Ricorda 1930: il primo mondiale di calcio

Oggi, il mondiale di calcio è l’evento sportivo più seguito al mondo. Tuttavia, agli inizi la disciplina non aveva minimamente lo stesso eco mediatico né lo stesso giro d’affari che ha attualmente. Il primo campionato del mondo avvenne sottotono, ben novant’anni fa, nel piccolo e lontano Uruguay.

Le origini del calcio in America latina

Verso la fine del XIX secolo, la Gran Bretagna era la potenza straniera più influente in America latina. Uno dei suoi più grandi lasciti nella regione fu il football, un’invenzione britannica appunto, e ciò si evince dai nomi dei primi club sudamericani, come i River Plate argentini e i Wanderers uruguaiani.
Tuttavia, lo sport non fu immediatamente popolare. All’inizio restò relegato alle élite in contatto con l’Europa, i cui giovani giocando al fútbol – ispanizzazione del termine inglese – si sentivano vicini al continente a cui tanto aspiravano. Ma grazie alla semplicità della disciplina e dell’attrezzatura relativa, alle ondate di urbanizzazione e agli immigrati europei, presto lo sport guadagnò popolarità e divenne una valvola di sfogo per le classi più povere.

Il calcio rispecchia le basi della modernità specificatamente latinoamericana, con le sue dimensioni multiculturali e solidali, ma anche esclusive, violente e machiste. Inoltre, nella regione lo sport ha anche assunto una dimensione politica inedita, continuando a far riemergere le più scottanti irritazioni nazionaliste.

Cenni di storia uruguaiana

La storia coloniale dell’attuale Uruguay è stata segnata dalla sua posizione geografica, che lo rese teatro di lotte tra la Corona spagnola e quella portoghese, a cui si sostituirono in seguito alla decolonizzazione il Brasile e l’Argentina.
Nei primi anni del XX secolo, il governo del liberale Battle y Ordóñez attuò una serie di riforme che permisero un notevole progresso economico e sociale, superiore a quello del resto del subcontinente. La prosperità economica e l’ascensione sociale attirarono enormi ondate migratorie dall’Europa.

Il riformismo e il calcio

A fine Ottocento, la dottrina positivista iniziò a spronare l’educazione popolare tramite lo sviluppo di diverse attività, incluse quelle sportive. In Uruguay, le riforme liberali si ispirarono a questa corrente e investirono anche il settore dello sport. Nacquero così la Commissione Nazionale dell’Educazione Fisica e le federazioni per ogni disciplina.
Nonostante il calcio si sviluppò inizialmente in modo indipendente, il governo colse il suo potenziale ruolo di agglutinante nazionale e ne prese le redini.

L’impatto iniziale del calcio in Uruguay

Entrando nel XX secolo, Montevideo viveva l’accelerazione e il caos della modernità. In quel contesto, l’introduzione degli spettacoli calcistici creò spazi pubblici di diversione, condivisione, incontro e dibattito inediti. Lo sport divenne una passione trasversale: per la prima volta degli eventi raggruppavano individui di tutte le estrazioni sociali. Al tempo stesso, univano una società in cui i grandi flussi migratori avevano compromesso i legami di origine, indeboliti ulteriormente dalla laicizzazione del Paese. Pertanto, all’epoca, la ricerca di nuovi universi simbolici su cui fondare la comunità nazionale ottenne risultati proprio nel calcio.
Il fútbol crebbe velocemente. Nel 1901 le squadre del Río de la Plata si affrontarono nella prima partita tra nazionali al di fuori dai territori anglofoni.

La dirigenza avanguardista della disciplina si rifletté presto nelle vittorie internazionali: la prima edizione della Copa América nel 1916; le Olimpiadi del 1924, in quanto prima nazionale extra-europea a giocare nel Vecchio continente, e le Olimpiadi del 1928.
Con queste vittorie il calcio iniziava ad acquisire quell’essenza identitaria che da allora contraddistingue gli uruguaiani.

