L’altra metà del cielo: il matriarcato indiano del popolo Khasi

Dopo la nostra introduzione sul concetto di matriarcato (ancora molto attuale) presso i popoli indigeni del continente asiatico, in questo articolo descriveremo la storia e la cultura di uno di questi, i Khasi dell’India. Lo stile di vita tradizionale che sono riusciti a conservare, almeno in parte,  permette di distinguere gli elementi tipici del matriarcato.

Attualmente composto da circa un milione e mezzo di persone, questo popolo prende il proprio nome dalle colline nell’Assam e in Meghalaya, due Stati dell’India nordorientale, dove risiede a 1,500 metri d’altezza fra i grandi fiumi Brahmaputra e Irrawaddy.

I Khasi sono una sottopopolazione dei Va, indigeni che in tempi antichi abitavano l’intera Indocina. Pur essendo imparentati con l’antica popolazione montana del Myanmar e del Tibet, non hanno le caratteristiche fisiche pronunciate dei Mongoli.

Dopo essere stati annientati, cacciati o assimilati dagli invasori tailandesi, shan, laotiani e siamesi, finirono per insediarsi nella regione nordorientale in tribù sparse, disperse tra le colline. Oggi, anche a causa degli strascichi del colonialismo inglese – che ha interessato la zona fino agli anni ’70 del secolo scorso – il futuro di questa popolazione indigena è quanto mai incerto.

La struttura matriarcale tradizionale

La struttura sociale khasi è organizzata in grandi clan, detti kur, in cui la persona più importante è la madre. Kha-si” significa proprio “nato da una madre”, la quale non è solo la capa del clan, ma anche la sacerdotessa della famiglia.

Questa matriarca, chiamata ka khatduh, ha la responsabilità dei rituali familiari (comprese le importantissime cerimonie dei morti) e custodisce tutte le proprietà del clan (casa, terre comuni, introiti dei membri) senza trarne alcun profitto personale. È la responsabile del benessere di tutto il gruppo: deve gestire la distribuzione della ricchezza comune, ripartendola equamente secondo i bisogni di ciascuno.

Nella casa del clan, ossia la ing kur, la ka khatduh è investita di un’autorità naturale, non di un potere. Dà consigli che poi gli altri decidono se ascoltare o meno e non c’è nessun esecutivo (né polizia né esercito) che trasformi i suoi suggerimenti in ordini.

I Khasi seguono il principio della matrilinearità, per la successione e l’eredità. Oggi, anche se il clan del padre viene riconosciuto e onorato, i figli continuano a portare il nome del clan della madre. Di solito, è la figlia minore che rileva l’intero patrimonio ancestrale, insieme alla responsabilità verso il clan.

Per diventare ka khatduh non è necessario provenire da una famiglia ricca, quindi capita spesso a questa matriarca di dover cercare aiuto economico presso parenti lontani. La sua posizione potrebbe sembrare di privilegio, ma non lo è: deve prendersi cura di tutti i membri del clan in difficoltà, perciò è richiesta la sua presenza costante.

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Giovani khasi in abiti tradizionali, 2014. Fonte: Tony Knuppel, Flickr

Gli uomini vivono per tutta la vita nella casa della ka khatduh, dove portano i frutti delle loro fatiche. Come “sposi”, possono visitare la propria partner solo di notte – non hanno diritto né di mangiare, né di lavorare e né tantomeno di abitare nella casa del clan della propria compagna. Questo è quello che si intende, in etnologia, per “matrimonio di visita”.

Presso un sottogruppo khasi, i Garo, è la donna che corteggia l’uomo, e non viceversa: la ragazza fa rapire dai propri fratelli il ragazzo che le piace, che viene tenuto prigioniero per qualche tempo nella casa degli uomini, per poi venire presentato alla ragazza tutta vestita elegante e ingioiellata. Se il ragazzo non fugge da lei più di tre volte di fila, significa che accetta la volontà della giovane di prenderlo come compagno, altrimenti la scelta viene invalidata.

Anche il divorzio è informale quanto il matrimonio. Basta un “non mi piaci più” da parte di uno dei due, e i partner si separano. Molti studiosi parlano di monogamia fra i Khasi, perché di solito si impegnano in una relazione alla volta – ma non può essere intesa nel senso occidentale del termine. Di fatto, è una “monogamia seriale”, dove le donne possono avere un certo numero di uomini nella loro vita e viceversa.

