Brexit: tutto ciò che c’è da sapere

Il 23 giugno la Gran Bretagna sarà chiamata a decidere sulla permanenza nell’Unione Europea. Il totale degli aventi diritto al voto si attesta intorno a 45 milioni di cittadini: inglesi, scozzesi, irlandesi e residenti di Gibilterra. Presso le 382 “voting areas”, i cittadini si troveranno davanti il seguente testo: “Il Regno Unito deve restare un membro dell’Unione Europea o deve uscirne?”.

A meno di un mese dal voto, la società e il mondo politico britannico sono pronti al verdetto finale. Secondo il sondaggio più recente, condotto da ICM per il quotidiano “The Guardian“, i favorevoli all’uscita sono al 52% contro il 48% dei contrari. La caccia al voto degli indecisi sarà all’ordine del giorno nel mese di giugno. Dato importante da considerare è che, sebbene l’avanzata dei pro-Brexit nell’ultimo rilevamento, il calcolo medio dei sondaggi eseguiti fino a oggi attribuisce una maggioranza di 3 punti ai contrari all’uscita dall’U.E. C’è da tenere in considerazione che di solito i sondaggi che vengono condotti dalle varie agenzie pongono la clausola di errore proprio del 3%, questo dato definisce come la partita sul Brexit sia apertissima.

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Il referendum sull’Unione Europea è un argomento molto sentito dall’elettorato britannico tanto che i rapporti del paese con l’Unione Europea sono stati già stabiliti nel 1975 direttamente dal corpo elettorale. Nell’ultimo anno, la stessa sopravvivenza del partito conservatore si è legata a questo evento, ma le conseguenze che il voto porta con sé superano di gran lunga le dinamiche politiche nazionali e abbracciano una serie di fattori molto più grandi della Gran Bretagna.

David Cameron, Primo Ministro britannico, ha dichiarato che il referendum sulla permanenza nell’U.E. è una decisione che i cittadini prendono “una volta per generazione”. Il primo referendum si tenne nel 1975, dopo due anni dall’ingresso nella Comunità Economica Europea (CEE), sempre il governo (allora laburista) si fece avanti nel proporlo. Il 67% dei voti fu per la permanenza nella CEE, con le seguenti dimissioni del gabinetto, diviso e indebolito.

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Margaret Thatcher durante la campagna a favore della permanenza nella CEE nel 1975

La stessa elezione di David Cameron nel 2015 è stata garantita anche dalle sue promesse sul referendum in caso di vittoria. Nel 2015, con l’ “European Union Referendum Act“, il neo-eletto parlamento ha dato forma alle promesse elettorali stabilendo che entro il 31 dicembre 2017 si sarebbe tenuto il referendum. Il 20 febbraio 2016 David Cameron ha rotto il ghiaccio e ha annunciato la data del referendum per il 23 giugno. La posizione del Primo Ministro è a favore della permanenza U.E.

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David Cameron, primo ministro britannico

Chi è favorevole e chi contrario alla Brexit? I partiti tradizionali (Laburisti e Conservatori) hanno espresso la loro posizione ufficiale, che in entrambi i casi è contraria all’uscita. Tuttavia in entrambi i partiti (maggiormente in quello conservatore) la posizione ufficiale non risulta vincolante per i membri del parlamento, i ministri e personalità in aperta contrapposizione con Cameron.

I favorevoli all’uscita (pro-Brexit)

All’interno del partito conservatore:

  • Boris Johnson, ex sindaco di Londra e membro del partito conservatore e membro della House of Commons (Parlamento britannico).
  • 5 dei 22 ministri: il ministro della Giustizia Michael Gove, il ex ministro del Lavoro Iain Duncan Smith (rassegnando le dimissioni qualche mese fa, marzo 2016), il ministro per l’Irlanda del Nord Theresa Villiers, quello per Sport e Media John Whittingdale, oltre al rappresentante del governo in parlamento, Chris Grayling.
  • Circa 100 deputati conservatori lasciati liberi di decidere, i quali hanno appoggiato le posizioni di Johnson e dei ministri sopracitati.
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Boris Johnson

All’interno del partito laburista:

  • “Labour leave”, un movimento contro la permanenza U.E. guidato da alcuni deputati del partito laburista.
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Labour Leave, gli esponenti del partito laburista a favore dell’uscita.