La FIFA

La Federazione Internazionale di Calcio è stata fondata a Parigi nel 1904, con lo scopo di gestire e far sviluppare la disciplina. Già quattro anni più tardi, lo sport diventava una disciplina olimpica. Presidente della Federazione dal 1921, il francese Jules Rimet ideò il campionato mondiale.
Dopo i traumi della Prima guerra mondiale, cercò di individuare strategie che creassero solidarietà ed eliminassero i conflitti sociali, seguendo la sua militanza politica nel cattolicesimo sociale. In questa ricerca, il calcio venne individuato come potenziale veicolo di pace per riavvicinare i popoli: si sarebbero scontrati sui campi da calcio e non più su quelli di battaglia.

Il campionato del mondo nacque dunque da queste considerazioni politico-sociali. Volendo togliere i riflettori da un’Europa in crisi e visti i consecutivi successi olimpionici e il centenario della prima costituzione, l’Uruguay venne scelta come prima sede da parte della FIFA.

Il mondiale

Nell’estate del 1930, l’Uruguay proiettava l’immagine di un Paese moderno ed europeizzato che voleva essere grande. Il mondiale era l’evento simbolo del suo sviluppo. A tale proposito, fu costruito el Estadio Centenario, con una capienza all’epoca incredibile di 80 mila persone.
Viste le distanze e la difficoltà dei viaggi in nave, la scelta dell’Uruguay non fu molto apprezzata in Europa, dove le nazionali più forti boicottarono l’evento: queste non parteciparono e la copertura mediatica fu minima – la Gazzetta dello Sport gli dedicò solo una ventina di righe. L’Inghilterra si rifiutò di partecipare in quanto offesa che la prima competizione internazionale di uno sport da loro inventato non si celebrasse in patria. Dall’Europa e dal Nord America le squadre arrivarono stanche, dopo lunghe traversate senza la possibilità di allenarsi.

Gli effetti della crisi del ’29 – non ancora arrivati in Sud America – erano già pesanti in Europa, in un’epoca in cui i giocatori svolgevano altri lavori per mantenersi, che avevano paura di perdere qualora si fossero assentati per disputare il mondiale. Fu proprio dopo la competizione che il calcio iniziò a diventare progressivamente professionale.
L’anfitrione finanziò dunque il viaggio e il soggiorno a chi decise di partecipare. Alla fine, il continente americano fu maggiormente rappresentato nei 13 partecipanti: Uruguay, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Perù, Messico, Paraguay, Stati Uniti, Belgio, Francia, Romania e Jugoslavia.

L’organizzazione della competizione

Fu l’unico mondiale senza un torneo di qualificazione. Nel girone iniziale, i pareggi si rigiocavano il giorno dopo e molte squadre avevano difficoltà a riscendere in campo vista l’entità degli infortuni dell’epoca.
Le quattro vincitrici del girone passarono alle semifinali a eliminazione diretta: Argentina contro Stati Uniti e Uruguay contro Jugoslavia. Entrambe le partite finirono rispettivamente 6 a 1. I balcanici si indignarono per un risultato secondo loro favoreggiato dall’arbitro e si rifiutarono di giocare la partita per il terzo posto. In questo modo, i nordamericani ottennero quella che è ancora adesso la loro miglior prestazione in un mondiale.

La finale venne disputata tra le avversarie rioplatensi. Nel Centenario traboccavano gli spettatori. L’Uruguay vinse 4 a 2. Come reazione, la sua ambasciata a Buenos Aires venne vandalizzata e le relazioni tra i due Stati furono sospese.
I cent’anni di repubblica costituzionale vennero festeggiati insieme alla vittoria del primo mondiale. Per gli uruguaiani, il destino della nazionale e quello della nazione sarebbero rimasti indissolubilmente uniti.

La celeste nei successivi mondiali

L’Uruguay non partecipò ai due successivi mondiali svoltisi in Italia e in Francia, che videro una minima presenza delle squadre americane. Ciononostante, vinse la quarta edizione del 1950 contro gli anfitrioni brasiliani, in una partita che passò alla storia come il Maracanazo. Si stima che 10% dell’allora popolazione uruguaiana – 200 000 persone – fosse presente in quella che è tutt’oggi considerata dal colosso brasiliano come la sua più grande umiliazione. La Seleção dovrà aspettare il 1958 per iniziare a incassare le sue numerose vittorie.

