Il teorema della democrazia e la sua eredità

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di Marco Piccininni

Molte correnti economiche, filosofiche, politiche e sociologiche hanno teorizzato l’esistenza di una società collettivistica ed egualitaria, decentrata e caratterizzata dalla democrazia dal basso.

Questa idea di società attraversa nella storia le menti dei più disparati pensatori, dal cattolico Thomas More all’anarchico Bakunin, e, nei secoli, molte esperienze si sono poste l’obiettivo di realizzare queste idee, dalla Comune di Parigi del 1871 al Rojava curdo del 2012.

Numerose teorie hanno motivato la necessità di questo tipo di società con argomentazioni quali la giustizia sociale, l’ambientalismo, il benessere collettivo o i vantaggi economici.

Si può dimostrare che questo sistema di democrazia radicale sia anche più efficiente di un qualunque sistema oligarchico in termini decisionali e di organizzazione politica?

Vox Populi                                                                                               

Il 7 Marzo del 1907 su Nature viene pubblicato un articolo scientifico intitolato “Vox Populi” firmato da Francis Galton. Padre dell’eugenetica e del darwinismo sociale, costui altri non è che il cugino di Charles Darwin oltre che un esperto antropologo, esploratore e climatologo. Il suo articolo inizia con una frase che un lettore moderno giudicherebbe oggi buffa e anacronistica: “In questi giorni democratici, ogni studio dell’affidabilità e delle peculiarità del giudizio popolare, è di interesse”. La pubblicazione non parla però di politica o di filosofia, ma del peso di un bue macellato e condito.

Francis Galton si ritrova a studiare un gioco a premi effettuato durante la “Fiera annuale del bestiame dell’Inghilterra occidentale” tenutasi nel 1906 a Plymouth.

Il gioco è semplice: un bue viene messo in mostra e pagando 6 penny (costo di partecipazione al gioco), i partecipanti ricevono un bigliettino su cui devono scrivere una stima del peso del bue una volta che sarà macellato e condito. Successivamente il bue sarà realmente macellato e condito e chi avrà fornito la stima più vicina al valore reale del peso si aggiudicherà l’animale.

Come sottolinea Galton, si verifica una serie di condizioni particolari: il giudizio non è distorto dalle passioni né è influenzato dall’arte oratoria; la presenza di un costo per la partecipazione incoraggia la serietà; la speranza del premio e la competizione portano ogni partecipante a fare del proprio meglio e soprattutto, la “folla” di partecipanti comprende sia persone altamente esperte nel giudizio del peso di un animale (come macellai e contadini) sia persone comuni, guidate dalla propria esperienza e dalla propria immaginazione.

Proprio quest’ultima condizione porta Galton al parallelismo tra i partecipanti al gioco e gli aventi diritto al voto in una democrazia.

Il cugino del celebre biologo studia la distribuzione dei 787 giudizi espressi dai partecipanti al concorso. Seguendo il principio del “un voto, un valore” individua la mediana della distribuzione (valore che lascia a sinistra e a destra il 50% della distribuzione dei giudizi ordinati per intensità) e la identifica con la “Vox Populi”, cioè l’espressione popolare.

La “Vox Populi” è di 1207 libbre, il peso reale del bue cucinato e condito è di 1198 libbre. Il giudizio popolare è quindi lontano solo 9 libbre (lo 0,8% del peso complessivo) dalla realtà.

L’articolo è stato poi oggetto di rivisitazione da parte di Kenneth F. Wallis, il quale ha notato che la media aritmetica dei 787 giudizi era esattamente uguale al peso reale del bue.

Quindi nonostante Galton avesse identificato la mediana con la Vox Populi in quanto espressione del “votante intermedio”, da un punto di vista concettuale e empirico sarebbe stato sicuramente più appropriato usare la media aritmetica, che meglio rappresenta la sintesi dei giudizi differenti dei partecipanti.

In ogni caso, Galton aveva fatto una grande scoperta: la democrazia funziona.

