Ricorda 1971: L’indipendenza del Bangladesh

La nascita del Bangladesh
Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone @SajeebAhmedPhotography - Wikimedia commons - CC BY 2.0

La notte tra il 25 e il 26 marzo 1971 Sheik Mujibur Rahman annunciava l’indipendenza del Bangladesh, dando inizio a una lunga e violenta guerra di liberazione dal governo pakistano. Cinquant’anni dopo, l’importanza di quegli eventi è testimoniata dalle manifestazioni che si sono tenute nel Paese e non solo, coinvolgendo oltre 200 milioni di partecipanti tra cittadini e membri della diaspora bengalese sparsa per il mondo.  

«Questa volta la battaglia è per il nostro destino. Questa volta la battaglia è per la nostra libertà»– affermava Sheik Mujibur Rahman, padre della nazione bengalese, due settimane prima dell’inizio della guerra di liberazione. Leader dell’Awami League, partito nazionalista di ispirazione socialista che guidò il movimento di indipendenza bengalese, Sheik Mujibur Rahman invitò i cittadini del futuro Bangladesh alla disobbedienza civile e alla resistenza nei confronti del governo pakistano. Di lì a poco sarebbe scoppiata una guerra di liberazione lunga nove mesi, che sul finire dell’annoavrebbe sancito la vittoria dei secessionisti e la nascita della Repubblica Popolare del Bangladesh

Da dove nasce il Bangladesh?

Storicamente parte del subcontinente indiano e dominato quindi dai colonizzatori britannici fino al 1947, al momento della partizione tra India e Pakistan il territorio dell’attuale Bangladesh rientrava in quest’ultimo. Si trattava, infatti, del Pakistan orientale, separato da quello occidentale da oltre 1800 km di territorio indiano. La capitale, con la sede del governo e le principali attività economiche del Paese, si trovava nella parte occidentale, accrescendo così il divario tra le due regioni. Il governo si disinteressava, infatti, del Pakistan orientale, che soffriva di discriminazioni politiche ed economiche, nonostante ospitasse la maggioranza della popolazione pakistana. Gli squilibri economici venivano acuiti dal fatto che la maggior parte della spesa pubblica era destinata alla regione occidentale, mentre a livello politico i bengalesi erano costantemente sotto rappresentati e all’interno dell’esercito il loro numero non raggiungeva il 5%. Il governo decise, inoltre, di ignorare le differenze culturali tra le due regioni, come testimonia il fatto che l’urdu venne adottata come unica lingua ufficiale, nonostante nel Pakistan orientale si parlasse prevalentemente Bengali. 

Mentre le tensioni tra le due regioni aumentavano, a oriente la Awami League raccoglieva sempre più consensi, affermandosi in breve come partito dominante e unico rappresentante degli interessi della popolazione bengalese. Quando, alle elezioni del 1970, riuscì a conquistare la maggioranza assoluta in Parlamento, gli altri partiti si rifiutarono di governare con l’Awami e il Presidente decise di non riconoscerne la vittoria elettorale. Le proteste che si scatenarono nel Pakistan orientale a seguito di questa decisione spinsero il governo a intervenire militarmente, con l’attuazione di quella che è stata chiamata Operazione “Searchlight”. Presentato come un intervento necessario volto a ripristinare l’ordine e la sicurezza, si rivelò presto un tentativo di sopprimere qualsiasi movimento politico che potesse avanzare rivendicazioni a favore della regione bengalese. Le manifestazioni furono represse con la violenza, e l’esercito non si fermò a questo: per mesi massacrò la popolazione bengalese uccidendo migliaia di civili. 

