Canabis protectio: le origini della criminalizzazione della cannabis e i suoi risvolti internazionali

Se oggi il tema della cannabis è ritenuto problematico e controverso, dipende, in origine, dalle politiche statunitensi di inizio Novecento. L’utilizzo della cannabis, come materiale industriale, medico e ricreativo ha accompagnato l’essere umano in tutta la sua storia. Non ci sono state guerre per la cannabis, come quelle dell’oppio tra Regno Unito e la dinastia Qing, perché questa pianta era disponibile e storicamente accettata in tutto il mondo. Inoltre, l’uso della cannabis a fini ricreativi era un aspetto estremamente marginale nell’intero complesso di applicazioni a cui veniva destinata la pianta e fino al 1937 non venne mai considerata dannosa per gli esseri umani e pericolosa per la società.

Nella politica interna degli Stati Uniti la criminalizzazione della cannabis fu funzionale alla élite politica ed economica per due motivi paralleli. Da un lato, rappresentò l’escamotage perfetto per giustificare politiche di controllo sociale indirizzate contro le minoranze etniche. Dall’altro, servì a tutelare gli interessi economici delle industrie emergenti del farmaceutico, del petrolchimico e della carta, le più attive e coinvolte nella campagna propagandistica contro la cannabis.

Con questo articolo apriamo “Canabis protectio”, il nostro progetto sulla storia e l’attualità della cannabis.

Origini: conflitti sociali, minoranze e pensiero dominante negli Stati Uniti

Tra il 1850 e il 1900 la popolazione degli Stati Uniti crebbe di oltre 50 milioni di individui. Questo rapido incremento demografico, conseguenza dell’industrializzazione e della crescita economica degli USA, dipese da una stagione di grande migrazione esterna e interna. Dall’Europa, continuamente scossa da conflitti tra potenze rivali e da moti rivoluzionari soffocati nel sangue, e dagli Stati del sud, dove la segregazione razziale era ancora realtà e da cui afroamericani e latinoamericani scappavano verso le città industrializzate del nord.

La società statunitense, fino ad allora omogeneamente bianca, protestante e di lingua inglese divenne improvvisamente multiculturale, multireligiosa e multietnica. Crescita economica e demografica risultarono rapidamente in forti squilibri sociali e ampie disuguaglianze socioeconomiche tra le classi imprenditoriali capitaliste e le minoranze etniche popolari. Le grandi masse di lavoratori che si affollavano in città come New York o Philadelphia si trovarono costrette a vivere in enormi slums, in condizioni di estrema povertà, discriminate dal pensiero dominante di stampo protestante ed evoluzionistico, secondo cui le condizioni sociali disagiate erano causa e non conseguenza dei problemi materiali delle nuove masse cittadine. Secondo lo storico Robert Wiebe, gli Stati Uniti di quegli anni erano una società senza nucleo, sgangherata, una nazione in stato patologico.

L’idea di “patologia” sociale era radicata nella classe politica e industriale, la quale vedeva il corpo sociale come un corpo organico, capace di ammalarsi e in necessità di un “dottore” in grado di curarlo. Questo modo di pensare era sostenuto dalle teorie della psicologia sociale di derivazione europea. Secondo gli psicologi sociali, di cui il più famoso esponente fu Gustave Le Bon, le folle e le masse multietniche delle nuove società industrializzate (descritte come femminili, irrazionali e barbariche) rappresentavano la parte malata del corpo sociale e in quanto tale andavano curate. I problemi sociali vennero, quindi, collegati politicamente alla questione della razza, per cui l’inserimento di nuove etnie nelle comunità bianche statunitensi era l’origine della malattia di tutta la società. Sempre dall’Europa, venne importata una possibile “cura” con le teorie eugenetiche, per cui alcune “razze” inferiori erano la causa della malattia e quindi la loro estirpazione, o l’eradicazione di alcuni loro tratti caratteristici, avrebbe risolto ogni tensione sociale.

Dopo il grande fallimento del proibizionismo e la legalizzazione delle bevande alcoliche del 1933, si decise di trovare un nuovo capro espiatorio, una nuova origine esogena alle disuguaglianze, al disagio e ai conflitti causati da politiche sociali inadeguate, razzismo, industrializzazione e concentrazione della ricchezza. In un articolo sul New Orleans medical and surgical journal, del 1932, il dottor Fossier metteva in guardia i suoi lettori dai pericoli collegati alla cannabis dicendo che “le razze dominanti e le nazioni illuminate sono alcoliste, mentre le razze e le nazioni dipendenti dalla cannabis e dall’oppio (…) sono caratterizzate da un deterioramento mentale e fisico”. Con “razze dominanti” intendeva indicare gli europei bianchi, svilendo quindi ogni altra etnia come inferiore e “deteriorata”. Nei successivi cinque anni, l’azione unificata di politica, aziende farmaceutiche, del petrolchimico e della carta portò a una totale demonizzazione della cannabis, attraverso una campagna propagandistica capillare, in cui afroamericani e latinoamericani, sotto l’effetto della cannabis, venivano rappresentati come stupratori, violenti e pericolosi per la tenuta dello Stato. Nel 1937, con il Marihuana Tax Act, la cannabis veniva di fatto resa illegale in tutti gli Stati Uniti: non proibendone le inflorescenze, unica parte della pianta contenente il principio attivo psicotropo THC, ma attraverso un’imposta fiscale proibitiva, per cui ogni produttore avrebbe dovuto pagare circa sessantamila dollari di tasse per ogni quintale di prodotto. La legge venne poi inasprita nel 1951, introducendo pene detentive per la coltivazione e il possesso di qualunque quantità di cannabis.