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La saggezza della folla

Nel 2005 lo scrittore statunitense e giornalista del New Yorker, James Surowiecki, pubblica un saggio dal titolo “La saggezza della folla”.

Surowiecki riprende lo studio di Galton e formalizza una legge generale che sostiene che, verificate certe specifiche assunzioni di partenza, il giudizio della folla è migliore di quello espresso dai singoli individui che la compongono, anche del più esperto.

La realtà mostra che aggregare giudizi apparentemente impulsivi, poco razionali, privi di analisi sofisticate e informazioni troppo dettagliate, può effettivamente portare a risultati eccezionali. Questa intelligenza collettiva è la “saggezza della folla”, o con i termini di Galton, la “Vox Populi”.

Quindi, se si verificano determinate circostanze, i gruppi intenzionati a risolvere un problema sono intelligenti più dei loro membri migliori. Secondo Surowiecki le condizioni sono:

  • Diversità di opinione: fondamentale perché consente la presenza di più punti di vista, dato che l’intelligenza da sola non garantisce che un problema sia visto da angolature differenti.
  • Indipendenza: le opinioni di una persona non devono essere condizionate da quelle degli altri.

Le decisioni dei singoli all’interno di una folla vanno sempre prese in considerazione simultaneamente e non in maniera sequenziale, altrimenti il rischio è che si venga a creare una “cascata di informazioni” (quando gli individui della folla non prendono decisioni sulla base delle informazioni a loro disposizione ma si limitano a imitare gli altri).

  • Decentramento: il gruppo non deve essere guidato dall’alto e le decisioni devono essere prese dai singoli individui sulla base delle proprie conoscenze private e specifiche e non da un singolo capo onnisciente e lungimirante.
  • Aggregazione: le decisioni migliori non nascono dal consenso e dal compromesso, ma dall’aggregazione di opinioni libere e contrastanti.
  • Informazione: la saggezza della folla funziona grazie al fatto che la media aritmetica di più giudizi soggettivi differenti permette di compensare gli errori effettuati dai singoli (banalmente le sovrastime e le sottostime si compensano tra loro) portando ad un giudizio collettivo vicinissimo alla realtà. Questo meccanismo può funzionare solo se il giudizio dei singoli è formato, oltre che da una componente di “errore”, anche da una di “informazione”.

E’ anche importante che la folla sia di grandi dimensioni. Infatti i piccoli gruppi, a causa di determinati atteggiamenti psicologici tendono a non rispettare le prime 3 condizioni.

Alla fine, la “saggezza della folla” non è una teoria così assurda, basti pensare ad alcuni esempi concreti con cui abbiamo a che fare ogni giorno.

Google, per esempio, che con il suo algoritmo PageRank nel 1998 ha battuto la concorrenza di tutti gli altri motori di ricerca, perché in grado di riportare in breve tempo sempre i risultati più appropriati sfruttando il carattere democratico del web. Il suo algoritmo consiste di fatto nel selezionare la pagina “x” come primo risultato sulla base di quante pagine riportano un collegamento ad “x” e su quanti collegamenti ci sono alle pagine votanti per “x”. In pratica è come se ad ogni ricerca Google chiedesse a tutte le pagine del web di votare per la pagina più appropriata tenendo maggiormente in considerazione i voti delle pagine più importanti.

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Il sistema operativo Linux, allo stesso modo, essendo opensource permette a chiunque di modificare il codice del software. Migliaia di programmatori gratuitamente e sulla base delle proprie competenze contribuiscono a correggere gli errori e a rendere il sistema sempre migliore.

Ancora, Wikipedia combina i saperi di un numero infinito di persone sparse per il mondo e ottiene risultati migliori delle classiche enciclopedie accademiche.