L’Uruguay ottenne altri importanti risultati nei mondiali, arrivando tre volte in semifinale, l’ultima volta nel 2010 con il capitano Forlán nominato miglior giocatore dell’edizione.
Delle ventuno edizioni dei mondiali, ben nove sono state vinte da squadre sudamericane. Ciononostante, la maggior parte dei fuoriclasse latinoamericani sono esportati nei campionati europei, frenando lo sviluppo di quelli locali.

La questione razziale

In Uruguay, il talento abbatté velocemente i pregiudizi razziali contro i neri – anche se solo nel calcio. Durante la prima Coppa America, fu la prima squadra al mondo a schierare giocatori neri, provocando proteste di altre squadre. Tra queste il Brasile, che escluse per anni neri e mulatti, finché l’era Pelé non capovolse i pregiudizi contro gli afrobrasiliani nel calcio.
E ancora, nelle Olimpiadi del 1924 la celeste non solo sbalordì l’Europa per il suo stile di gioco, ma fece vedere per la prima volta un giocatore nero, il centrocampista Andrade. I telecronisti, rimasti a bocca aperta, lo soprannominarono la merveille noire.
La nazionale del 1930 rispecchiava perfettamente quello che secondo il libro del centenario dell’indipendenza voleva dire essere uruguayo: appartenere a una nazione bianca, formata da europei, senza indios e con pochissimi neri. Quasi tutti i giocatori – come si evince dai cognomi –  erano di provenienza iberica o italiana e l’unico nero era Andrade. In più, inimmaginabile oggi, nella squadra vincente vi era un giocatore senza un braccio.

La garra charrúa

Tuttavia, anche la componente indigena ha avuto un peculiare legame con la nazionale celeste.
Come spiegazione agli exploits di una nazione così piccola, è diventata molto famosa durante l’epoca del primo mondiale l’espressione garra charrúa. Garra significa artiglio mentre i charrúa erano una delle ultime popolazioni indigene dell’Uruguay che aveva lottato contro i conquistadores in epoca coloniale.

Secondo l’espressione, davanti alle avversità, i giocatori uruguaiani lotterebbero con tenacia fino all’ultimo, giocando in modo offensivo e coraggioso, replicando l’insegnamento lasciato loro dai charrúa. In realtà, questa popolazione nel 1831 fu ingannata, presa alla sprovvista e sterminata dal primo governo indipendente per “appacificare” il Paese, senza poter lottare per l’ultima volta.
Questo evento venne silenziato per oltre un secolo, a tal punto da celebrare un mondiale del quasi centenario di una nazione sterminatrice e a etichettare in ambito internazionale la squadra uruguaiana con un’espressione del tutto estranea a un calcio sviluppatosi senza indigeni.

Il calcio è stato fondamentale per l’identità nazionale uruguaiana e per l’immagine del Paese davanti al resto del mondo. Il piccolo schiacciato tra i due giganti ha trovato nel calcio un modo di sovrastare la geografia, la storia e la politica. L’Uruguay ha vinto i suoi primi due mondiali proprio contro Argentina e Brasile, ha ottenuto il maggior numero di Coppe Americhe ed è stato il primo a portare in alto il calcio sudamericano, in un’epoca in cui il subcontinente era ignorato.

Il calcio è la strategia – e la fortuna – uruguaiana per ottenere visibilità e smettere di essere solo un piccolo punto remoto sul mappamondo.
L’America latina, spesso avvolta da una narrativa pessimista, ha trovato nel fútbol una fonte di riscatto e successo internazionali.

Fonti e approfondimenti:

Eduardo Galeano, “El fútbol a sol y sombra”

Gabrielli, “Che cos’è la Garra Charrúaaaa”, Ultimo Uomo, 19/09/2018

San Román, “La garra charrúa : fútbol, indios e identidad en el Uruguay contemporáneo”, Bulletin Hispanique, 2005

Marrero, Piñeyrúa “Fútbol, mística e identidad nacional en el Uruguay moderno” Bitacora

 

Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

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