Nella giornata del 23 ottobre la Turchia è ripiombata nell’incubo del terrore. Mentre il presidente Recep Tayyip Erdogan si trovava a Kazan, in Russia, per il vertice dei BRICS, nei pressi della capitale turca Ankara due individui armati hanno attaccato il quartiere generale della TUSAS, l’agenzia aerospaziale turca – che si occupa anche della produzione di armamenti per l’aviazione militare – facendo irruzione e aprendo il fuoco, per poi prendere in ostaggio diversi membri del personale. Ankara ha subito puntato il dito contro il PKK.
Gli avvenimenti
Alle 18 circa, ora locali, le telecamere di sicurezza della struttura hanno ripreso due persone (un uomo e una donna) arrivare all’ingresso dello stabilimento con un taxi – le autorità confermeranno in seguito che si trattava di un mezzo rubato – per poi scendere dal veicolo equipaggiati con fucili d’assalto e zaini ed entrare nella sede della TUSAS. Un video girato all’esterno della struttura, invece, riprende il momento in cui, a seguito di una raffica di spari, si verifica una forte esplosione dovuta alla violenta irruzione degli attentatori, che hanno probabilmente usato un dispositivo esplosivo improvvisato per aprirsi la strada all’interno dello stabilimento prima di prendere in ostaggio diversi impiegati.
La crisi, che è durata ore e ha visto l’intervento delle forze speciali turche, è costata la vita a cinque persone – il proprietario del taxi rubato e utilizzato nell’assalto e quattro impiegati della TUSAS, tra cui uno degli addetti alla sicurezza -, mentre i feriti sono almeno 22, di cui due in condizioni gravi. Mentre in serata giungevano le attese notizie sulla liberazione degli ostaggi, la messa in sicurezza dell’area e l’evacuazione dei lavoratori, il ministero dell’Interno ha rilasciato le prime considerazioni sull’attacco. Proprio il ministro Ali Yerlikaya ha dichiarato ai media che, in seguito all’intervento delle teste di cuoio, entrambi gli attentatori sono stati “neutralizzati” (diverse fonti ne confermano l’uccisione) e identificati: Entrambi cittadini turchi, l’uomo è stato identificato come Ali Orek, mentre la complice sarebbe Mine Sevjin Alçiçek, entrambi legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
Sempre Yerlikaya, infatti, ha puntato il dito verso l’organizzazione politico-militare curda – (nonostante l’attacco non abbia rivendicazioni da nessuna organizzazione) destando più di un sospetto agli occhi di diversi analisti.
La questione curda e i sospetti
A far storcere il naso nell’analisi dell’attacco è una delle notizie più dibattute al momento nel panorama politico turco. Da qualche giorno, infatti, si vocifera della possibilità di riaprire i negoziati di pace tra Ankara e il PKK e riprendere un percorso di pace basato su una soluzione politica piuttosto che militare.
A inizio settimana, Devlet Bahceli, segretario del partito nazionalista MHP e fedele alleato di Erdogan, si è infatti inserito nel dibattito avanzato da diversi parlamentari del DEM Partisi (sinistra radicale e filo-curda) sulle condizioni di carcere duro e isolamento a cui è sottoposto Abdullah Ocalan, il fondatore e leader del PKK, in isolamento sull’isola prigione di Imrali.
Proprio in risposta alle recriminazioni su quella che diverse organizzazioni hanno definito una condizione inumana, Bahceli ha sostenuto che la questione potrebbe essere risolta invitando Ocalan in parlamento per “rinnegare il terrorismo e la guerriglia come strumenti di risoluzione della questione curda” e lanciare un messaggio di pace alla leadership del PKK invitandola al “disarmo, allo scioglimento e alle trattative con Ankara”.
Lo stesso Erdogan, che con Bahceli condivide la coalizione al potere, ha rincarato la dose, dichiarando che la sua amministrazione offre “un’occasione unica per riprendere il percorso di pace interrotto nel 2015”, alludendo – voci non confermate – che il discorso del leader dell’MHP fosse stato coordinato con una più generale spinta diplomatica partita dal capo dello Stato turco.
Diversi analisti, dubitando proprio delle reali intenzioni di Erdogan o almeno del suo ruolo nel riaprire la possibilità di trattare col PKK, hanno intravisto nell’attacco alla TUSAS un’operazione redflag – organizzata quindi dalle forze armate turche per far ricadere le responsabilità sul PKK – architettata per sabotare il dialogo con l’organizzazione politico-militare curda e giustificare ulteriori attacchi militari in Rojava, nella Siria del nord-est, e nel Bashur, l’Iraq settentrionale, aree controllate dal PKK – o che ne vedono una grossa presenza – ricordando in qualche modo i sospetti sorti l’indomani dell’azione terroristica a Istanbul nel 2022. Attacchi militari in Siria e Iraq che, di fatto, sono arrivati in tarda serata.
