Il personaggio dell’anno: Stella Nyanzi

Stella Nyanzi
Remix di Matteo Savi - CC BY 3.0

«Quando sono frustrata dal potere del dittatore,

Siedo nella mia casa e scrivo. 

Quando il futuro dell’Uganda mi riempie di terrore,

Tiro fuori la mia penna e scrivo.

Quando non ci sono soluzioni facili in vista, 

Scompongo le sfide scrivendo.

Quando il budget del mese è poco, 

Prendo carta e penna per riscriverlo. 

Quando la mia mente minaccia di esplodere come la dinamite, 

Mi calmo scrivendo.» 

(poesia tratta dal profilo Instagram di Stella Nyanzi)

In pochi versi, il potere delle parole. Parole che la poetessa, attivista, femminista e politica ugandese, Stella Nyanzi, conosce bene e usa per combattere le sue battaglie. A lungo, carta e penna sono state la sua condanna e la sua ancora di salvezza. Più volte incarcerata, nella poesia ha trovato rifugio durante la detenzione. 

I suoi versi, usciti di nascosto dal carcere, mostrano la tenacia di una donna che, nonostante la prigionia, non ha perso la sua combattività e che, servendosi di un linguaggio a volte rude e volgare, ma fortemente espressivo e battagliero, ha criticato e continua a criticare senza paura Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda dal 1986

La formazione accademica e i primi lavori 

Nata nel 1974 in Uganda, Nyanzi ha studiato all’Università Makerere di Kampala, laureandosi nel 1996 in comunicazione di massa e letteratura. Dopo alcune esperienze di ricerca in Uganda e Gambia su HIV/AIDS, sessualità e salute femminile, nei primi anni Duemila ha proseguito gli studi nel Regno Unito, ottenendo un master in antropologia medica all’University College di Londra e un dottorato in antropologia alla London School of Hygiene and Tropical Medicine. 

Fin dai suoi primi lavori, emerge una postura critica nei confronti del governo di Museveni. Sostenitrice della comunità LGBTQIA+ ugandese, in un articolo del 2013 ha criticato la legge contro l’omosessualità approvata pochi anni prima. Secondo lei, il provvedimento si basava su un immaginario miope di un’omogeneità africana e un oblio della pluralità della sessualità del continente. La sua ricerca etnografica, invece, mostrava come in Uganda gli omosessuali rivendicassero contemporaneamente la propria omosessualità e africanità. 

Tuttavia, la lotta per il riconoscimento dei diritti della comunità LGBTQIA+ ugandese è ancora lunga. Infatti, l’Uganda resta uno dei 27 Stati dell’Africa subsahariana dove l’omosessualità è ancora illegale ed è punita con l’incarcerazione. 

Proteste nude e radical rudeness   

Dal 2016, il coinvolgimento politico e sociale di Nyanzi diventa più pronunciato e il suo attivismo si arricchisce di nuovi strumenti: le proteste nude e la radical rudeness (maleducazione radicale). Entrambe profondamente radicate nella tradizione africana, queste modalità di protesta rompono le strutture tradizionali di potere e le gerarchie sociali patriarcali con azioni che catalizzano e colpiscono lo spettatore, grazie all’essenza sconvolgente e inaspettata dell’atto. 

In Africa, la nudità femminile è considerata sacra, ma quella deliberata è scioccante e turba l’uomo. Protestando nude, le donne compiono un atto di forza, rompono le catene patriarcali e rifiutano l’autorità maschile. Nyanzi, fino al 2016 conosciuta come rispettabile madre e accademica, ha protestato per la prima volta in questo modo dopo aver trovato chiusa la porta del proprio ufficio all’Istituto Makerere di ricerche sociali di Kampala, dopo divergenze con il professor Mamdani, capo del dipartimento.   

Alle proteste nude, Nyanzi ha presto affiancato anche l’antica tradizione ugandese della radical rudeness, le cui origini risalgono alla colonizzazione britannica. Di fronte a relazioni di potere che seguivano le buone maniere e i rituali convenzionali di cordialità stabiliti dai coloni, gli attivisti anticoloniali ugandesi si servivano della tattica della rudezza: insulti, scandali e disordine con cui frantumavano le convenzioni politiche e sociali tradizionali

Ugualmente Nyanzi nelle sue poesie e post sui social media utilizza un linguaggio forte e volgare per mettere in discussione la struttura di potere politico e sociale che permea il Paese e fa capo a quello che lei definisce uno dei peggiori dittatori del continente, Museveni. Come scrive in “Your aesthetic standards!”, nei suoi scritti non ha nessuna intenzione di rispettare i canoni estetici tradizionali perché: 

 

«[…] 

Belle poesie spodesterebbero un tiranno? 

