Canabis protectio: intervista a Matteo Gracis

Matteo Gracis combatte per la liberalizzazione della cannabis dai primi anni Duemila, è il fondatore della rivista Dolce Vita Magazine e autore di “CANAPA una storia incredibile”. Il libro, che ha ispirato questo ciclo di articoli e questa intervista, unisce il racconto storiografico a quello autobiografico, intrecciando due narrazioni complementari capaci di restituirci un quadro chiaro e preciso del passato, presente e futuro della cannabis. Partendo dalla Cina del 2737 a.c., Gracis tocca tutti i passaggi fondamentali della storia di questa pianta, dai suoi utilizzi nella medicina tradizionale, al proibizionismo degli anni ’30 negli Stati Uniti, fino ad arrivare alla nuova “rivoluzione verde”, in lotta per una ritorno alla normalizzazione nella concezione e nell’utilizzo della cannabis. Abbiamo perciò deciso di intervistarlo, per approfondire il suo pensiero e gli aspetti meno conosciuti della cannabis, al di là del suo uso ricreativo.

Quale ruolo ha avuto il razzismo nella campagna per la proibizione della cannabis negli Stati Uniti?

La cannabis, utilizzata da millenni in qualunque tipo di industria divenne, negli anni ‘30 del Novecento, il nemico numero uno di tre importantissime industrie statunitensi. Le famiglie Du Pont, Rockfeller, Hearst, rappresentanti delle grandi industrie della farmacopea, del petrolio e della carta, dovevano trovare un escamotage per far proibire quella pianta, che intralciava i loro interessi commerciali. Lo trovarono nel razzismo e nella demonizzazione delle minoranze etniche. Il razzismo è stato il grimaldello, l’argomento chiave con il quale chi voleva rendere la cannabis illegale è riuscito nel proprio intento. Il nome “marijuana” viene infatti reso popolare dalla propaganda proibizionista di Hearst. Il termine, usato dalle minoranze messicane per indicare solo l’uso ricreativo delle inflorescenze della pianta di cannabis, divenne sinonimo di violenza, aggressività, perdita della ragione e della morale. Questa psicosi collettiva venne indirizzata verso il più comodo capro espiatorio, le “razze” inferiori: messicani e afroamericani. Lo stereotipo più comune dipingeva i messicani come stupratori delle “nostre figlie bianche” perché fatti di marijuana. Questa demonizzazione, in maniera molto minore ovviamente, ce la portiamo ancora dietro, perché il razzismo è sinonimo di ignoranza e questa, purtroppo, circonda ancora la cannabis.

Quale impatto economico e ambientale avrebbe un ritorno all’uso di derivati della canapa in sostituzione di plastiche, resine e tessuti derivati dal petrolio?

Il proibizionismo ha rallentato il mondo. Se a oggi non avessimo sostituito la canapa con il petrolio, con la carta fatta dagli alberi e con le medicine sintetiche, non avremmo tutti i danni (ambientali, economici e anche sociali) che abbiamo avuto nell’ultimo secolo. L’impatto sullo sviluppo ambientale ed economico sarebbe tra i più potenti mai visti nella storia dell’umanità.

C’è un attivista statunitense degli anni ‘60, Jack Herer, uno dei primi a sviscerare e rendere pubblica la vera storia della cannabis, che, alla fine della sua vita fatta di studi e ricerca nei confronti di questa pianta, disse questa frase emblematica “io non lo so se la cannabis salverà il mondo, ma è l’unica in grado di farlo”. Ho sempre pensato che questa affermazione fosse esagerata. Ora, invece, credo che avesse ragione. Nel momento in cui la si impara a conoscere e ci si rende conto che la cannabis può essere, era e sarà, bioplastica, biocarburante, cosmetica naturale, cibo vegetale, bioedilizia, carta, medicina, abbigliamento, si fa fatica a non prendere sul serio quella affermazione. Ho citato solo alcuni tra i principali utilizzi della canapa, ma se si vuole si può approfondire ognuno di questi.

