La Guinea alle urne: tra passato, paure e speranze

La Guinea (Conakry), piccolo Paese dell’Africa occidentale, è una realtà poco menzionata dalla stampa. Attualmente, per esempio, la comunità internazionale ha gli occhi puntati sul vicino Mali, facendo passare la situazione socio-politica e di sicurezza della Guinea in secondo piano.

La natura esplosiva del Paese risiede in una cultura politica caratterizzata dalla violenza e da un esercito con precedenti di violazione dei diritti umani e di criminalità. Questo contesto fa da cornice alle attesissime elezioni dell’Assemblea Nazionale di fine febbraio.

Mappa Guinea

Cartina politica della Guinea (credits:geology.com)

Nessuna libertà dopo l’indipendenza

La Guinea è famosa per essere stata la prima colonia francese a ottenere formalmente l’indipendenza nel 1958. Ahmed Sékou Touré era al tempo a capo del Partito Democratico, deputato all’Assemblea Nazionale francese e sindaco di Conakry. Fu lui a criticare la Francia al punto da convincere i suoi connazionali a bocciare il referendum per l’accettazione della nuova costituzione francese e chiedere l’indipendenza.

Touré mise in piedi un sistema di stampo marxista, il quale, oltre alle misure di nazionalizzazione, prevedeva la presenza d’un unico partito. La mancata crescita economica e la violenza nel confronti dell’opposizione fecero perdere al Partito Democratico il supporto della popolazione.

Alla morte di Touré, nel 1984, i militari presero il potere attraverso un colpo di stato e Lansana Conté rivestì la carica di presidente, fino al 2008. Nonostante l’introduzione del pluralismo politico nel 1992, l’ex presidente eliminò il limite di mandati presidenziali e ne aumentò la durata, da cinque a sette anni. Inoltre, le sue vittorie elettorali furono sempre definite fraudolente.

Le prime elezioni libere ed eque nella storia della Guinea si sono svolte solo nel 2010. Alle presidenziali si sono presentati numerosi candidati ed è stato necessario organizzare un secondo turno, che ha visto scontrarsi Cellou Dalein Diallo, dell’Union des Forces Démocratiques de Guinée, e Alpha Condé, del Rassemblement du Peuple de Guinée. Il secondo uscì vittorioso con poco più del 52% dei voti.

Il sistema politico, tuttavia, continua comunque a presentare problemi. Al centro della questione ci sono l’eccessiva personalizzazione e la natura etnica della maggior parte dei partiti politici guineani. Invece di promuovere la fornitura di beni pubblici e lo sviluppo nazionale, i partiti servono come veicoli per l’avanzamento personale e il mecenatismo. Le deboli strutture politiche e istituzionali della Guinea favoriscono la politica dell’identità, il clientelismo e gli interessi personali.

La violenza come strumento politico

I partiti continuano a essere movimenti di sostegno a un individuo o a un gruppo fondati sulle regioni, sull’etnia e sulla difesa degli interessi di parte. Ad esempio, il Rassemblement du Peuple de Guinée si appoggia all’elettorato di Malinke in Alta Guinea, mentre l’Union des Forces Démocratiques de Guinée (UFDG) ha una roccaforte tra la comunità Fulani nel massiccio di Fouta Djallon in Guinea centrale.

La competizione per il potere all’interno e tra i partiti politici può rapidamente intensificarsi, come è avvenuto all’inizio di quest’anno, quando la battaglia tra il leader dell’UFDG Cellou Dalein Diallo e il suo vice-presidente Bah Oury per il controllo del partito è degenerata in colpi di pistola, causando la morte di un giornalista per un proiettile vagante.

Questo evento fatale non è purtroppo sorprendente in questo Paese, dove la violenza politica è una pratica persistente. Se si guarda alla storia della Guinea, infatti, la violenza sembra essere l’approccio principale per acquisire, gestire e sfidare il potere. Per esempio, Sékou Touré mantenne il potere nel Paese per ventisei anni in un clima di paura e repressione, costringendo all’esilio una parte importante dell’élite politica, intellettuale ed economica.

La violenza politica in Guinea ha diversi effetti, tra cui il rafforzamento di una cultura dell’impunità e l’uso dell’etnia come fattore di mobilitazione per stimolare i gruppi ad atti di violenza politica, rendendo la partecipazione elettorale un esercizio politico rischioso.

