I rapporti tra Stati Uniti e Russia dall’arrivo al potere di Putin: intervista a Leopoldo Nuti

Intervista
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Leopoldo Nuti è professore ordinario di storia delle relazioni internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, e co-direttore del Nuclear Proliferation International History Project (2010-presente). Presidente della Società Italiana di Storia Internazionale, 2014-2018. Laurea, Facoltà “C. Alfieri” dell’Università di Firenze, M. A. in International Affairs, George Washington University, dottorato di ricerca, Università di Roma. Borsista Fulbright, 1984-85, NATO Research Fellow, 1988, Jean Monnet Fellow, IUE,1989-90, Research Fellow, CSIA, Kennedy School of Government, Università di Harvard, 1990-91, Senior Research Fellow, The Norwegian Nobel Institute, 2002, visiting professor, Institut d’Etudes Politiques, 2004, visiting fellow, The Norwegian Nobel Institute, 2007, Public Policy Scholar, W. Wilson Center, 2013.

Nella precedente intervista al professor Nuti, abbiamo ripercorso la storia delle relazioni tra Stati Uniti e Russia dai primi anni della Guerra Fredda al 1999. Cosa succede con l’arrivo al potere di Vladimir Putin, nel 2000? Come si sono confrontati gli Stati Uniti con la Russia da allora?

Professore, cosa succede con l’ascesa di Putin e come cambiano i concetti di mutual perception e mutual disappointment

Non ci sono mai momenti di rottura definitivi tra Stati Uniti e Russia, tanto è vero che questa viene invitata a partecipare al corpo di spedizione in Kosovo, KFOR. Con Putin ci sarà una prima fase, dopo l’11 settembre, in cui il dialogo sembrerà riallacciarsi, nonostante la dichiarazione dell’amministrazione Bush di voler ritirare gli Stati Uniti dal trattato ABM che invece la Russia ritiene ancora importante; poi i rapporti si incrinano di nuovo prima con la guerra in Iraq nel 2003 e successivamente con le Rivoluzioni colorate in Georgia e in Ucraina, nel 2004, e con la successiva guerra in Georgia nel 2008. L’amministrazione Obama prova a rilanciarli quando il Segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov si scambiano il famoso pulsante del reset, viene firmato il Trattato New Start che ristabilisce un processo di controllo e riduzione degli armamenti. Poi c’è la guerra in Libia, che da parte russa viene vista nuovamente come una cesura perché, mentre la nozione di no fly-zone viene più o meno tollerata, il fatto che le no fly zones siano poi sfruttate dall’Alleanza atlantica per collaborare con le forze ribelli e defenestrare Gheddafi viene vista come l’ennesima forzatura e provocazione da parte dell’Occidente. 

Da parte russa in questo percorso c’è la sensazione di essere stati progressivamente messi in un angolo, non presi sufficientemente in considerazione. Da parte statunitense c’è la percezione, per tutti gli anni Novanta almeno, che la Russia sia un elemento di estrema instabilità nel sistema internazionale e nell’Europa centro-orientale e che per stabilizzare il quadro geopolitico sia indispensabile procedere all’allargamento dell’Alleanza atlantica. 

In un primo momento, l’amministrazione Bush jr porta avanti il processo di allargamento della NATO in maniera abbastanza cauta, quando accetta l’ipotesi di allargare ai Paesi baltici; ma lo fa in modo un po’ meno ragionevole quando, nel 2008, stupendo anche gli Alleati, Bush dichiara che il processo di allargamento sarà esteso anche all’Ucraina e alla Georgia, senza però rendersi conto fino in fondo dei problemi che questo può generare.

Il problema per la Russia è che non riesce a immaginare il suo futuro nel sistema internazionale senza sentirsi una grande potenza. Questo significa però, che per essere una grande potenza deve essere in grado di avere qualcos’altro oltre al principale arsenale nucleare al mondo. Quello è importante, però non è tutto. Invece la Russia non ha un particolare soft power per cui possa attrarre gli altri Stati per la sua capacità di esportare un modello di sviluppo. È un Paese che economicamente fa fatica a tenere il passo con gli altri. Come mi ricordava un collega statunitense, la Russia ha un PIL  inferiore a quello del Texas e ha questa visione parossistica, o almeno la ha il gruppo dirigente di Putin, della necessità di riuscire a essere una grande potenza a tutti i costi e questo lo può fare soltanto evidentemente con la forza, come prima di lei lo hanno fatto l’URSS e l’Impero russo. Per questo, pensando ai giorni nostri, sull’Ucraina si gioca per Putin una partita fondamentale. L’ha detto apertamente: «Non esiste una nazione ucraina», affermando in un’intervista l’unità inseparabile del popolo russo e ucraino. Non si rende conto, o preferisce ignorare, non solo che c’è sempre stata una vena di nazionalismo ucraino, ma soprattutto che negli ultimi trent’anni una parte sostanziale di ucraini ha imparato a vivere fuori dall’orbita del Cremlino: in particolare alle generazioni più giovani dell’Unione Sovietica o della Russia zarista non importa niente.