Il vostro stile deporrebbe questo vecchiaccio? 

[…]» 

(No Roses From My Mouth: poems from prison, 2020)

Solo con un linguaggio forte, prosegue, la sua opposizione a Museveni cattura l’attenzione di un pubblico vasto e lo mobilita per una causa comune: la sua deposizione. 

#Pads4GirlsUg

Le occasioni di applicare la radical rudeness non hanno tardato a manifestarsi. Nel 2017, dopo l’ennesima rielezione di Museveni alla presidenza del Paese, Nyanzi in un post su Facebook lo ha paragonato a un «pair of buttocks» (un paio di natiche) e ha definito la moglie e ministra dell’Educazione, Janet Museveni, un «empty-brain» (un cervello vuoto). Tutto ciò come protesta per il mancato rispetto della promessa fatta in campagna elettorale di distribuire gratuitamente assorbenti alle ragazze nelle scuole, a causa di presunte difficoltà economiche. 

A queste parole è seguita la prima incarcerazione dell’attivista, accusata di cyber-harassment (molestie attraverso mezzi di comunicazione digitale), abuso nei confronti del presidente e violazione della sua privacy. Però, se arrestandola il governo sperava di silenziare la sua voce, ha ottenuto l’esito contrario: l’hashtag #PairOfButtocks ha iniziato a circolare insistentemente sui social media, contribuendo ad accrescere l’attenzione dell’opinione pubblica. 

Rilasciata un mese dopo su cauzione, Nyanzi ha risposto al governo a suo modo, lanciando la campagna #Pads4GirlsUg, accompagnata da una pagina di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari ad acquistare assorbenti da distribuire alle ragazze nelle scuole per fronteggiare una delle principali cause di abbandono scolastico nel Paese. 

2018: il secondo arresto 

Dopo aver organizzato diverse marce di protesta contro il governo a causa di frequenti uccisioni e rapimenti tra le donne, a novembre 2018, Nyanzi è stata nuovamente arrestata e incarcerata nella prigione femminile di massima sicurezza di Luzira, a causa di una poesia pubblicata su Facebook, dove, in occasione del settantaquattresimo compleanno di Museveni, sosteneva che l’Uganda sarebbe stata un Paese molto migliore se egli fosse morto alla nascita:

«[…]

Vorrei che i peli pubici sporchi e pieni di pidocchi che ricoprono la vagina non lavata di Esiteri ti avessero strangolato alla nascita.

    […]». 

(Poesia tratta dal profilo Facebook di Stella Nyanzi

A causa della rudezza e volgarità delle sue parole, è stata nuovamente accusata di cyber-harassment nei confronti del presidente e della madre. Il suo arresto ha sollevato un’ondata di condanne internazionali, tra cui quelle di Amnesty International e PEN, un’organizzazione che incoraggia la libertà di espressione e scrittura nel mondo. Le organizzazioni hanno evidenziato, infatti, come la Costituzione ugandese sancisca la libertà di parola. 

La pronuncia della condanna a 18 mesi di carcere è stata per Nyanzi un’ulteriore occasione per manifestare il proprio dissenso nei confronti del governo con una protesta a seni nudi. Spiegando successivamente il suo gesto, ha raccontato di voler riaffermare il suo rifiuto a essere una semplice spettatrice nella lotta per rovesciare il regime. 

No Roses From My Mouth: poems from prison  

Nei quasi due anni trascorsi a Luzira, Nyanzi ha scritto No Roses From My Mouth: poems from prison, un volume di 159 poesie dove tocca i temi dell’attivismo politico, della vita in prigione e del femminismo. Parte dei versi è uscita di nascosto dal carcere, venendo pubblicata nel 2019, mentre il volume completo è stato diffuso nel 2020. 

Se, da un lato, il testo è un manifesto del suo stile grazie a “Your aesthetic standards!”, dove rigetta i canoni estetici tradizionali; dall’altro, è anche l’occasione per rivendicare con orgoglio la propria incarcerazione. Come scrive nei primi versi di “Honour instead of shame”: 

 

«Indosso questa prigione di massima sicurezza 

Come uno indossa una medaglia d’onore. 

[…]» 

(No Roses From My Mouth: poems from prison, 2020) 

 

Nelle righe successive dipinge la sua figura di prigioniera politica e di coscienza, descrivendo l’apparente vittoria del regime che, con la sua incarcerazione, vuole intimidire altri dissidenti. Ma che la vittoria di Museveni è solo illusoria diventa evidente negli ultimi versi, quando Nyanzi rivendica a testa alta le proprie azioni e il proprio pensiero, mostrando come il presidente ugandese non sia riuscito a silenziarla e piegarla alla sua volontà. 

