Il 4° fra tutti i diritti dell’UE: il trattamento umano e il contributo della Carta

Il 4° fra tutti i diritti dell’UE: il trattamento umano e il contributo della Carta
Image: courtesy of Miloladesign

A cura di Gabriel N. Toggenburg

Avete mai assistito a un “volo di rimpatrio”? Io sì, e non è stata una bella esperienza. Ero seduto al posto 25A, quando una persona seduta nell’ultima fila ha iniziato a urlare: “Gesù, aiuto, aiutatemi, non sono un animale”. Ci è voluto un po’ di tempo per capire: tre ufficiali stavano scortando una donna nigeriana verso il suo Paese d’origine. Ovviamente contro la sua volontà.

I ritorni forzati sono uno strumento della lotta contro l’immigrazione irregolare. E quando sono effettuati rispettosamente e in osservanza dei diritti fondamentali, sono legali e legittimi.

Ma essere testimone diretto di un esercizio di forza pubblica ci ricorda come sia importante la proibizione della tortura e del trattamento inumano, tanto più nel caso dei rimpatri forzati. Tra il 1991 e il 2015 quasi 20 persone sono morte nel corso di tentativi di espulsione dall’Europa.

La Carta dei diritti fondamentali in azione: mettere i freni alla “fiducia cieca”

L’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea stabilisce che Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti.”  Né la Carta né la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) forniscono però una definizione adeguata. La CEDU ha spesso fatto riferimento alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli. L’art. 1 (1) della Convenzione recita:

Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate“.

Cosa significa, dunque, questo diritto nella pratica legale? Vediamo il caso del signor Pál Aranyosi.

Il signor Aranyosi è ungherese e oggi ha 24 anni. Sei anni fa, commise un crimine in Ungheria: fece irruzione in un’abitazione e in un edificio scolastico rubando in totale meno di 4.000 euro. Fu arrestato in Germania a seguito di un mandato d’arresto europeo emesso contro di lui.

Come è possibile? Nell’UE tutti gli Stati devono aiutarsi a vicenda nella lotta contro la criminalità e i criminali. L’UE costruisce uno “spazio di libertà, sicurezza e giustizia”. Ciò significa sempre più spesso che una sentenza emessa da un tribunale di uno Stato membro dell’UE deve essere riconosciuta ed eseguita in tutti gli altri Stati membri. Sulla base del concetto di “fiducia reciproca”, tutte le decisioni giudiziarie “viaggiano liberamente” e devono essere attuate direttamente senza alcuna valutazione preliminare della qualità del sistema giudiziario in un determinato Paese. Ma cosa succede se gli standard dei diritti fondamentali nel Paese A sono inferiori a quelli del Paese B?

Tornando alla nostra storia, il signor Aranyosi non si consegnò alle autorità ungheresi e sollevò la questione che le condizioni di detenzione in alcune prigioni ungheresi non soddisfano i requisiti minimi degli standard europei. È qui che è entrata in gioco la Carta. Il tribunale tedesco che si occupò del caso chiese assistenza alla Corte di giustizia dell’Unione europea a Lussemburgo per un’interpretazione corretta del diritto comunitario. In una decisione storica, la Corte  dichiarò che:

quando l’autorità giudiziaria dello Stato membro d’esecuzione [lo Stato cui è stato chiesto di eseguire il mandato d’arresto] dispone di elementi che attestano un rischio concreto di trattamento inumano o degradante dei detenuti nello Stato membro emittente [lo Stato che chiede la consegna di una persona],tenuto conto del livello di tutela dei diritti fondamentali garantito dal diritto dell’Unione e, in particolare, dall’articolo 4 della Carta … essa è tenuta a valutare la sussistenza di tale rischio … Invero, l’esecuzione di un siffatto mandato non può condurre a un trattamento inumano o degradante di tale persona” (paragrafo 88 della sentenza). 

Anche nella legislazione UE si trovano riferimenti al divieto di tortura e trattamenti degradanti. Ad esempio il regolamento UE n. 656/2014, che stabilisce le regole per la sorveglianza delle frontiere marittime detta dei limiti all’azione di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. L’art. 4 (1), infatti, stabilisce che l’agenzia non può sbarcare, costringere a entrare, condurre o consegnare in altro modo una persona alle autorità di un Paese in cui sussiste un “serio rischio che la persona sia soggetta a pena di morte, tortura, persecuzione o altro trattamento inumano e degradante o punizione”.