Esempio ancora più lampante è la ricerca scientifica che funziona quasi esclusivamente grazie a lavori di equipe o team di ricercatori e si fonda sulla fiducia nella saggezza collettiva. Tutte le più importanti scoperte sono frutto di reti di collaborazioni interdisciplinari e internazionali. La specializzazione necessaria a causa della grande quantità di conoscenze oggi a nostra disposizione, rende indispensabile il lavoro di gruppo per fare in modo che ogni problema sia affrontato da differenti punti di vista e che la soluzione finale emerga dall’amalgamarsi di posizioni differenti. Un esempio concreto è lo studio internazionale che in meno di un mese, grazie alla collaborazione assolutamente orizzontale di 11 diversi centri di ricerca in tutto il mondo, ha portato alla scoperta del virus che causa la SARS. La scienza è collettiva, dipende da un libero ed aperto scambio di informazioni e posizioni che non viene gestito in maniera centralizzata da nessuno.

Ma nel libro vengono riportati moltissimi esempi meno conosciuti, come:

  1. il caso del ritrovamento del sottomarino scomparso ad opera del gruppo di lavoro dell’ufficiale della Marina John Craven;
  2. il 91% di risposte corrette fornito dall’aiuto del pubblico nella trasmissione “Chi vuol essere milionario?”;
  3. la molto precisa stima del numero di palline in un barattolo effettuata dalla classe del professore di economia Jack Treynor;
  4. la soluzione di gruppo risultata ottimale per uscire da un labirinto in una simulazione del fisico teorico Norman L. Johnson;
  5. il fatto che in circa ¾ dei casi la quotazione finale del Mirage, uno degli hotel e casinò più importanti di Las Vegas, corrisponde al risultato della partita, perché è in definitiva decisa dagli scommettitori;
  6. I progetti FutureMap e Policy Analysis Market pensati dai servizi segreti americani per organizzare dei mercati in cui è possibile scommettere sul realizzarsi di attentati o eventi di politica estera, al fine di riuscire a prevederli;
  7. il progetto della NASA “Clickworkers” che ha mostrato come il parere della folla era indistinguibile da quello di un geologo con anni di esperienza nella classificazione dei crateri di Marte.

La saggezza della folla è però un risultato controintuitivo.

Questo perché probabilmente, come afferma Surowiecki, siamo abituati a pensare che la decisione giusta o il giudizio migliore stia nella testa dell’unica persona “intelligente” mentre siamo convinti che la gente, la massa, il popolo sia stupido, impulsivo e irrazionale.

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Viviamo nella frenesia della “caccia di esperti”, siamo alla ricerca di “tecnici”, “laureati”, “leader”, “talentuosi” che ci guidino verso le decisioni migliori. Ma se fosse la folla a prendere le decisioni migliori?

Sia chiaro che la saggezza della folla non vuol dire che i non-esperti hanno più ragione degli esperti. La folla comprende tutti. La competenza è importante, un gruppo informato infatti prende decisioni migliori di un gruppo non informato. La saggezza della folla stabilisce solo che un gruppo nel complesso prende decisioni migliori dei singoli che lo compongono.

Vestigia della Vox Populi 

Per tutta la durata del libro si ha la perenne sensazione che Surowiecki si trovi davanti a una scoperta sensazionale ma non ne voglia cogliere fino in fondo la profondità.

La conclusione che la folla è estremamente intelligente e che quasi sempre prende decisioni perfette, porterebbe chiunque a rimettere in discussione la realtà in cui viviamo. Al giorno d’oggi chi decide sui temi più importanti? Non certo la folla. E se lo fa, è solo in circostanze che violano le condizioni che rendono la democrazia un sistema efficiente.

Verrebbe spontaneo pensare che forse il nostro sistema economico e finanziario, basato sulla “libera iniziativa privata”, la concorrenza, l’esclusione delle masse, le oligarchie e i monopoli non sia il sistema più efficiente per gestire le risorse ed organizzare la produzione.

