Speciale Islam Insight: la Nigeria e la Shari’a a livello regionale

Quando pensiamo alla Shari’a, cioè il complesso di regole comportamentali e di condotta morale ispirate ai precetti islamici, raramente ci soffermiamo sull’Africa subsahariana. Eppure in questa porzione di mondo alcuni Paesi hanno cominciato ad abbracciare le norme shariatiche, introducendo l’islam nel sistema giuridico vigente. In questo articolo prenderemo in esame il caso della Nigeria, analizzando come la fede musulmana si è sviluppata tra i cittadini, in che modo si è inserita nel contesto sociale e si è tradotta, in particolare, nell’adozione del diritto penale islamico in alcuni Stati settentrionali.

Storia dell’islam in Africa Nera

La diffusione dell’islam in Nigeria risale all’XI secolo, quando apparve per la prima volta a Borno, nel nord-est del Paese. Più tardi l’islam si affermò a Hausaland nel nord-ovest e la sua influenza fu evidente nelle regioni di Kano e Katsina. L’islam è stato per un certo periodo la religione della corte e del commercio, predicato pacificamente da chierici e commercianti . Sempre più spesso il commercio transahariano veniva condotto dai musulmani. Nella seconda metà del Settecento si ebbe una rinascita musulmana nell’Africa occidentale, grazie ai fiorenti rapporti commerciali tra l’impero ottomano e il popolo dei Fulani, un’etnia composta da pastori nomadi, che si insediarono in questo periodo nella Nigeria settentrionale adottando l’islam come propria religione.

Questi ebbero  un ruolo centrale per tutto il XVIII secolo. Infatti, era di etnia fulani lo studioso musulmano Uthman dan Fodio, che lanciò nel 1804 una jihad di sei anni, con l’obiettivo di far rivivere e purificare l’islam. Egli riteneva infatti che i governanti Habe e Hausa al potere non vivessero secondo le norme coraniche.  Anche attraverso l’educazione della popolazione, dan Fodio si proponeva di eliminare le credenze, i rituali sincretisti e tutte le innovazioni contrarie al Corano e alla shari’a, e di incoraggiare i musulmani meno devoti a ritornare a un islam ortodosso e puro. Tuttavia, questa rivoluzione fu non solo religiosa, ma anche  politica.

Le divergenze tra lo Shaikh e il governo sfociarono in aperto conflitto nel 1804 e nel 1809, Dan Fodio fondò il Califfato di Sokoto, di fatto conquistando  le dinastie Hausa. Fu proprio a dan Fodio e ai suoi immediati successori che si deve la prima introduzione di un sistema legale islamico. Il califfato di Sokoto terminò nel 1903 quando gli inglesi lo incorporarono alla colonia della Nigeria e il potere del sultano fu trasferito all’Alto commissario britannico. Molti aspetti della struttura del califfato, compreso il sistema giuridico islamico, furono mantenuti sulla carta durante il periodo coloniale. Tuttavia, gli inglesi interferirono spesso con l’applicazione della legge islamica, che venne relegata allo status di diritto consuetudinario e subordinata ai principi del common law inglese.

Un nuovo impulso alla diffusione dell’islam venne dato da Ahmadu Bello. Il premier, originario della regione a maggioranza musulmana nel nord del Paese, dopo l’indipendenza nigeriana nel 1960, avviò un programma di islamizzazione  che portò alla conversione di oltre 100.000 persone nelle province di Zaria e Niger. Con l’indipendenza della Nigeria, l’ordinamento giuridico in quella che era diventata la Regione del Nord cambiò radicalmente. Le questioni penali furono giudicate in base al Codice penale del 1959, un codice essenzialmente inglese che conteneva una serie di disposizioni speciali basate sul diritto penale islamico. Dopo l’adozione del Codice penale del 1959, il diritto islamico continuò a essere applicato in forma non codificata solo nelle cause civili.  Dopo la morte di Ahmadu Bello nel colpo di stato del 1966, gli anni Settanta videro una nuove fase di rinascita islamica . Sotto la dittatura militare di Ibrahim Babangida (1985-1993) e Sani Abacha (1993-1998),  l’islam divenne una parte sempre più integrante della società nigeriana, andando  a scontrarsi con la cultura cristiana già presente.

L’adozione del diritto penale islamico nella Nigeria settentrionale

Dopo la caduta della dittatura nel 1999, per tutelare il processo di democratizzazione si lasciò nella nuova Costituzione ampio margine di libertà ai governatori dei diversi Stati in merito al tipo di sistema legale da applicare nella propria giurisdizione.  La Shari’a venne quindi introdotta in ambito penale il primo gennaio 2000 nello Stato di Zamfara. Seguirono lo Stato di Kano, nel giugno 2001 e, nel 2002, altri dieci Stati del nord.

Obasanjo, primo presidente eletto nel 1999, non si oppose all’introduzione della Shari’a negli Stati settentrionali non solo per evitare dissidi, ma anche per vincere il supporto politico delle popolazioni della parte settentrionale del Paese. D’altronde, essendo lui cristiano e originario della regione sud occidentale, non rischiava di essere accusato di voler introdurre l’Islam come religione di Stato e quindi minare l’unità nazionale dando la sua approvazione. Questi evitò per la maggior parte di intervenire nelle decisioni prese dagli Stati che applicavano la legge islamica, invocando semplicemente la moderazione.

