Make in India: la sfida all’industria globale

Dal 2014 il governo di Nahrendra Modi è impegnato nel rilancio della crescita economica del paese, che vuole ottenere con il rafforzamento dell’industria manifatturiera. Questa politica è stata battezzata “Make in India” e attira ogni anno centinaia di miliardi di dollari in capitali, rendendo l’India il maggior destinatario degli investimenti stranieri diretti a livello globale.

Il progetto è stato lanciato per rispondere ad un momento di crisi attraversato dal paese e dagli altri membri dei BRICS. In quel periodo l’India ha visto crollare fortemente il suo ritmo di crescita, quindi l’amministrazione ha dovuto reagire con forza per mantenere alta la fiducia degli investitori e scongiurare una crisi economica.

Le misure del Make in India sono state imposate su due fronti: rilanciare la produzione e la produttività da una parte, invitare le industrie straniere ad aprire stabilimenti in India dall’altra. Questa però non è solo una politica economica, ma fa parte del più vasto piano di ristrutturazione dei poteri di governo attuata da Modi durante la sua presidenza.

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Le politiche “Make in India”

Il governo ha agito invitando vecchi e nuovi partner economici ad investire nel suo paese, offrendo in cambio enormi incentivi. L’amministrazione indiana ha garantito un rapporto più diretto tra essa e gli investitori e le nuove infrastrutture pubbliche, oltre che la concreta revisione dei processi amministrativi relativi alle imprese.

Uno dei principali  mezzi con cui è stata avviata la nuova politica è stata infatti la semplificazione burocratica. La pesantezza della macchina pubblica indiana è nota e spesso la complessità delle norme, unita alla corruzione, aveva scoraggiato l’investimento estero. Agendo su questo fronte il governo Modi ha ottenuto ottimi risultati, tanto che nell’indice “Ease of doing business” l’India è balzata dal 130° posto nel 2016 al 100° nel 2017.

Le principali politiche con cui si è ottenuto questo risultato hanno riguardato la diminuzione delle tasse sulle aziende, il miglioramento del sistema di credito e quello della giustizia civile. Anche le nuove politiche commerciali, basate sull’ampliamento di porti e ferrovie, hanno dato ottimo impulso alla fiducia degli investitori. Infine, misure contro l’insolvenza e le difficoltà nell’ottenere permessi governativi hanno migliorato la situazione di incertezza nei processi amministrativi, che aveva scoraggiato moltissimi investitori degli ultimi decenni.

All’azione di governo è stata affiancata una colossale campagna di promozione dell’iniziativa. Questa è stata portata avanti dalla diplomazia per quanto riguarda il settore pubblico-istituzionale e dal colosso pubblicitario Wieden+Kennedy in quello privato. Tutte le informazioni necessarie agli investitori sono poi disponibili sul sito ufficiale dell’iniziativa, fatto che semplifica molto la comunicazione del progetto.

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Nahrendra Modi ad un evento promozionale in Germania

Settori produttivi

Nel piano Make in India sono compresi 25 diversi settori economici, che vanno dall’industria pesante a quella estrattiva, fino alla tecnologia e ai servizi informatici.

Un settore di particolare interesse è quello dell’energia rinnovabile, cresciuto enormemente grazie alle importanti politiche pubbliche di incentivi e supporto alle tecnologie “verdi”. Nonostante l’impegno ambientalista, il paese non ha comunque deciso di abbandonare l’estrazione e l’uso di combustibili fossili, inquadrando anche queste attività nella nuova politica economica. L’India è infatti un paese con un bisogno enorme di energia, non coperto a sufficienza dalle fonti rinnovabili.

Anche nel settore alimentare sono giunti fortissimi investimenti. L’India è uno dei maggiori produttori di cibo al mondo, ma la sua capacità di esportazione è ancora scarsa, nonostante enormi margini di miglioramento. L’elettronica è comunque il settore con le più alte possibilità di crescita. La domanda di hardware in India sta crescendo rapidamente e le multinazionali non vogliono perdere l’affare, soprattutto quelle cinesi, americane e tedesche.