Verrebbe spontaneo pensare che il nostro sistema politico basato su imposizioni dall’alto, sistemi elettorali poco rappresentativi, campagne diffamatorie, mezzi di comunicazione asserviti, democrazie estremamente indirette, compromessi e corruzione non sia il sistema più efficiente per legiferare sulle nostre vite.

Tuttavia, Surowiecki sembra non accorgersi di tutto questo.

Anzi, finisce per giustificare in qualche modo il mondo in cui viviamo. Si impegna nella folle impresa di rendere compatibile il libero mercato e il sistema delle democrazie liberali con la saggezza della folla, senza troppo successo.

Surowiecki giustifica la cosa come se fossero tipi di scelta diversi perché nel determinare il prodotto migliore non si ha una gamma di soluzioni, quindi gli imprenditori generano tutte le alternative e la folla lentamente sceglie. Sulla base di questa giustificazione stravagante l’autore rivendica l’esistenza di un libero mercato caratterizzato da varietà di imprenditori, spietata concorrenza e deregolamentazione: la saggezza della folla diventa così una nuova “mano invisibile” per legittimare il sistema economico capitalista.

Ma perché la folla non dovrebbe essere in grado di prendere una decisione migliore dell’imprenditore sul sistema produttivo? L’esistenza stessa del marketing, degli status symbol, delle pubblicità, del consumismo, della convenienza economica non invalida in partenza le assunzioni di indipendenza, informazione e decentramento nella scelta del prodotto migliore? Cosa cambia tra la decisione sul numero di scarpe da produrre in un anno per soddisfare le esigenze del Paese e la previsione sul numero di palline in un barattolo? Davvero scegliere il prodotto più innovativo per soddisfare un bisogno è così diverso da scegliere il percorso migliore per uscire da un labirinto? Perché per capire chi è il candidato alla presidenza più amato dal popolo ci si può affidare alle previsioni della folla, ma per capire qual è l’idea di prodotto più amata dai consumatori dovremmo prima produrre tutte le possibili idee e poi aspettare anni che qualcuno fallisca per il calo dei consumi…non sarebbe l’equivalente di eleggere tutti i presidenti e vedere quale genera il numero minore di manifestazioni di proteste antigovernative in 5 anni?

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Tutte queste contraddizioni sono davvero giustificabili dall’affermazione “A volte l’approccio più caotico è il migliore” o sono solo il frutto di una marcata ideologia liberale e neoliberista che Surowiecki non riesce a scrollarsi di dosso?

Surowiecki stesso si chiede come sia possibile che “le aziende riconoscono i potenziali vantaggi del decentramento, ma continuano a non capire che i sistemi di organizzazione dal basso potrebbero offrire soluzioni nuove ai loro problemi tattici e strategici: problemi come scegliere tra una serie di possibili prodotti, costruire nuovi impianti, prevedere quale sarà la domanda, stabilire i prezzi e realizzare fusioni. Oggi, nella maggior parte delle imprese, tutte queste decisioni sono prese da un’unica persona: l’amministratore delegato”.

Surowiecki afferma anche che “può darsi che sia vero” che “Il potere verticistico sarebbe insito nel DNA delle aziende e non avrebbe senso cercare di eliminarlo”. Ma non lo sfiora l’idea di allargare la base del potere decisionale nella società.

D’altronde siamo di fronte ad un uomo che non riesce a spiegarsi l’esistenza di fenomeni “irrazionali” come la collaborazione, il senso del dovere, l’esistenza delle mance, l’altruismo, gli scioperi. Un uomo che attribuisce la crisi economica al comportamento scorretto di qualche manager che ha perso la bussola inebriato dai guadagni a breve termine, e si limita a sperare in un mercato azionario più etico ed equilibrato per risolvere il problema.

Probabilmente questo dimostra che è più difficile convincere un giornalista americano di economia e finanza dei benefici della pianificazione della produzione, che il padre dell’eugenetica, convinto che solo pochissimi individui abbiano le caratteristiche adatte per mantenere una società sana, dei benefici del voto democratico e della intelligenza collettiva.

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