Il “Patto delle Città Libere”: dissenso urbano nel gruppo di Visegrád

Lo scorso dicembre, i sindaci di Bratislava, Budapest, Praga e Varsavia hanno firmato il “Patto delle Città Libere”, un accordo di collaborazione tra le quattro capitali per promuovere la tutela dell’ambiente, il progressismo e il multiculturalismo. Lo sviluppo sostenibile e democratico è in cima alla loro agenda.

Questa non è la prima iniziativa di realtà urbane che si coordinano a livello internazionale per promuovere politiche ecologiche ed egualitarie. Ma il “patto” è anche un gesto di dissenso. Nelle intenzioni dei firmatari, dovrebbe dare il via a una transizione progressista nel governo dei rispettivi Paesi. Tuttavia, ponendo l’accento sul fatto che sono “città” libere, il “patto” rischia di lasciare indietro le campagne, dove i partiti populisti rimangono forti.

Gli obiettivi del “patto”

L’idea del “patto” è nata da un incontro tra i sindaci delle quattro capitali dei Paesi di Visegrád, che sono anche esponenti di partiti o coalizioni d’opposizione. Gergely Karacsony, primo cittadino di Budapest, è membro del partito Dialogo per l’Ungheria, la sinistra ecologista. Zdenek Hrib, sindaco di Praga, viene dalla lista del Partito Pirata. Matúš Vallo (Bratislava) è un indipendente sostenuto da una coalizione che riunisce partiti moderati di centrodestra e centrosinistra. Infine, Rafał Trzaskowski, sindaco a Varsavia, appartiene al partito cristiano-democratico Piattaforma Civica.

Il testo del “patto” inizia riconoscendo “l’importanza della sussidiarietà e dell’autonomia governativa garantite alle comunità locali perché raggiungano i propri obiettivi”. Viene continuamente sottolineata la diretta collaborazione delle città e delle amministrazioni locali con l’UE. Gli Stati nazionali non vengono mai menzionati, neppure come tramite tra le due realtà: un attacco indiretto ai governi è evidente in tutti i punti dell’accordo.

L’obiettivo principale del “patto” è la richiesta alle istituzioni europee di finanziamenti diretti nelle casse cittadine per generici “futuri progetti urbani”. Questo permetterebbe maggiore libertà di spesa per le amministrazioni locali, che sono fortemente limitate. In Ungheria, il premier Viktor Orbán ha proposto una legge che imporrebbe ai sindaci di utilizzare il budget a disposizione principalmente per spese legate al trasporto pubblico, minando così ulteriori investimenti. In Repubblica Ceca, il Primo ministro Andrej Babiš, leader del partito populista ANO 2011, vuole imporre la costruzione di un nuovo quartiere governativo a Praga, in un’area dove il sindaco vorrebbe edificare un nuovo ospedale e una biblioteca. Ma la richiesta di finanziamenti all’UE è anche una provocazione in risposta alla malagestione delle risorse da parte delle pubbliche amministrazioni. Il governo ungherese e quello ceco, infatti, sono sotto osservazione da parte delle autorità europee per un potenziale abuso dei fondi provenienti da Bruxelles.

Al centro del “patto” c’è la questione dello sviluppo sostenibile ed ecologico. Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca si sono opposte al piano della Commissione europea per un’UE a zero emissioni nel 2050 per via della loro dipendenza energetica dal carbone. I quattro sindaci, per tutta risposta, propongono un’agenda dalla forte impronta ambientalista. Si impegnano a condividere l’esperienza nella gestione urbana intelligente, cioè “socialmente responsabile, in particolare nell’ambito dello sviluppo urbanistico sostenibile, della protezione del clima” e di progetti amici dell’ambiente.

Bratislava, ad esempio, ha lanciato a fine 2019 un progetto da €246 milioni per rinnovare la mobilità urbana. Varsavia, invece, dal 2013 ha dato il via a un piano urbanistico sostenibile che ha portato alla rigenerazione di gran parte della città, con le rive del fiume Vistola completamente ristrutturate per evitare esondazioni. Anche qui, il richiamo alla cooperazione è direttamente rivolto alle istituzioni europee, senza che i governi nazionali vengano menzionati. I sindaci si impegnano a chiedere che le “politiche europee siano adattate alle città”. Non vengono presentati specifici progetti in questo ambito, che viene sì sottolineato come punto chiave del patto, ma senza indicazioni su programmi concreti.