Cosa dicono le Costituzioni degli Stati membri?

Ovunque gli esseri umani subiscano limitazioni della loro libertà, come nel caso di carceri, centri di detenzione, istituti speciali, c’è il rischio che essi possano essere oggetto di trattamento inumano e degradante. Non sorprende che la stragrande maggioranza delle Costituzioni contenga esplicitamente il divieto di tortura, di trattamenti disumani o degradanti. Solo quattro Stati membri – Belgio, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo – hanno infatti una Costituzione il cui testo non sancisce esplicitamente il divieto di tortura.

Alcune Costituzioni aggiungono degli aspetti specifici. L’art. 29 (1) della Costituzione bulgara proibisce esplicitamente l’assimilazione forzata, l’art. 7 (2) della Costituzione greca fa esplicito riferimento alla “violenza psicologica”, così come la Costituzione italiana, all’art. 13, si riferisce alla “violenza morale”. L’art. 36 (3) della Costituzione maltese proibisce esplicitamente l’imposizione di punizioni collettive (a eccezione dei militari). La Costituzione finlandese evidenzia che nessuno straniero può essere espulso, estradato o rimpatriato in un altro Paese se è in pericolo di essere torturato o di ricevere un trattamento che viola la dignità umana. A questo proposito, il legame tra asilo e tortura è stato importante anche nella genesi della Carta. In alcune delle prime bozze, come il documento 4284/00, l’articolo 4 e l’articolo 19 (sulla protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione) costituivano un’unica disposizione.

E quindi?

L’articolo 4 non ha aggiunto molto ai regimi nazionali e internazionali dei diritti umani. Eppure, il diritto conta quando è l’UE a detenere le competenze. Per tornare all’inizio: per l’UE, i voli di rimpatrio sono una questione delicata visto il prominente coinvolgimento dell’agenzia UE FRONTEX. Inoltre, l’articolo 4 è spesso preso in considerazione davanti ai tribunali nazionali nei casi in cui devono decidere se una persona debba essere consegnata al sistema giudiziario di un altro Stato Membro.

La qualità dello Stato di diritto, ma anche le condizioni carcerarie variano da uno Stato membro all’altro. Per questo si pone la questione se lo Stato membro A possa fidarsi che lo Stato membro B sia ugualmente impegnato a rispettare i diritti fondamentali.


Questo articolo è parte del progetto “All EU-r rights”, pubblicato in inglese sul blog Eureka! e tradotto in italiano su Lo Spiegone.

Gabriel N. Toggenburg è professore onorario di diritto dell’Unione europea e diritti umani all’Università di Graz, Austria. Dal 1998 al 2008 ha collaborato come ricercatore senior con l’Accademia Europea di Bolzano (Italia). Dal 2009 lavora per l’Unione europea. Tutte le opinioni espresse dall’autore sono personali e non sono attribuibili ai suoi attuali o precedenti datori di lavoro. La sua serie di articoli “All EU-r rights”, pubblicata sul blog di EUreka! (nella versione originale in Inglese, esempi e con annotazioni a piè di pagina) mira a far conoscere meglio la Carta dei diritti fondamentali dell’UE. L’autore ringrazia Miloladesign per la gentile concessione delle opere d’arte pubblicate assieme a ogni articolo del blog. Un elenco completo e commentato di tutti i diritti della Carta è disponibile qui.

 

 

Fonti e approfondimenti

Corte di giustizia dell’Unione europea, Sentenza del 5 aprile 2016, Pál Aranyosi and Robert Căldăraru v Generalstaatsanwaltschaft Bremen, cause riunite C-404/15 e  C-659/15 PPU, ECLI:EU:C:2016:198.

Draft Charter of Fundamental Rights of the European Union, CHARTE 4284/00, CONVENT 28, Bruxelles, 05/05/2000.

European Union Agency for Fundamental Rights. Criminal detention conditions in the European Union: rules and reality. Luxembourg, Publications Office of the European Union, 2019.

European Union Agency for Fundamental Rights, Criminal detention database 2015-2019.

Organizzazione delle Nazioni Unite. Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Conclusa a New York, 10/12/1984.

Pirjola, Jari. 2015. Flights of shame or dignified return? Return flights and post-return monitoring. European Journal of Migration and Law. 17: 305-328.

Regolamento UE) n. 656/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 maggio 2014 recante norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea. Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, L. 189/93, 27/06/2014.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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