Altri settori che hanno attirato grandi capitali sono quello automobilistico, quello delle infrastrutture e quello biomedico. L’India infatti sarà presto il terzo più grande mercato farmaceutico e il produttore del 20% dei farmaci generici nel mondo, nonostante alcuni contenziosi internazionali sui brevetti.

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Inaugurazione della partnership tra India e due importanti produttori di smartphone


Minimo Governo, massima Governance

Tutto del Make in India ricalca lo slogan “Minimum Government, Maximum Governance” che ha guidato le azioni dell’attuale esecutivo indiano. Con questo concetto Modi e la sua squadra identificano il loro approccio all’amministrazione pubblica, che ha uno stile centralizzatore e tecnocratico.
L’amministrazione indiana sta assumendo un carattere progressivamente più manageriale, con un forte potere degli organi esecutivi. Questo rende i processi decisionali più rapidi e disciplinati, permettendo di presentare ottimi risultati concreti all’elettorato, ma causa vari ordini di problemi.

I nuovi manager pubblici si sono rapportati in maniera diretta e vincente con gli investitori stranieri, ma sono stati abbastanza insensibili ai meccanismi di tutela del lavoro e dell’ambiente. Con così tanta forza attribuita agli esecutivi, enormi processi decisionali sono in mano a staff ridotti, fatto che aumenta molto le possibilità ddi influenza dei grandi gruppi di potere politico ed economico.

Minore è lo spazio lasciato alla mediazione, infatti, meno ce ne sarà per i contrappesi al decisionismo, che andrà immancabilmente a favorire gli attori più forti. Non è un caso infatti che il malumore intorno al governo Modi stia crescendo, soprattutto riguardo il calo dell’accountability e della trasparenza rilevato da molti negli ultimi anni.

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Prospettive per il futuro

La politica Make in India, lo abbiamo visto all’inizio, ha avuto e promette di continuare ad avere un ottimo riscontro. I motivi dietro questo innegabile successo sono simili a quelli che rendono la Cina un’importantissima destinazione per i capitali mondiali. Entrambi gli stati hanno un enorme mercato interno, essendo i due più popolosi del mondo, e in più i consumi sono in rapida crescita mano a mano che si formano nuovi ceti medi.

Questa politica è stata però implementata con misure decisamente liberiste, con tutto ciò che ne consegue. Se, pur di mantenere vivo questo flusso di denaro, l’India procederà allo smantellamento delle tutele e delle regolamentazioni industriali, i frutti del Make in India diventeranno presto sgraditi.  Le decine di migliaia di posti di lavoro che si sono creati, se non protetti da diritti adeguati, rischiano di non tradursi in sviluppo ma in sfruttamento e la stessa sorte toccherà all’ambiente. Senza serie regole anti-inquinamento il paese vedrà peggiorare la sua già tragica situazione ambientale, con enormi costi sanitari a carico della collettività.

Nel perseguire la sua agenda, infine, il governo Modi ha ridotto molti programmi di welfare legati a istruzione e sanità. Questo in un paese come l’India, che persegue attivamente lo sviluppo sociale, è molto pericoloso e rappresenta un segnale allarmante di inversione di rotta verso quella forma di liberismo che ha funestato i decenni passati. Soprattutto in contesti eterogenei e di povertà diffusa come l’India una crescita concentrata in pochissime mani rischia di avvelenare la società, premendo su quelle fratture tra cittadini e istituzioni che rischiano di diventare destabilizzanti.

 

Fonti e Approfondimenti:

http://www.makeinindia.com/sectors

http://www.doingbusiness.org/data/exploreeconomies/india

https://www.researchgate.net/publication/290474250_%27Minimum_Government_Maximum_Governance%27_The_Restructuring_of_Power_in_Modi%27s_India

https://economictimes.indiatimes.com/news/economy/finance/india-replaces-china-as-top-fdi-destination-in-2015-report/articleshow/51932057.cms

 

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