Spagna: il miraggio della governabilità

Tutto come prima. La Spagna torna al voto per la seconda volta nel giro di sette mesi (e la quarta in quattro anni) ma, come ampiamente previsto dai sondaggi, il risultato non porta a maggioranze solide. Con la questione catalana sempre più scottante, lo scenario più probabile diventa quello di una grande coalizione tra centrodestra e centrosinistra.

La crisi politica spagnola

La Spagna sta attraversando un periodo di forte crisi politica. A partire dal ritorno della democrazia nel 1976, infatti, il Paese è stato caratterizzato da un sostanziale bipolarismo, con l’alternanza tra il centrodestra del Partito Popolare (PP) e il centrosinistra del Partito Socialista (PSOE). Questo scenario è definitivamente tramontato a partire dalle elezioni del 2015, in cui sono emersi sulla scena politica due nuovi partiti: la sinistra populista e radicale di Podemos (UP) e il partito liberale Ciudadanos (Cs). Questi due nuovi gruppi hanno eroso il consenso dei partiti tradizionali, nel frattempo entrati in crisi per una serie di scandali che hanno colpito i popolari quanto i socialisti. Nell’ultimo anno, inoltre, il quadro politico si è ulteriormente complicato per via dell’ascesa del partito nazionalista Vox.

Tra il 2015 e il 2018 ha governato, grazie all’astensione decisiva dei socialisti, il Partito Popolare di Mariano Rajoy, mentre a partire dal 2018 è in carica un governo monocolore socialista guidato da Pedro Sánchez, che nella scorsa legislatura si reggeva sulla decisiva astensione di Podemos e dei partiti nazionalisti baschi e catalani. Il mancato accordo sulla legge di bilancio del 2018 e l’irrisolta questione catalana fanno sì che la Spagna sia sostanzialmente senza governo da quasi un anno. Il Parlamento uscito dalle elezioni del 29 aprile non è riuscito a esprimere alcuna maggioranza, quindi re Felipe si è visto costretto a sciogliere il Congresso dei Deputati e a convocare una nuova consultazione elettorale.

Risultati elettorali e conseguenze a breve termine

I risultati elettorali non si discostano molto da quelli di sette mesi fa. Il Partito Socialista resta quello più votato, con una percentuale del 28%, ma con i suoi 120 seggi è lontanissimo dalla maggioranza assoluta necessaria di 176 parlamentari. Inoltre, il partito di Sánchez perde il controllo del Senato, che comunque in Spagna non vota la fiducia al governo. Al secondo posto vi è nuovamente il Partito Popolare, che con il suo 20,8% incrementa di 4 punti il deludente risultato di aprile, mentre la terza forza diventano i nazionalisti di Vox, che ottengono un grande successo superando il 15%. Podemos tiene tutto sommato bene alla scissione di Más País (che raccoglie invece un deludente 2%), attestandosi sul 12,8%. Bene anche le forze nazionaliste basche e catalane, che sono maggioranza nelle rispettive regioni.

La grande novità di queste elezioni è però il clamoroso crollo di Ciudadanos, che perde oltre due milioni di voti e passa da 57 a 10 seggi. Il suo leader e fondatore, Albert Rivera, ha annunciato il ritiro dalla politica per via del disastroso elettorale. Tale notizia è in qualche modo sorprendente, perché solo ad aprile Cs aveva raggiunto un ottimo 16% ed era stato vicino a diventare il principale partito del centrodestra, mentre ora rischia seriamente di scomparire. A cosa si deve questa débacle? Alcuni commentatori accusano Ciudadanos di non essere stato sufficientemente chiaro sulla propria collocazione, centrista in Europa (è membro del gruppo Renew Europe del presidente francese Macron) e alleato di Vox in Spagna, mentre altri lo accusano di essere il vero responsabile dell’impasse politica, visto che ha sempre rifiutato un accordo con i socialisti che prevedesse la conferma di Sánchez come primo ministro.

Secondo gli istituti di ricerca, la maggior parte di coloro che ad aprile votarono Ciudadanos sono tornati a votare per il Partito Popolare, ma allo stesso tempo molti tradizionali elettori popolari hanno questa volta scelto Vox. L’inasprirsi delle proteste a Barcellona è infatti molto impopolare nella Spagna profonda, che per questo si rivolge a partiti sempre più radicali. Vox è inoltre, per la prima volta nella sua breve storia, il partito più votato in una provincia, quella sud-orientale di Murcia.

Possibili scenari

Prendendo atto che anche queste elezioni si sono risolte in un nulla di fatto, le forze politiche sono inevitabilmente chiamate a prendersi le loro responsabilità. Il centrodestra non ha i numeri nemmeno per tentare di formare un governo, per via del fatto che è molto difficile immaginare i partiti progressisti e autonomisti in coalizione con i post-franchisti di Vox. L’ultimo governo guidato da Sánchez è caduto per via del fatto che le richieste dei catalani che lo sostenevano (liberazioni dei politici arrestati per sedizione, organizzazione di un referendum per l’indipendenza di Barcellona) erano sostanzialmente irricevibili per il PSOE. I socialisti infatti, sia pur con meno enfasi dei partiti di centro e destra, sono ostili anche solo alla possibilità dell’indipendenza catalana. Le recenti proteste di piazza a Barcellona contro le dure condanne detentive dei leader indipendentisti rendono poi di fatto impraticabile l’accordo con i partiti catalani. 

Di fatto, esistono solamente due possibilità che impediscano ai nazionalisti catalani di essere decisivi. La prima è una coalizione tra PSOE, Podemos, Ciudadanos e i movimenti regionalisti non catalani. La soluzione non è semplice per via delle forti discrepanze tra Cs (che nasce in Catalogna come partito unionista) e gli altri movimenti locali, oltre che per l’evidente lontananza con le posizioni di Podemos. Questi ultimi hanno presentato un programma di governo congiunto con il PSOE all’indomani del voto, ma per renderlo operativo devono beneficiare quantomeno dell’astensione dei partiti citati in precedenza.

La seconda possibilità è invece una grande coalizione tra socialisti e popolari, con il possibile apporto di quel che resta di Ciudadanos. I dirigenti dei due principali partiti spagnoli si sono già affrettati a smentire questa ipotesi, che è quella elettoralmente meno conveniente. Le consultazioni inizieranno quindi probabilmente vagliando tutti gli altri scenari possibili, ma come già evidenziato, questi sembrano profondamente complicati. È interessante ricordare come nel 2016, si presentò uno scenario simile, con Sánchez che, dopo mesi di dinieghi, si vide costretto ad avallare la nascita del governo popolare di Rajoy, salvo poi revocarlo due anni dopo per accordarsi con Podemos. Tale esperienza di governo ha giovato elettoralmente a Sánchez, che si è potuto presentare come campione del progressismo europeo.  Il leader socialista ora dovrà però scegliere: fare un governo di sinistra, col serio rischio di tornare ostaggio dei nazionalisti catalani, oppure cedere a compromessi con il centrodestra.

Fonti e approfondimenti

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