Le città dissidenti attaccano poi la democrazia illiberale e la debolezza dello Stato di diritto nei quattro Paesi. Proprio lo Stato di diritto viene polemicamente richiamato nel “patto” come uno dei valori comuni dei membri di Visegrád. La crisi dei valori democratici ha portato le capitali a voler dare un’immagine diversa delle loro nazioni agli altri cittadini europei da quella più diffusa. Alla società chiusa dei premier populisti e nazionalisti oppongono città aperte che promuovono uguaglianza e combattono il “tribalismo politico”. In nome della “storia comune dell’oppressione comunista, dei movimenti pro-democrazia, di 30 anni di trasformazione sociale ed economica e quindici anni dall’adesione all’UE”, è necessario “proteggere tutti gli individui e gruppi sociali, etnici o di qualsiasi altra minoranza dalla discriminazione, conformemente alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”.

La chiave polemica del “patto” si evince anche dalle circostanze in cui è stato firmato. Karacsony ha spinto perché avvenisse nella propria città, nella sede dell’Università dell’Europa Centrale fondata dal miliardario George Soros. Infatti, il premier ungherese Viktor Orbán ha fatto di Soros uno dei principali nemici delle tradizioni e della cultura mitteleuropea e ha dichiarato guerra all’Ateneo per spingerlo a trasferirsi altrove. Dalla sua elezione a sindaco, Karacsony ha invece mostrato tutto il proprio supporto al rettore Michael Ignatieff, chiedendogli di mantenere l’università a Budapest e proseguire l’insegnamento di più corsi possibile.

Le origini del successo populista

Da che cosa vogliono essere libere, quindi, le quattro capitali del “patto”? Da governi illiberali e populisti. Vogliono dare il via alla protesta che porti alla caduta dei governi nemici del clima e xenofobi. Il sindaco di Varsavia Trzaskowski, ad esempio, è candidato alle prossime elezioni presidenziali polacche. Le città del “patto” cercano così di creare “isole di democrazia” (così le ha definite Vallo). In tutto ciò, però, corrono il rischio di un’ulteriore polarizzazione tra le città e il resto della nazione.

La socialdemocrazia nell’Europa centrale è in forte crisi, come mostrano le maggioranze parlamentari dei Paesi di Visegrád. Questo declino ha radici storiche, ma si è diffuso in seguito ai due maggiori eventi della storia recente, la crisi economica dell’Eurozona nel 2010 e la crisi migratoria europea negli anni successivi. Dopo la liberazione dal controllo sovietico, i partiti di sinistra si sono trovati a un bivio: o mantenere posizioni socialiste in ambito economico-sociale, oppure adottare politiche più moderate e liberali. Con l’accesso nell’UE nel 2004, la seconda opzione è risultata più attraente. Tuttavia, dopo la crisi finanziaria, le agende pro-mercato dei partiti moderati hanno creato forte risentimento nella popolazione stanca dell’austerity. La maggior parte della classe lavoratrice ha smesso di sostenere i partiti che storicamente l’avevano rappresentata. I manifesti dei gruppi populisti e conservatori come Fidesz in Ungheria, che proponevano maggiore redistribuzione della ricchezza, hanno conquistato facilmente l’elettorato delle classi meno agiate.

In risposta alla crisi migratoria, i partiti populisti e nazionalisti hanno avuto vita facile nel diffondere discorsi sull’identità culturale e nazionale dei popoli mitteleuropei, conquistando così l’elettorato deluso dei partiti moderati. Questi ultimi hanno tentato di adottare la retorica xenofoba dei populisti nella speranza di aumentare i consensi. Tuttavia, sono semplicemente risultati poco credibili, aumentando lo scontento tra i propri elettori, che hanno abbandonato i moderati in maggior numero. I giovani e gli abitanti dei grandi centri urbani si sono spostati verso partiti più radicali, sia a destra sia a sinistra. Chiari esempi sono la crescita del Partito Pirata in Repubblica Ceca, di cui il sindaco di Praga Hrib è esponente, e della sinistra ecologista del sindaco Karacsony a Budapest.

In Repubblica Ceca e Slovacchia contano sì le precedenti questioni economico-sociali, ma un grande contributo al successo populista è giunto dalla retorica anticorruzione e anti-establishment.

