia Nazionale, si deve evidenziare che per loro non corrispondeva a un’ammissione di colpevolezza o a delle scuse: hanno solo riconosciuto che la situazione si sarebbe potuta risolvere in altro modo (“Hindsight suggests that another method would have resolved the confrontation”) e hanno espresso rammarico per le giovani vite spezzate.

Fonti e approfondimenti:

Encyclopaedia Britannica, Kent State Shooting.

History.com, Kent State Shooting.

Tratto da “I maestri del giornalismo – Omicidi Americani”: The Akron Beacon Journal, Kent State University: 4 morti e 11 feriti (premio Pulitzer 1971, categoria “cronaca locale”)

Web Archive.org, Jerry M. Lewis and Thomas R. Hensley, The  May 4 shootings at Kent State University: the search for historical accuracy.

U.S. Government Printing Office, Report of the President’s Commission on Campus Unrest (1970)

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

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