Per riprendere le categorie utilizzate da Zhuravleva, sicuramente c’è un mutual disappointment: gli statunitensi scommettono prima su Gorbačëv e fanno di tutto per tenerlo al potere, poi fanno lo stesso su El’cin. Clinton, commentando le perplessità dei suoi collaboratori sui problemi di alcolismo di El’cin, sosterrà: «Meglio El’cin sbronzo che tutte le altre alternative sobrie». Il mutual disappointment, sta nel fatto che gli Stati Uniti scommettono sulla nascita di una Russia democratica, ma si rendono conto che la scommessa è fragile. Per questo quando arriva Putin al potere, dato che sembra in grado di stabilizzare il sistema politico russo, senza snaturarlo nella dittatura, inizialmente viene visto come la persona che porterà a compimento questo progetto. Da parte russa il disappointment nasce dal fatto che gli Stati Uniti non sembrano prendere sul serio l’ambizione russa di essere considerata una grande potenza. Mentre in Europa occidentale e centro-orientale questa logica è stata progressivamente superata, Putin ha una visione della politica internazionale secondo i paradigmi del XIX secolo, neanche del XX. La delusione russa è dovuta alla mancanza di legittimazione di queste loro idee.

Stephen Walt rimprovera agli Stati Uniti di essersi accomodati sulla vittoria della Guerra Fredda. Subito dopo l’attacco russo all’Ucraina, il 24 febbraio scorso, si è sollevato, negli Stati Uniti, un dibattito sull’effettiva conclusione della Guerra Fredda. Cosa ne pensa?

Su molti aspetti sono d’accordo con Walt, su altri no. Non c’è dubbio che già l’amministrazione Clinton abbia fatto fatica a impostare una politica estera all’altezza delle sfide del dopoguerra, anche se, con una specie di processo per tentativi ed errori, alla fine stava trovando la strada giusta. La guerra in Kosovo però, ad esempio, forse poteva essere gestita in maniera diversa per renderla meno violenta per la popolazione serba, che subì i bombardamenti, e anche meno irritante per la Russia. È vero che in Kosovo si pensa di applicare la lezione della Bosnia: meglio intervenire prima, che farlo tardivamente quando ci sono già state centinaia di migliaia di morti. Però quella lezione viene applicata con un’attenzione forse non sufficiente a una delicatezza degli equilibri politici e militari sul campo. 

Sono d’accordo con Walt che dagli anni Novanta in poi quella degli Stati Uniti diventa una hubris imperiale insopportabile, culminata con la guerra in Iraq del 2003, giustificata con le scuse più improbabili. Che poi ci credessero o no alla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq è ininfluente, perché avevano modo di verificare che non c’erano più da tempo: è vero che Saddam aveva cercato di nascondere alle ispezioni quel poco che era rimasto delle infrastrutture del suo apparato tecnologico e scientifico per la produzione di armi di distruzione di massa, ma da qui a invadere un Paese senza nessuna giustificazione plausibile, il passo è enorme.

Walt ha ragione quando sottolinea che l’eccessiva fiducia nei propri mezzi ha costruito una visione del mondo imperiale, anche se si tratta di un imperialismo collegato a una visione liberale e democratica del sistema internazionale. Dove Walt mi convince meno è nel suggerire agli USA una politica estera che se non è neo-isolazionista, è comunque talmente legata a una visione molto restrittiva del realismo internazionale che porterebbe gli Stati Uniti a tirare i remi in barca quanto più possibile. Questo, se vogliamo, è il corrispettivo sbagliato dell’iper-interventismo di Bush, cioè si passa da un estremo all’altro ed è molto difficile trovare un discrimine per identificare gli interessi vitali degli Stati Uniti. Walt qualche volta mi sembra avere una visione ancora più restrittiva di Kennan di quali siano questi interessi, trascurando il fatto che è loro interesse essere il pilastro dell’ordine internazionale e che quindi devono anche farsi carico delle decisioni difficili. Non significa poi che quelle decisioni le prendano bene, ma i possibili ordini alternativi mi preoccupano tutti molto di più di un ordine internazionale euro-atlantico e mi sembrano molto più inclini a sostenere una visione delle politiche interne preoccupante. Mentre gli altri modelli sono portati avanti da Stati dittatoriali, l’ordine internazionale USA-centrico, con tutti i suoi grossi limiti, è l’unico che ci garantisce un certo margine di libertà politica interna. 