Si aggiunge ovviamente alla lista Nigel Farage con il suo UKIP (letteralmente “partito per l’indipendenza della Regno Unito”), partito euro-scettico che vede nella campagna un momento cruciale per raccogliere consensi.

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Nigel Farage, leader del partito euro-scettico UKIP

La causa Brexit è appoggiata anche dai partiti euro-scettici d’Europa tra i quali:

  • Marine Le Pen e il francese Front National, partito nazionalista e di estrema destra che sta salendo sempre di più nei sondaggi francesi in vista delle elezioni dell’anno prossimo.
  • Harald Vlimsky in Austria con il partito di destra  Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ), partito che ha perso alle ultime elezioni per la Presidenza dell’Austria contro il Verde Van der Bellen (per maggiori informazioni Austria, un risultato annunciato e Elezioni Austriache: un occhio ai numeri). L’FPÖ ha accolto positivamente i negoziati di Cameron e ha invitato Vienna a seguire l’esempio per uscire dall’U.E. parlando di “Öxit”.
  • In Italia La Lega di Salvini è pro-Brexit, il Movimento 5 stelle non ha preso una posizione ufficiale, limitandosi a sottolineare il clima di paura che pesa sulle sclete democratiche dei cittadini inglesi come su quelli italiani.

I contrari alla Brexit

Escluso UKIP, i leader dei partiti britannici si sono schierati contro il Brexit. Oltre a questi, larga parte dei leader europei e mondiali e il mondo dell’economia e della finanza sono a favore della permanenza britannica in Europa.

Tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, come è facile intuire, Donald Trump è a favore dell’uscita allacciandosi alla questione dei migranti, punto forte della sua campagna negli U.S.A.

Molti manager di imprese pubbliche e private britanniche sostengono la campagna anti-Brexit, che andrebbe a danneggiare gli equilibri raggiunti a livello commerciale, ridurre gli investimenti  e potrebbe togliere a Londra il titolo di capitale finanziaria europea, garantendo a Parigi questo titolo. Le stesse agenzie di rating si schierano contro l’ipotesi di uscita che avrebbe un costo nel breve periodo enorme.

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Il capo del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde insieme a Cameron

Inoltre l’uscita della Gran Bretagna dal’U.E. creerebbe un precedente di notevole dimensione, andando a mettere luce concretamente su come un paese possa uscire dall’Unione Europea ma soprattutto se un paese possa farlo, con quali conseguenze ed effetti.

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Numero di lavoratori U.E. rispetto alla forza lavoro totale del Regno Unito

I primi effetti si verrebbero a concretizzare nel mondo del lavoro, negli accordi commerciali ma anche nella gestione dei moltissimi cittadini europei che risiedono in Gran Bretagna, 3 milioni di cittadini non inglesi avrebbero immediatamente bisogno di un regolare permesso o visto lavorativo.

Soprattutto nel continente si temono rivendicazioni simili a quella britannica, non riuscendo ad arginare l’avanzata di movimenti anti europei, i governi continentali si troverebbero davanti una formazione di euro-scettici sicuramente rafforzata da un evento shock come il Brexit.

Tra meno di un mese, il 23 Giugno, ci sarà il tanto atteso voto. E’ evidente come la posta in gioco sia molto molto alta, le conseguenze possono rivelarsi fatali e andranno a incidere sull’intera Unione Europea oltre che sull’isola di Sua Maestà. Il referendum del 23 giugno va a toccare aspetti cruciali nella vita di un paese e dei rapporti con l’esterno. 

Questo articolo è l’introduzione generale a un discorso sul Brexit che andremo ad analizzare nello specifico fino, e oltre, al voto del 23 giugno. Ogni nuova analisi sarà legata l’una con l’altra tramite link. Arrivati alla conclusione del nostro “Focus” sulla Brexit renderemo disponibile tutti i lavori in un unico dossier consultabile da tutti.

 

 

 

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