Tradizionalmente, gli uomini non hanno un ruolo significativo come mariti e non sono riconosciuti come padri. Ma questo non significa che l’uomo khasi sia considerato inferiore alla donna: gode di grande rispetto all’interno del clan grazie al suo ruolo di u kni, ossia di parente prossimo dei figli delle sorelle, ai quali fa da “padre sociale”.

Molti antropologi europei immaginano l’u kni come il personaggio chiave di tutte le politiche locali e regionali dei Khasi, poiché è il rappresentante pubblico del clan negli incontri del durbar shnong, il consiglio locale dei villaggi. Ma gli etnografi indigeni khasi sono riusciti ad andare più in profondità. È la casa del clan che costituisce l’unità politica di base, dove vengono prese le decisioni tramite consenso durante il durbar iing, il consiglio di famiglia, che invia poi i membri maschi anziani a esporle nel durbar ku, il consiglio del clan.

Nessuna di queste riunioni durbar potrebbe avere luogo senza l’accordo consensuale delle donne, necessario per prendere qualsiasi decisione. L’uomo figura come aiutante e gregario in tutte le faccende della vita, ma non è mai quello che governa. Nemmeno la ka khatduh può essere considerata una governante nel senso comune del termine, poiché non esercita mai il suo potere tramite la forza e l’imposizione.

Infatti, la società khasi non può essere catalogata come una democrazia (un concetto politico molto più recente), ma piuttosto come una società consensuale di clan, in cui il processo decisionale riguarda tutti i membri. Le discussioni sono sintetizzate e ratificate dalla ka katduh ed esposte poi successivamente dall’u kni in qualità di delegato nel consiglio del villaggio.

Le disfunzioni imposte dal dominio inglese

Dai loro rifugi sulle montagne, i Khasi sono riusciti a difendersi con successo dai patriarcali ariani indoeuropei, dagli indù e dai musulmani, creandosi la fama di guerrieri coraggiosi. Tuttavia, per quanto rimasti fedeli alla propria cultura matriarcale, gli effetti delle pressioni esterne a cui sono stati sottoposti lungo i millenni hanno generato molti cambiamenti – come ad esempio l’usanza di sacrificare i prigionieri di guerra e la caccia delle teste.

I contatti fra gli indigeni e gli invasori inglesi si sono verificati per la prima volta nel 1823, a cui seguirono le guerre di conquista nel giro di pochi anni. Nel 1905, quando vennero avviate le prime ricerche etnografiche sui Khasi, la loro cultura era già in fase di declino.

Nel 1924, tutti i popoli Khasi furono sopraffatti e disarmati dalle forze colonialiste britanniche, perdendo di fatto la loro autonomia. Il nuovo governo coloniale tolse ai consigli locali il potere di risolvere le questioni sulla base del consenso, e impose dall’alto un “consiglio di distretto” come istituzione di giustizia formale.

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Villaggio khasi sulle colline vicino Srimongal, Bangladesh, 2016. Fonte: David Stanley, Flickr

In origine, la società khasi non era suddivisa in classi, ma aveva un’élite di clan indigeni più antichi. I membri di questa élite godevano di uno status onorario che garantiva loro il massimo rispetto, ma non più poteri o ricchezze degli altri. Unico loro privilegio era la facoltà di insediare i syiem, i capi dei vari distretti dei territori khasi.

Questo syiem, in genere, era il figlio o il nipote della syiem sad, l’alta sacerdotessa che era il vero centro spirituale ed economico della comunità, in quanto custode della tesoreria reale. Il syiem rivestiva un ruolo esecutivo e aveva un’autorità temporanea, dato che poteva essere sostituito da un altro parente maschio in caso di comportamenti inaccettabili. Con la conquista militare inglese, la posizione del syiem venne “rafforzata”, per renderlo mero esecutore della volontà dei nuovi amministratori.

Oltre ai militari, a partire dal 1841, anche i missionari inglesi avevano iniziato a interessarsi alla regione: già nel 1951, il 55% dei Khasi era stato convertito al cristianesimo. Oggi, almeno l’80% di loro professa un credo diffuso nella trinità maschile occidentale. Molto poco si sa della credenza “eretica” nella rinascita e nel divino femminile in cui i Khasi hanno creduto per millenni.