Su come definire quello che sta succedendo tra Russia e Ucraina su scala internazionale ho molte difficoltà: se si possa parlare di una nuova Guerra Fredda, di continuazione della Guerra Fredda, di ritorno della Guerra Fredda. Io sono convinto che la Guerra Fredda sia un’era chiusa, perché in quegli anni essa era non solo legata alla contesa tra grandi potenze, ma inestricabilmente intrecciata alla lotta per la supremazia ideologica, che era parte della natura stessa del confronto. La Guerra Fredda non si può né ridurre a uno scontro puramente ideale, né ridurre puramente a uno scontro di sistemi politici o di grandi potenze. Con la fine dell’Unione Sovietica muore anche l’appeal del comunismo: oggi a dichiararsi comunisti sono i nord coreani, i cubani e i cinesi che però hanno una visione del comunismo molto sui generis. È difficile immaginare la stessa presa globale che aveva l’ideale comunista ai tempi dell’Unione Sovietica, anche ammettendone il declino negli ultimi tempi, c’era una comunità mondiale che ci si riconosceva. Adesso non c’è più questa lotta epocale per “l’anima dell’umanità”, come scrive lo storico Melvyn Leffler. Ci saranno anche delle dimensioni ideali nello scontro attuale, ma non c’è quella pervasività globale che caratterizzava lo scontro allora, che si trattasse delle elezioni in Italia, o della guerra in Vietnam, dei missili a Cuba o degli scontri per la decolonizzazione in Africa. Lo scontro attuale è in qualche modo legato alla fine della Guerra Fredda, e Putin sta tentando di ridefinire la situazione in cui ci troviamo dal 1991. All’epoca ci eravamo tutti meravigliati paragonando il pacifico dissolvimento dell’Unione Sovietica con quello che invece succedeva in Jugoslavia, adesso stiamo vivendo – con trent’anni di ritardo – una specie di ridefinizione dei termini con cui la Guerra Fredda si è chiusa.

Nel 1947 Kennan invia al giornale Foreign Affairs un altro articolo le cui parole mi sembrano ancora molto attuali. Egli scrive ad esempio della segretezza, della sospettosità, dell’ambiguità, come di caratteristiche alla base del potere interno russo. Le chiedo quindi, se era inevitabile che la dottrina del containment fosse concepita e quindi applicata solo durante la  Guerra Fredda?

Credo che sia stato così, cioè ci siamo tutti convinti che la nuova Russia sarebbe stata profondamente diversa. Non so se ci siamo illusi o abbiamo sottovalutato l’eredità secolare della politica estera russa, forse ci siamo immaginati o abbiamo sperato che il cambiamento fosse quello che Kennan aveva profetizzato, cioè che a un certo punto la Russia si sarebbe resa conto che per avere relazioni normali con il resto del mondo avrebbe dovuto adattarsi alle nostre regole. Il problema è che sempre di più la Russia dimostra di essere prigioniera di un passato che precede la Guerra Fredda. Per capire quello che sta succedendo secondo me bisogna inquadrare la situazione attuale nella secolare tendenza dell’espansionismo russo, bisogna pensare ai tempi della Russia imperiale. 

Fino all’anno scorso, quando commentavo con gli studenti il Lungo telegramma a lezione, giudicavo eccessivamente accondiscendente che Kennan definisse «la visione nevrotica che il Cremlino ha della propria sicurezza». Da quest’anno non mi sembra una frase troppo viziata da arroganza intellettuale, mi sembra che colga un tema, ahimé, essenziale per capire quello che sta succedendo. 

Lo possiamo spiegare con tutti i paradigmi che la politologia ci mette a disposizione, però una cosa è sicura: se uno Stato che ha un’estensione territoriale che nessun altro al mondo ha continua a espandere la propria influenza, è un problema per tutti quelli che gli stanno attorno. Questa è un’evidenza con cui dobbiamo fare i conti, perché immaginare che si possa risolvere con un colpo di stato al Cremlino e l’uscita di scena di Putin, francamente mi sembra abbastanza illusorio. Credo che dobbiamo metabolizzare il fatto che continueremo ad avere un vicino scomodo, con il quale dobbiamo dialogare, ma senza farci troppe illusioni.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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