ANO 2011 in Repubblica Ceca e Gente Comune e Personalità Indipendenti in Slovacchia hanno rispettivamente sfruttato le polemiche verso i privilegi parlamentari e i rapporti tra governo e criminalità organizzata per prendere il potere. L’elezione a sindaco di Bratislava di Matúš Vallo nel 2018 aveva infuso grande speranza nei liberali slovacchi, che speravano il fronte moderato avesse resistito alle proteste che portarono il premier socialdemocratico Robert Fico alle dimissioni. La vittoria di Zuzana Čaputová (Slovacchia Progressista) alle elezioni presidenziali del 2019 aveva già segnalato la forza dei partiti anticorruzione, rimanendo però nell’alveo progressista. Le speranze dei socialdemocratici slovacchi sono state infrante, tuttavia, dalle elezioni politiche dello scorso marzo in cui ha vinto Igor Matovič, leader di Gente Comune. Sulla sua agenda ci sono una legge contro l’aborto e il disconoscimento dei diritti dei cittadini transgender.

In Polonia, invece, è probabile la rielezione a presidente della Repubblica di Andrzej Duda, del partito di maggioranza Diritto e Giustizia. Le elezioni si terranno il prossimo 28 giugno, dopo essere state rimandate a causa della pandemia di SARS-COV-2. La candidatura dello stesso sindaco Trzaskowski non sembra rappresentare una minaccia: i sondaggi lo danno in posizione arretrata.

Il “Patto delle Città Libere”, quindi, è una sfida al populismo nel blocco di Visegrád, che al momento rimane ancora forte a livello nazionale. Proposte egualitarie e democratiche devono essere accompagnate da un progetto di rinnovamento dell’area socialdemocratica, i cui errori nel passato recente ne condizionano ancora la credibilità. Ma non solo: eventuali finanziamenti diretti da Bruxelles devono essere utilizzati per promuovere uno sviluppo che non si limiti alle città, perché il populismo e il nazionalismo rimarrebbero forti al di fuori di esse. In caso contrario, l’incisività del “patto” rischia di essere scarsa.

Il futuro del “patto”

Quello che porterà il “Patto delle Città Libere” nel blocco di Visegrád è ancora da vedere. Dopo la sua nascita lo scorso dicembre, l’emergenza da SARS-COV-2 ha modificato le agende istituzionali del mondo intero. Tuttavia, lancia un segnale di protesta verso la democrazia illiberale dell’Europa centrale e sottolinea l’importanza dei centri urbani nella lotta alle sfide globali.

Se riuscirà a essere un’iniziativa inclusiva, che non porta all’isolamento delle città ma le rende catalizzatrici dello sviluppo di nazioni intere, allora i risultati potranno essere rivoluzionari. Altrimenti, le “città libere” rimarranno oasi, con il resto della nazione che procede in una direzione opposta. Più che indebolire il populismo, questo scenario lo rafforzerebbe.

 

Fonti e approfondimenti

Anderson, R. Social Democracy: What’s Left In Central Europe?, Reporting Democracy, 26 marzo 2020.

Bayer, L. e Mortkowitz, S. Central Europe mayors pitch for EU cash to fight populism, POLITICO, 11 febbraio 2020.

Bréville, B. The return of the city-state, Le Monde diplomatique, Aprile 2020.

Brownstein, R. The Growing Gap Between Town and Country, The Atlantic, 22 settembre 2016.

Budapest, Pozsony, Prága és Varsó főpolgármestere aláírta a Szabad Városok Szövetsége nyilatkozatot. Budapest.hu, 16 dicembre 2019.

Hopkins, V. e Shotter, J. Liberal mayors from Visegrad Four unite to defy own governments, Financial Times, 16 dicembre 2019.

Krznaric, R. The Return of the City State (and the Slow Death of Nation States), The Wired World, 2018.

Lyall Grant, M. The Beginning of the End of the Nation State?, Forbes, 3 gennaio 2019.

Maisetti, N. Le retour des villes dissidentes, PUCA, ottobre 2018.

Muggah, R. e Glenny, M. Populism is poison. Plural cities are the antidote, World Economic Forum, 4 gennaio 2017.

Parola, F. Ungheria: Orban perde Budapest, l’opposizione alza la testa, ISPI, 14 ottobre 2019.

Voda, M., Central European capitals sign “Pact of Free Cities” against populism, Kafkadesk, 17 dicembre 2019.

 

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