L’industria dell’abbigliamento è la terza più inquinante al mondo, perché è fatta con tessuti sintetici, punto. E noi che andiamo a comprare la roba sintetica a pochi soldi, prodotta da una manodopera del terzo mondo, con tessuti sintetici, alimentiamo l’inquinamento. Mentre il tessuto di canapa è un tessuto vegetale e naturale, che per di più è anche antibatterico! È antibatterico a livello naturale, traspirante, elastico e resistente allo stesso tempo. Il primo paio di jeans venne prodotto in fibra di canapa, perché era l’unico tessuto in grado di reggere il peso delle pepite d’oro. Pensate che impatto avrebbe eliminare l’industria dell’abbigliamento sintetico, in favore di una basata sulle le fibre naturali della cannabis.

Per quanto riguarda il cibo, la foresta amazzonica continua a bruciare per far spazio agli allevamenti intensivi. Gli incendi non scoppiano perché cade un fulmine o perché qualcuno butta un cerino. C’è una “necessità” economica dietro, che Bolsonaro sta avallando perché ha interessi economici nel farlo. Sappiamo che gli allevamenti intensivi non sono ecologicamente sostenibili. Se cinesi, indiani e africani cominciassero a cibarsi come noi, nel giro di un anno dovremmo chiudere baracca e burattini e andarcene tutti a casa. È chiaro che dobbiamo dirigerci verso un tipo di dieta basata su proteine vegetali. Non perché dobbiamo abbracciare veganesimo o vegetarianesimo, ma per una necessità ecologica. Ci dovremmo nutrire sempre più di vegetali. In questo contesto, la cannabis è una protagonista fondamentale. Il seme di canapa è uno degli alimenti col più alto tasso di sostanze nutritive al mondo, è ricco di omega 3, di proteine vegetali. In più, oltre ad essere una delle piante che sequestra più CO2 dall’atmosfera (e per questo dovremmo coltivarla in ogni aiuola di ogni città del mondo) viene utilizzata nella fitorimediazione, cioè quella qualità di alcune piante di rimediare, di curare, di nutrire i terreni sui quali vengono coltivate. Il tabacco, per esempio, fa l’esatto opposto, cioè prosciuga e distrugge il terreno sul quale è coltivato. Dopo un tot di anni quel terreno va lasciato stare, perché non c’è più nulla. La canapa rilascia nutrimenti nei terreni nei quali è coltivata ed estrae le sostanze inquinanti. La stanno utilizzando a livello sperimentale nella Terra dei Fuochi, a Chernobyl. La cosa più incredibile è che le sostanze inquinanti vengono trattenute nelle radici, in questo modo il resto della pianta è tranquillamente riutilizzabile.

Parliamo di bioedilizia? Un altro settore tra i più inquinanti al mondo è l’edilizia. La canapa mischiata nella calce è uno dei materiali migliori al mondo per costruire le case, è antisismica e ignifuga in maniera naturale, mischiando semplicemente calce e canapa. Ad esempio a Bisceglie, in Puglia, c’è il più grande complesso abitativo di calce e canapa di Europa. È un miracolo di ingegneria e architettura, basato su concetti antichi, ma proiettati sul futuro.

Parliamo della farmacopea? Negli Stati Uniti c’è un’emergenza mostruosa a causa dell’abuso degli antibiotici, per l’abuso di psicofarmaci e oppiacei. Crisi che cominciano negli Stati Uniti, ma che stanno arrivando anche in Europa. In tutto questo la cannabis è una medicina naturale che può essere utilizzata per più di duemila diverse patologie, senza alcun tipo di controindicazione. Ci sono persone che hanno abbandonato o ridotto quasi completamente l’utilizzo di farmaci tradizionali, in favore di prodotti derivati dalla canapa, per il morbo di Chron, il morbo di Parkinson, la SLA, la sclerosi multipla. Ci sono studi e casi, cercateli, oppure denunciatemi per aver detto una cosa falsa. Sono anni che cerco qualcuno che mi porti in tribunale per questo ma non c’è! Certo, non bisogna pensare che questa sia una panacea, non si può pensare di farla finita da un momento all’altro con la medicina moderna per usare solo la cannabis. Assolutamente no, bisogna implementarla, bisogna riscoprirla, ristudiarla. Però questi sono solo alcuni esempi per dire che impatto avrebbe questa pianta sull’economia mondiale e sulla salvaguardia dell’ambiente.