Tuttavia, sebbene la Costituzione nigeriana riconosca la Shari’a e la creazione di corti d’appello per le cause riguardanti i musulmani, non indica l’islam come religione ufficiale di questi Stati. Inoltre, essa ha valore al di sopra di qualsiasi altra legge stipulata a livello statale. La Costituzione è vincolante per tutti i governi dei 36 Stati della repubblica federale nigeriana e, di conseguenza, qualsiasi legge contraria alle previsioni delle norme in essa contenute sarà considerata nullo ab initio.

Le tensioni religiose tra cristiani evangelici e gruppi islamici esistono da tempo, ma la prevista estensione della Shari’a in alcuni Stati del nord ha causato un aumento delle tensioni religiose dal dicembre 1999La reintroduzione del diritto penale islamico in Nigeria settentrionale è infatti considerata da molti nigeriani, specialmente dagli esponenti dei gruppi cristiani e dei culti tradizionali, come una grossa minaccia alla legittimità e alla supremazia della costituzione dello Stato federale nigeriano. D’altro canto, l’introduzione della Shari’a è stata dettata anche da una pressione dal basso per motivi di natura identitaria nelle regioni a maggioranza musulmana. Per alcuni l’adozione del sistema penale islamico ha condotto anche a uno stile di vita migliore e a una maggiore rettitudine morale, come nel caso della rinuncia al consumo di alcolici.

La legge penale islamica applicata ai cittadini nigeriani residenti nei territori settentrionali ha attirato però spesso critiche per violare i diritti umani stabiliti nel capitolo IV della costituzione federale nigeriana. Qui sono elencanti i diritti fondamentali alla vita, alla libertà (di pensiero, di coscienza, di religione e di cambiare la propria religione) all’associazione politica, alla privacy, all’opinione, all’espressione, alla libera circolazione e soggiorno nello Stato federale, alla proprietà privata, e il conseguente divieto di discriminazione, di tortura e di trattamenti inumani e degradanti. In aggiunta alle disposizioni costituzionali appena citate, anche le norme internazionali di cui la Nigeria è parte contraente entrerebbero in contrasto con l’applicazione rigida della Shari’a in ambito penale.

Nonostante questi vincoli giuridici gli Stati della Nigeria settentrionale continuano ad applicare le norme sui cittadini presenti nei loro territori, forti del sostegno del nuovo presidente nigeriano Muhammudu Buhari, musulmano praticante di etnia fulani, proveniente dalla parte nord del Paese. Inoltre, una lettura letterale ed estremista della Shari’a in ambito penale è stata adottata dal gruppo armato jihadista Boko Haram. L’organizzazione terroristica, attiva soprattutto nelle zone meno prospere del nord-est, vanta il triste primato di gruppo più sanguinario al mondo e soffoca dal 2009 la Nigeria.

Comparazione con altri Stati africani

La Nigeria non è l’unico caso dell‘Africa subsahariana dove viene adottata la Shari’a. Infatti, come si evince dal grafico sottostante, alcuni Stati africani di stampo musulmano hanno introdotto la legge islamica all’interno del loro ordinamento giuridico.

Sudan e Mauritania adottano in modo integrale i precetti shariatici, ma in maniera diversa. Dall’indipendenza nel 1960, la Mauritania è una repubblica islamica. La Carta costituzionale del 1985 dichiara l’islam religione di Stato e la Shari’a la legge del Paese.  Il codice penale contiene crimini riconosciuti dalla Shari’a come l’eresia, l’apostasia, l’ateismo, il rifiuto di pregare, l’adulterio e il consumo di alcolici. Le punizioni includono la lapidazione, l’amputazione e la flagellazione.

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In Sudan invece l’islam è riconosciuto come religione della maggioranza dei cittadini, ma non è la religione di Stato. La Shari’a è stata dichiarata la principale fonte di tutta la legislazione del Sudan nelle Costituzioni del 1968, 1973 e 1998. Nel 2005, è stata adottata una Costituzione nazionale provvisoria che ha eliminato alcuni riferimenti alla Shari’a, ma ha incluso l’adozione del diritto islamico in ambito penale, civile e privato. La legge penale del 1991 prescrive punizioni che includono quaranta frustate per aver bevuto alcolici, l’amputazione della mano destra per furti di un certo valore e la lapidazione per adulterio. Il codice penale del 1991 contempla anche la pena di morte in caso di omicidio, terrorismo, rapina a mano armata, violenza sessuale, traffico di droga, detenzione e traffico di armi, tradimento, atti di guerra contro lo Stato o che possano mettere in pericolo la sua indipendenza e unità territoriale, apostasia, prostituzione. La Costituzione provvisoria del Sudan del 2005, all’articolo 36, stabilisce che la pena di morte può essere inflitta anche ai minori di 18 anni nei casi di retribuzione o di crimini hudud.

 

Fonti e approfondimenti

 

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