Esercito interviene in Guinea

Scontri di piazza durante le ultime presidenziali del 2013 (credits: Fox News)

A causa della sua eredità di autocrazia e di governo militare, le questioni politiche e militari sono strettamente intrecciate in Guinea. Sékou Touré purgò l’esercito guineano e sostituì alcuni ufficiali con personale scarsamente addestrato, creando in parallelo una propria milizia privata. Il suo successore, il generale/presidente Conté, militarizzò le strutture politiche e amministrative del Paese, permettendo ai funzionari della sua stessa etnia di arricchirsi con l’attribuzione di appalti pubblici.

Come arriva la Guinea alle elezioni 2020?

In passato, le elezioni presidenziali in Guinea sono state caratterizzate da massicci brogli, boicottaggi, arresti e incarcerazioni. Le elezioni presidenziali del 2015 sono state contestate a causa dell’aspettativa generale che Alpha Condé fosse rieletto per un secondo mandato. E così è stato.

In prospettiva, lo svolgimento pacifico delle elezioni del 2020 dipenderà principalmente da tre fattori:

  • l’esito dell’attuale dialogo tra il governo e l’opposizione sulla creazione di una nuova lista elettorale;
  • il ruolo della comunità internazionale nel monitoraggio del processo di costruzione di un sistema politico affidabile;
  • la capacità del governo di produrre risultati con il suo piano di ripresa post-Ebola, determinando il livello di soddisfazione e di legittimità dell’attuale governo.

Rischi e preoccupazione in vista delle elezioni

D’altra parte, due rischi minacciano il processo elettorale nel 2020. Il primo è che la mobilitazione degli elettori basata su affiliazioni etno-regionali possa produrre episodi di violenza. Ad esempio, le discriminazioni etniche nei confronti della comunità Fulani sono percepite come ostracismo politico; infatti, pur rappresentando il principale potere intellettuale, economico e religioso, il gruppo Fulani è percepito dalle altre comunità come una minaccia. Le elezioni del 2010 hanno illustrato bene questa tendenza: nonostante il divario creato da Cellou Dallein Diallo al primo turno (un fulani che ha ottenuto il 44% dei voti, contro il 18% di Condé), Alpha Condé vinse al secondo turno con il 52%. La questione della partecipazione politica dei Fulani riemergerà senza dubbio nelle prossime elezioni, perché è sempre più diffusa la convinzione che toccherà a loro prendere in mano il Paese.

Il secondo rischio riguarda un possibile discredito del processo elettorale come risultato di una lotta aperta tra i principali partiti politici per il controllo sulla commissione elettorale nazionale. Un eventuale disaccordo tra il governo e l’opposizione sulla composizione della commissione rischia di delegittimare il processo elettorale e di facilitare la contestazione dei risultati.

In queste circostanze, le elezioni possono diventare un affare di tensione e di violenza, con ulteriori impatti negativi sull’economia e sulla coesione sociale della Guinea.

Analogamente, un tentativo di Alpha Condé di emendare la costituzione per potersi candidare per un terzo mandato scatenerebbe senza dubbio proteste di massa, che potrebbero diventare violente.

Lo spunto del dialogo

È imperativo che la Guinea affronti il suo lungo retaggio di malgoverno, di predazione dell’élite e di forze di sicurezza disfunzionali, se vuole consolidare la democrazia, la pace e la coesione sociale. La Guinea deve agganciarsi alla stagione di progresso sociale e di elezioni (più o meno) regolari che ha investito l’Africa Occidentale. Il buon funzionamento del dialogo politico è sicuramente parte integrante dei successi degli stati africani. In particolare, la Guinea dovrà rigenerare il ruolo della legge nei confronti delle violenze e del rispetto dei diritti umani. Inoltre, il nuovo presidente dovrà affrontare i pericoli che il vicino Sahel porta con sé, ergendosi a baluardo contro il terrorismo di Boko Haram, non continuando a essere bacino di reclutamento di militanti islamici.

La Guinea è un Paese con notevoli risorse, in particolare minerarie e idriche. L’attuale dialogo tra il governo e l’opposizione è lo sfondo ideale per spingere la classe politica a trarre una lezioni dal passato e guardare a un nuovo futuro.

 

 

Fonti e approfondimenti

Journaliste tué Guinée militants de l’opposition garde à vue, Jeune Afrique

Diawo Barry, Guinée: le débat autour d’un éventuel troisième mandat d’Alpha Condé fait rage, Jeune Afrique

Eromo Egbejule, Is another president attempting cling power in Guinea?, Al Jazeera Guinea

Franck Kuwonu, Africa Watch: 2020 is election season across Africa, Africa Renewal

National Democratic Istitute, Guinea Overview

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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