Le altre piste
Nonostante la Turchia non abbia mai avuto bisogno di scuse per interferire militarmente nei Paesi confinanti, l’opzione “operazione redflag” è una delle più battute dalla stampa internazionale, dal momento che Erdogan ha più volte sfruttato le crisi e gli attacchi terroristici per liberarsi di oppositori politici, accentrare il potere nelle sue mani e direzionare il dibattito pubblico in proprio favore.
Tuttavia non vanno sottovalutate altre piste: se è vero che il PKK ha rinunciato fin da inizio anni Duemila al metodo terroristico per avanzare le proprie recriminazioni, è anche vero che le cellule all’infuori dai territori direttamente o indirettamente controllati (come la Siria del nord-est o i monti della Turchia sud-orientale) preservano un certo grado di indipendenza nelle proprie azioni.
I due attentatori – che hanno effettuato l’attacco con modalità note (veicolo rubato, lancio di granate all’ingresso della struttura e presa di ostaggi) e ben organizzata (dai video appaiono ben addestrati e lucidi, stile commando) – potrebbero aver agito in maniera indipendente con lo scopo di colpire un’industria che, tra gli altri armamenti, produce anche i droni Bayraktar (divenuti noti nel conflitto in Ucraina), utilizzati frequentemente nelle operazioni contro il PKK e la popolazione civile di Siria e Iraq.
Un’altra possibilità è che i due attentatori non siano legati al PKK ma a una organizzazione alleata, quindi indipendente e libera di agire come meglio crede, o addirittura a gruppi armati curdi ma “rivali” del PKK.
Le due ipotesi
Nella prima ipotesi, il commando potrebbe essere affiliato al MLKP, il Partito Marxista-leninista, da sempre impegnato sul campo al fianco del PKK ma anche in altre aree della Turchia, dove opera violentemente – la lotta armata rivoluzionaria è parte integrante dell’ideologia del gruppo – e indipendentemente.
Nel secondo caso, invece, il commando potrebbe essere legato al TAK (Falchi della libertà del Kurdistan), un’organizzaizone militare curda impegnata nella lotta contro le truppe di Ankara ma in aperto contrasto col PKK: il TAK si sarebbe infatti separato dal nucleo centrale del PKK a inizio anni Duemila, quando i dirigenti del Partito, seguendo l’iniziativa di Ocalan, considerarono l’apertura di un dialogo con Ankara, rivalutando una soluzione politica alla questione curda.
I membri del TAK, infatti, sono convinti che solo la lotta armata possa servire alla causa curda, che coincide ancora con la creazione di uno Stato nazionale curdo e non con un regime di autonomia regionale, come chiesto da Ocalan dopo l’elaborazione della sua dottrina nota come “Confederalismo democratico”, ispirata al municipalismo liberatio di Murray Bookchin. Secondo questa lettura, il TAK avrebbe agito da vero e proprio falco provando a sabotare l’idea di una soluzione pacifica e portare acqua al proprio mulino esacerbando le tensioni e intensificando le violenze.
Le difficoltà
Di fatto, mentre gli attentatori sono stati entrambi identificati come membri del PKK, va sempre ricordato come il passaggio da un’organizzazione clandestina a un’altra è spesso difficile da rilevare da parte delle autorità, che non sempre riescono a monitorare la nascita, la fusione, la separazione delle numerose organizzazioni (e le loro ideologie) che costituiscono un movimento (in questo caso il movimento curdo).
Al momento, dunque, nonostante ci siano svariate possibilità e considerazioni da fare sulla natura dell’attacco e gli interessi che è andato a colpire, sembra decisamente presto per azzardare qualcosa in più di ipotesi e congetture, soprattutto dal momento che Ankara ha limitato l’uso dei social network e la condivisione di notizie, foto e video delle violenze nonché i risultati preliminari delle indagini in corso.
Fonti e approfondimenti
AL-Jazeera, “At least five killed in attack on aerospace firm near Turkey’s Ankara”, 23 ottobre 2024.
Soylu, R. “Turkey: Erdogan’s nationalist ally invites jailed PKK leader Ocalan to address parliament”, 22 ottobre 2024.
Toksabay E., “Attack on aerospace firm in Turkey’s Ankara kills 5, injures 22”, 24 ottobre 2024.