L’attuale condizione delle donne Khasi

Con gli amministratori coloniali inglesi – che per primi trasformarono la terra in proprietà privata da vendere per creare la propria infrastruttura governativa – ha avuto inizio il crollo economico dei clan matrilineari. Nell’economia tradizionale khasi, infatti, la terra era in comune e distribuita dalle donne a seconda dei bisogni della comunità.

Tuttavia, nonostante il concetto di proprietà privata sia relativamente nuovo per i Khasi, la tendenza al possesso si è diffusa abbastanza velocemente. Gli uomini khasi (che devono la propria carriera al potere coloniale) hanno iniziato a comprare la terra con delle abitazioni singole e a fondare famiglie mononucleari e monogame sul modello occidentale.

Anche la drammatica fase di transizione da società di sussistenza a economia di mercato e il numero crescente di immigrati dal Bangladesh, stanno spingendo sempre più Khasi a cambiare stile di vita e a vendere la propria terra (o a cederne informalmente il controllo). Quella che, una volta, era l’ugualitaria società agricola dei Khasi si è stratificata in classi di ricchi e poveri. Oggi, il sistema sociale di questo popolo indigeno si è trasformato in un’oligarchia.

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Famiglia khasi, 2011. Fonte: Flickr

A causa della parziale distruzione della struttura matriarcale del clan, poi, le donne khasi stanno vivendo un’amara perdita dei propri diritti. Nelle zone rurali, nonostante svolgano la maggior parte dei lavori in casa e nei campi, la loro partecipazione nei processi decisionali è stata drasticamente ridotta. Nelle città, all’interno delle nuove famiglie nucleari, sono diventate economicamente dipendenti dagli uomini. La chiesa – che aveva attivamente promosso questa forma di famiglia – non ha più risorse per aiutarle. Solo il clan matrilineare può fare qualcosa.

Come reazione a questa situazione estremamente critica, è sorto un movimento indigeno khasi che ha lo scopo di preservare la cultura tradizionale matriarcale e, quindi, la forza e l’identità di questo popolo. Nell’attuale clima di consapevolezza politica, molti uomini khasi vedono ancora nel sistema matriarcale la forza della loro cultura, antica di migliaia di anni.

Molti, ma non tutti: dalla fine degli anni ’90, diverse organizzazioni – fra cui la Khasi Student Union e la Syngkhong Rympei Thymmai (SRT, che significa letteralmente “associazione dei nuovi cuori”) – hanno iniziato a fare pressioni sulle istituzioni per “modernizzare” il proprio sistema di successione matrilineare. Ciò che contestano è soprattutto la pratica secondo la quale, fra i due genitori, basta che solo la madre sia khasi per rendere la prole stessa parte a pieno titolo della popolazione.

Il loro timore principale è quello di dover condividere con un sempre maggior numero di “stranieri” le opportunità riservate in India al popolo Khasi, in quanto minoranza etnica – come la tassazione più bassa e il sistema di quote per inserirsi nell’istruzione e negli impieghi pubblici. Keith Pariat, il presidente della SRT, è arrivato a sostenere che la matrilinearità tradizionale “non risponde più ai bisogni contemporanei e, a lungo andare, porterà all’estinzione della tribù khasi pura”.

Tuttavia, come la sociologa khasi Tiplut Nongbri ha sottolineato, anche se le leggi di discendenza khasi “possono rendere il legame etnico assai poroso, esse fanno sì che l’aggiunta di nuovi membri all’interno della società diventi relativamente facile – fornendo vitalità all’intero sistema”.

Infatti, la matrilinearità khasi riconosce anche i figli nati da unioni fra uomini khasi e donne straniere, trasformando i nomi di queste ultime in nomi di nuovi clan. La “modernizzazione” invocata da SRT e simili finirebbe per privare la società khasi di questa concezione dell’appartenenza al gruppo notevolmente liberale e progressista.

 

Fonti e approfondimenti

Goettner-Abendroth, H., “Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo.”, Venexia, Roma, 2013

Baruah, S., “Citizens and Denizens: Ethnicity, Homelands, and the Crisis of Displacement in Northeast India”, Journal of Refugee Studies, Vol. 16, No. 1, 2003

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