Prima parlavo dell’Amazzonia. Il disboscamento delle foreste per produrre carta è un suicidio se si pensa a come si possa usare la cannabis come sostituto. La carta di canapa è una carta eccezionale, che ha una durata incredibile: Van Gogh usava tele di canapa, la Costituzione statunitense è vergata su carta di canapa, la bibbia di Gutenberg è stata stampata su carta di canapa. Ma la cosa fondamentale è che la carta di canapa non ha bisogno di sbiancanti chimici, sostanze assolutamente necessarie per produrre la carta normale. Utilizziamo una quantità incredibile di componenti chimici per sbiancare la carta che viene dagli alberi, non contenti di aver già disboscato intere foreste.

Per ultimo, voglio fare l’esempio delle reti da pesca, che fino ai primi del Novecento venivano fatte in canapa e, una volta inutilizzabili, erano abbandonate sul fondo del mare. Nel giro di pochi mesi diventavano cibo per i pesci: cos’è questa se non un certo tipo di economia circolare? Da quando la canapa è stata proibita, quelle stesse reti abbiamo cominciato a farle di nylon, derivato dal petrolio. Quelle reti vengono ancora abbandonate sul fondo del mare, ma di certo non diventano mangime per pesci. Diventano un killer per l’ecosistema. Solo ora, a distanza di un secolo, cominciamo a rendercene conto. Ma perché c’è stato quel cambiamento? Perché fare le reti da pesca in canapa costava un po’ di più, era un po’ meno conveniente dal punto di vista economico. Oggi sappiamo che è tutto il contrario. Sappiamo che sarebbe convenuto continuare a farle in canapa, dal punto di vista economico e da quello ambientale.

Quali azioni possono essere intraprese per sostenere una “rivoluzione verde”, culturale ed economica, che riporti la cannabis fuori dalle maglie del pregiudizio, dell’ignoranza e la restituisca alla normalità?

Per me è fondamentale percorrere la strada dell’informazione, perché il nemico più grande di questa pianta è ancora l’ignoranza. Quindi bisogna battere su quel tasto lì, bisogna assolutamente continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica, informarla, spiegarle queste cose che ora ho raccontato a voi. Qualche mese fa è nato un movimento che si chiama “Cannabis for future”, ricorda ovviamente Friday for future nel nome, è molto attivo sui social e sta iniziando a radicarsi sul territorio. Punta a sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica verso i benefici che potrebbe portare la legalizzazione della cannabis e tutti i suoi vari utilizzi. Questo è, secondo me, il progetto più interessante ed efficace che sia nato in Italia da quando ho memoria.

Dall’altra parte, il 20 aprile di quest’anno abbiamo lanciato, insieme ai Radicali, all’Associazione Luca Coscioni e a Meglio Legale, che è un gruppo di antiproibizionisti, una campagna di disobbedienza civile, per cercare di calcare la mano. Secondo me il concetto di disobbedienza civile è di fondamentale importanza e andrebbe riscoperto. La disobbedienza civile ci è stata insegnata da Thoreau, da Mandela, da Gandhi e credo potrebbe essere uno strumento molto utile di questi tempi. Dal 20 aprile migliaia di persone stanno coltivando piante di cannabis autodenunciandosi, esponendosi. Stiamo cercando di percorrere varie strade per arrivare a un risultato. Queste per me sono le strade migliori.

A livello europeo purtroppo mancano organizzazioni che uniscano i movimenti antiproibizionisti e di sostegno alla cannabis come pianta e non solo rispetto al suo uso ricreativo. Mi viene in mente ENCOD, ma è focalizzato sulle politiche relative alle droghe, non parla di cannabis come pianta e come risorsa economica e ambientale. Mentre io mi continuo a chiedere cosa aspettino a farlo. Come si fa a parlare di rivoluzione ecologica, di Green Deal europeo, se non si parla di cannabis? Ma attenzione: con cannabis non mi riferisco alle canne, agli spinelli, non mi interessa parlare di questo, ma della risorsa più preziosa che abbiamo a disposizione, per raggiungere concreti cambiamenti ambientali, sociali ed economici.

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