 

«[…] 

Non sono qui né come piccola criminale 

Né come pericolosissima criminale. 

Sono qui come prigioniera di coscienza. 

Sono qui come prigioniera politica. 

Sono qui come esempio agli altri critici del regime. 

La mia incarcerazione serve come deterrente ad altri narratori di verità. 

Apparentemente, sono qui come dissidente caduta. 

Sono uno specchio per coloro che silenziano la verità. 

Sono qui come scrittrice punita per una poesia. 

La mia poesia sincera ha offeso il dittatore 

E perciò resto a testa alta in prigione. 

Sono una prigioniera con onore, non vergogna.» 

(No Roses From My Mouth: poems from prison, 2020) 

L’esilio in Kenya e Germania 

Scarcerata nella primavera del 2020, pochi mesi dopo, Nyanzi si è candidata, senza successo, come rappresentante parlamentare di Kampala con il Forum per il cambiamento democratico (FDC), principale partito d’opposizione. In un clima di intimidazione e repressione (il leader dell’FDC, Bobi Wine, dopo aver definito le elezioni fraudolente, è stato posto agli arresti domiciliari per 11 giorni), Nyanzi ha lasciato il Paese, superando in incognito il confine tra Uganda e Kenya. Poche settimane dopo, però, a causa di problemi burocratici, ha dovuto rinunciare all’esilio kenyano e ritornare a Kampala

Per mesi ha mantenuto un basso profilo per evitare di attirare l’attenzione di polizia ed esercito, ma, a fine dicembre 2021, dopo l’arresto di un altro scrittore critico nei confronti di Museveni, Kakwenza Rukirabashaija, Nyanzi ha ricominciato a far sentire la propria voce. Ciò ha portato nuove minacce, intimidazioni e la paura per la propria incolumità e quella dei suoi tre figli. Per questo, a inizio 2022, Nyanzi ha deciso di prendere parte al Programma per scrittori in esilio di PEN Germania, grazie al quale lei e la sua famiglia si sono trasferiti in Europa. 

Ma questo non vuol dire che abbia rinunciato a portare avanti le sue battaglie. Anzi, libera dal timore di essere incarcerata e perseguita, dalla Germania continua con forza a far sentire la propria voce contro Museveni, coltivando la speranza di poter tornare presto nel suo Paese

Come ha raccontato poco dopo esser giunta sul suolo tedesco: «Spero di tornare a casa perché abbiamo del lavoro da fare. Voglio creare un cambiamento, contribuire alla costruzione della nuova Uganda post-Museveni. Però, non voglio vivere nella paura semplicemente perché sono me stessa. Non voglio uccidere la voce in me. Finché per me è pericoloso parlare e scrivere liberamente, non voglio essere in Uganda». 

 

 

 

 

Fonti e approfondimenti 

BBC. 02/08/2019. Uganda’s Stella Nyanzi bares breasts in protest at jail sentence.  

Davies, Lizzy, “‘I’m free at last’: Uganda’s rudest poet on prison, protest and finding a new voice in Germany”, The Guardian, 27/02/2022.  

Gikunju, Washington, “Ugandan activist Stella Nyanzi flees to Kenya”, The East African, 03/02/2021. 

Mugaju, Eric, “Why leaders tremble when women strip”, The Star, 16/11/2018. 

Nyanzi, Stella. 2013. “Dismantling reified African culture through localised homosexualities in Uganda”. Culture, Health & Sexuality. 952-967 (15): 8.   

Nyanzi, Stella, “No Roses From My Mouth: poems from prison”, Ubuntu Reading Group, Kampala, 2020.  

PEN Zentrum-Deutschland. Writers-in-Exile

PEN International. 12/11/2018. Uganda must release academic Stella Nyanzi and drop all charges against her.  

Rodriguez, S. M., “Poetry review: the thorned roses of Uganda’s Stella Nyanzi”, The Conversation, 20/03/2020.  

Slawson, Nicola, “Fury over arrest of academic who called Uganda’s president a pair of buttocks”, The Guardian, 13/04/2017.  

South African History Online, Stella Nyanzi

Summers, Carol. 2006. “Radical Rudeness: Ugandan Social Critiques in the 1940s”. Journal of Social History. 741-770 (39): 3.   

Thomas, Kylie, “Stella Nyanzi: the formidable feminist foe Museveni has failed to silence”, The Conversation, 15/11/2018. 

 

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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