Risvolti internazionali

Furono proprio le “tre sorelle” del petrolchimico, del farmaceutico e della carta che portarono il conflitto sulla scena internazionale. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’influenza statunitense sulle Nazioni Unite garantì il successo dell’espansione globale della guerra alla cannabis e, di conseguenza, della tutela degli interessi delle “tre sorelle”. Così, dopo aver dichiarato la cannabis inutile per scopi medici, nel 1955 l’OMS raccomandava a tutti i governi membri dell’ONU di sopprimerne ogni consumo tra i cittadini, in quanto “da ogni punto di vista – fisico, sociale, mentale e criminologico – la cannabis deve essere considerata pericolosa”. Qualche anno dopo le Nazioni Unite approvavano, come trattato vincolante per tutti gli Stati membri, la Convenzione Unica sugli Stupefacenti. Nel testo, la cannabis veniva per la prima volta nella storia iscritta nell’albo delle droghe ed equiparata a eroina e cocaina nella famosa “tabella IV”, dove sono riportate le sostanze ritenute più pericolose per gli esseri umani. Per capire la non proporzionalità della disposizione, è opportuno notare che le tabelle I, II e III contengono sostanze le cui limitazioni sono di gran lunga inferiori a quelle della tabella IV. Tra le sostanze presenti nella tabella I sono presenti l’oppio, la morfina, il metadone e diverse benzodiazepine.

 

Effetti del proibizionismo

L’entrata in vigore della Convenzione causò l’annichilimento del mercato globale della cannabis in quasi ogni sua forma. Le applicazioni in campo tessile, chimico e industriale vennero completamente abbandonate in favore di derivati del petrolio. L’utilizzo nell’industria cartiera scomparve, incatenando questo settore al disboscamento e all’utilizzo di sbiancanti chimici per la produzione della carta. Psicofarmaci e oppiacei la sostituirono nel campo farmaceutico. L’unico mercato che non venne intaccato fu quello del narcotraffico, che sostituì gli Stati nella fornitura di inflorescenze e derivati per l’uso ricreativo.

Il solo effetto della Convenzione fu quello di impedire l’impiego della cannabis nei settori diversi dal ricreativo, fino a quel momento più sviluppati e diffusi nel mondo, e di creare un enorme mercato illegale legato all’uso meno conosciuto e diffuso, cioè proprio quello ricreativo.

Il fallimento della guerra alle droghe

In questi primi anni del nuovo millennio alcuni Stati hanno cominciato a rivedere le loro politiche sulla cannabis, in aperto contrasto alle disposizioni Onu. Uruguay e Canada guidano il processo di riforma, seguiti da alcuni Stati degli Stati uniti e dal Portogallo.

Le stesse Nazioni Unite sono divise al loro interno: per l’Organizzazione mondiale della sanità, per il Consiglio sui diritti umani e per il Relatore speciale sugli omicidi extragiudiziali, le politiche nazionali troppo rigide per la repressione del consumo di droghe, in particolare per la cannabis, sono alla base di frequenti violazioni dei diritti umani e del diritto alla salute. Dall’altro lato, l’Organo internazionale per il controllo degli stupefacenti e l’ufficio per il controllo della droga e la prevenzione del crimine si oppongono al cambiamento di status della cannabis dalla Tabella IV alla Tabella I della Convenzione. A sostegno del cambiamento dello status della cannabis si sono pronunciate sia l’ex alto commissario per i diritti umani Flavia Pansieri sia l’attuale commissario Michelle Bachelet. Quest’ultima ha dichiarato nel 2019 che la guerra alle droghe è fallita e che le Nazioni Unite dovrebbero prendere le politiche portoghesi di liberalizzazione come esempio positivo e modello per una nuova politica mondiale sul controllo delle droghe.

Perché la cannabis è ancora un problema?

Sono molte le contraddizioni riscontrabili nella comunità internazionale rispetto alle politiche sulla cannabis, gran parte delle quali deriva dall’assenza di rigore scientifico nel trattare l’argomento e da un’impostazione ideologica e paternalistica. Si potrebbe anche azzardare a suggerire che alcuni Stati non abbiano la forza necessaria per togliere questo mercato alle narcomafie o non ne abbiano l’interesse. O che un’impostazione morale oppressiva e discriminatoria sia ancora dominante tra certi attori coinvolti, per cui, come negli anni Trenta negli Stati Uniti, i consumatori di cannabis siano percepiti come elementi “malati” della società. Le nuove sperimentazioni in atto nel mondo dimostrano, invece, che il successo dello Stato si ha quando le politiche esulano queste impostazioni oppressive e sono in grado di reintrodurre una normalizzazione culturale, economica e politica della cannabis.

La cannabis smetterà di essere un problema e diventerà una risorsa per tutto il mondo, quando la politica comincerà a prendere sul serio le voci di chi, come Nicoletta Ravasio, ricercatrice dell’Istituto di scienze e tecnologie molecolari del Cnr, chiede finanziamenti adeguati per lo studio di una pianta che potrebbe salvare il Pianeta.

“Avete presente le isole di plastica che si formano negli oceani? Quando sarà di uso comune la bioplastica biodegradabile ottenuta dalla cellulosa di canapa, queste non si formeranno più”.

 

Fonti e approfondimenti

 Gracis M. (2019), Canapa, una storia incredibile, Genova, Chinaski Edizioni.

OHCHR (2015), Study on the impact of the world drug problem on the enjoyment of human rights, UN General Assembly.

Adhanom Ghebreyesus T. Director General of WHO (2019), Recommendations to the Secretary-General of the United Nations.

(2015), World drug problem violates human rights in five key areas, UN News.

(2019), A global revolution in attitudes towards cannabis is under way, The Economist.

Global commission on drug policy, (2011), War on drugs, Open Society Foundation. 

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