Il 26 marzo, il giorno stesso dell’inizio dell’Operazione Searchlight, Sheik Mujibur Rahman aveva dichiarato la secessione dal Pakistan, per essere arrestato poche ore dopo insieme a tanti altri militanti e intellettuali favorevoli all’indipendenza. Dopo nove mesi e oltre tre milioni di morti, il 16 dicembre 1971 l’esercito pakistano si arrese e abbandonò i territori orientali. Decisivo per la vittoria bengalese è stato l’appoggio del governo indiano, allora presieduto dal Primo Ministro Indira Gandhi. Le ostilità indopakistane avevano infatti determinato il sostegno dell’India al movimento indipendentista; l’Awami League, tra l’altro, non aveva mai condiviso le rivendicazioni del governo centrale pakistano sul Kashmir, questione al centro delle dispute territoriali tra i due Paesi. L’India sarà anche il primo Paese a riconoscere la neonata nazione bengalese, mantenendo, da quel momento in poi, strette relazioni diplomatiche.

I frutti dell’indipendenza

Il Bangladesh oggi è una repubblica parlamentare, guidata dalla figlia del padre della nazione, Sheikh Hasina. L’Awami League ha mantenuto il predominio politico così come l’affezione della popolazione per la famiglia che li ha guidati verso l’indipendenza. La lingua ufficiale è il Bengali: si tratta di una conquista che sta molto a cuore alla popolazione. I bengalesi si sono battuti per anni per un riconoscimento della loro lingua, e sono l’unico Paese a celebrare i propri “martiri della lingua”. Nel 1952 infatti, dopo ripetute manifestazioni, la polizia aprì il fuoco su un gruppo di studenti in protesta all’Università di Dakka, uccidendone, nella confusione, un numero tuttora imprecisato. Dal 1999, proprio in ricordo di questi eventi, l’UNESCO ha istituito la Giornata Mondiale della lingua madre.

La conquista dell’indipendenza viene ricordata con grande commozione ogni anno, attraverso eventi artistici, culturali e politici che culminano con una visita al Monumento nazionali dei caduti.  Esso è costituito da sette pareti che simboleggiano sette momenti cardine del percorso del Bangladesh verso l’indipendenza: dal 1952, con il movimento per la lingua bengalese, alla guerra di liberazione del 1971. Durante le celebrazioni, avviene anche la consegna dello ”Independence Day Award”: si tratta di un riconoscimento conferito ogni anno a cittadini che si sono distinti per il loro impegno nei confronti della nazione. 

Il passato lascia tracce

Le ferite provocate dalla guerra di liberazione, però, non sono si sono rimarginate, e l’impatto sulle relazioni diplomatiche del Paese è tuttora evidente. Dal 1974, anno in cui il Pakistan ha ceduto alle pressioni internazionali riconoscendo infine il nuovo Stato bengalese, le relazioni tra i due Paesi sono state altalenanti. Nonostante tra gli anni Ottanta e Novanta ci siano stati numerosi tentativi di riavvicinamento, testimoniati dalla firma di trattati di cooperazione in diversi campi e visite reciproche, più volte incidenti diplomatici hanno rischiato di mandare tutto all’aria. 

In fin dei conti si tratta di due Paesi a maggioranza musulmana ai margini di un gigante hindu, l’India; con quest’ultima, però, il Bangladesh è quello a intrattenere relazioni più amichevoli, a riprova del fatto che il passato non è stato dimenticato. I due attuali premier Sheikh Hasina e Imran Khan, almeno a parole, sembrano spingere verso un’amicizia più stabile e non più basata su singoli e sporadici accordi. La retorica antimusulmana del primo ministro indiano Narendra Modi può aver avuto un ruolo, incoraggiando la coalizione dei due Paesi. Che sia possibile l’inizio di un nuovo capitolo? Le intenzioni sembrano buone, ma forse alcune ferite sono ancora troppo fresche dopo solo cinquant’anni. 

 

Fonti e approfondimenti

Anam Zakaria, Remembering the war of 1971 in East Pakistan, Al Jazeera, 16/12/2019.

Khunwar Khuldune Shahid, Can Pakistan and Bangladesh be friends?, The Diplomat, 26/08/2020.

Shah Tazrian Ashrafi, How the cold war shaped Bangladesh’s liberation war, The Diplomat, 20/03/2021.

Asif Muztaba Hassan, Why won’t Pakistan fully recognize the 1971 war?, The Diplomat, 26/03/2021.

Tanweer Akram, The birth of Bangladesh, Virtual Bangladesh.

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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