Il dragone cinese e il Medio Oriente: il Maghreb

Il Maghreb – Marocco, Algeria e Tunisia – rientra nei piani di espansione diplomatica ed economica della Cina. L’interesse di Pechino nella regione va inserito nel contesto della Nuova via della seta, che coinvolge buona parte del Mediterraneo, e delle strategie finanziarie della Cina in Africa. Di fatto, il Maghreb rappresenta il crocevia tra Europa e la regione subsahariana e, come tale, un’area in cui investire economicamente e strategicamente. Tuttavia, i rapporti tra Paesi maghrebini e Cina non si limitano agli accordi finanziari più recenti, ma si intersecano con alcuni degli eventi politici più importanti della seconda metà del secolo scorso.

Cina – Algeria: un ventennio di investimenti e collaborazione  

Primo Paese del continente per estensione e budget militare, nonché tra i primi produttori di greggio al mondo e membro della Organization of Petroleum Exporting Countries (OPEC) dal 1969, l’Algeria è un partner fondamentale per Pechino. Le relazioni tra i due Stati hanno radici profonde e si sono sviluppate a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quando l’Algeria era alle prese con la lotta di liberazione dal dominio francese

Tra le prime nazioni a riconoscere e a sostenere l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia – e finanziatore del Front de Libération Nationale (FLN), partito algerino di stampo socialista a cui faceva capo l’Armée de Libération Nationale (ALN), anch’essa sostenuta con materiale bellico e consiglieri militari – la Cina ha spesso rappresentato un’alternativa all’ex potenza coloniale nello sviluppo economico e sociale del Paese nordafricano, soprattutto nella costruzione di infrastrutture nel post-indipendenza algerino, quando la Francia e i Paesi europei erano ideologicamente riluttanti a investire in un Paese arabo e socialista. 

Il ruolo chiave giocato da Pechino ai tempi della guerra d’indipendenza algerina è poi proseguito nei decenni successivi, quando l’Algeria aderì al movimento terzomondista – caratterizzato da una dottrina politica che permise a ex colonie e Paesi in via di sviluppo di non allinearsi con nessuno dei due blocchi maggioritari (quello atlantista e quello comunista), nel tentativo di sviluppare un’indipendenza sociale, economica e politica totale. L’Algeria è stata tra le prime nazioni ad aderire alla nuova organizzazione (nel 1961) grazie all’attivismo dell’allora leader del FLN Ahmed Ben Bella. La ricerca di “una via algerina al socialismo” e l’adesione al Movimento dei Paesi non allineati allontanò lo stato nordafricano dall’Unione Sovietica. Il dragone cinese intravide dunque la possibilità di rivaleggiare sia con i sovietici sia con le potenze occidentali nel Maghreb e soprattutto in Algeria, più propensa a instaurare solide relazioni con Beijing piuttosto che con le ex potenze coloniali o con Mosca, ai tempi in rottura con la Cina di Mao, critico nei confronti della nuova linea politica di Chruščëv e della destalinizzazione dell’URSS.

Dal punto di vista economico, inizialmente l’interesse cinese si è concentrato soprattutto sull’importazione di greggio dall’Algeria, che oggi vale circa $300 milioni (OEC, 2018). Negli ultimi vent’anni però gli scambi e gli investimenti sono stati diversificati e intensificati, soprattutto dopo la fine della ventennale guerra civile algerina nel 2002. Nel 2013, la Cina superò la Francia come partner commerciale più importante per l’Algeria dal punto di vista delle importazioni (OEC, 2014), mentre i cittadini cinesi sono diventati la comunità straniera più numerosa del Paese con ben 40.000 individui. 

Tra i vari settori di collaborazione tra i due Paesi, quello edilizio rappresenta una chiave di lettura importante dei rapporti bilaterali. Infatti, il simbolo del legame tra Cina e Algeria è sicuramente la lunga lista di infrastrutture e costruzioni portate a termine dalla China State Construction Engineering Co. (CSCEC). Tra le più importanti, risulta il Teatro dell’Opera Nazionale di Algeri. Costato $40 milioni e annunciato nel 2010 come un simbolo di amicizia tra i due popoli dall’allora ministro della Cultura Khalida Toumi, il teatro è stato regalato dal governo cinese a quello algerino in seguito alla concessione di appalti dal valore di miliardi. Un regalo così oneroso va inquadrato in una più ampia strategia cinese atta a guadagnarsi il favore dell’opinione pubblica algerina, riluttante e poco propensa a “fidarsi” del gigante asiatico. 

In seguito alla costruzione del Teatro dell’Opera di Algeri, la CSCEC ha anche partecipato, insieme al gruppo germano-tunisino Krebs-Kiefef, alla costruzione della monumentale Djaama el Djazair, nota come “la Grande Moschea di Algeri”. Riconosciuta come uno dei simboli della capitale algerina, la Djaama el Djazair è la terza moschea più grande al mondo, dopo la Masjid el-Haraam di La Mecca e la Moschea del Profeta di Medina, ed è in grado di ospitare fino a 120.000 fedeli. Fiore all’occhiello della struttura è il minareto alto 265m, che rende la Moschea di Algeri l’edificio religioso più alto del pianeta. Iniziati nel 2012, la fine dei lavori è stata annunciata il 29 aprile 2019, lo stesso giorno in cui è stato inaugurato il nuovo terminal dell’aeroporto di Algeri-Houari Boumédiène, portato a termine sempre dalla CSCEC.

Oltre a strutture culturali, religiose e sportive (come lo Stadio Olimpico di Orano, che ospiterà i giochi del Mediterraneo del 2021), la Cina ha puntato molto anche sullo sviluppo infrastrutturale del Paese nordafricano. Oltre a 13.000 km di strade e 3.000 di ferrovie, anche la costruzione del porto di el-Hamdamia è stata affidata alla CSCEC, stavolta in collaborazione con la China Harbour Engineering Company. Dal costo totale di $3.5 miliardi e ancora in costruzione, il porto è destinato a diventare il secondo più grande del Mediterraneo dopo quello di Tangeri in Marocco, grande rivale dell’Algeria, e a essere il punto d’approdo e penetrazione in Africa delle merci cinesi. Infatti, i primi 25 anni di attività di moli e magazzini del porto spetteranno a compagnie cinesi, determinate a sfruttare l’accordo per aumentare la propria presenza economica nell’area subsahariana e soprattutto in Nigeria, tra i principali obiettivi degli appetiti petroliferi del gigante asiatico.

Questa lunga serie di investimenti infrastrutturali cinesi in Algeria rappresenta un successo per entrambe le parti: da un lato, la potenza orientale si è assicurata un porto fondamentale nel Mediterraneo (oltre a quello del Pireo in Grecia) e sufficienti autostrade e ferrovie per collegare Africa del nord e Africa subsahariana; dall’altro lato, l’Algeria procede nel suo programma di diversificazione economica del Paese, ad oggi dipendente al 95% dall’esportazione di greggio e gas naturali (OEC, 2018). Infatti, nonostante gran parte dei lavoratori impiegati nei progetti infrastrutturali provengano dalla Cina (uno dei problemi dell’Algeria è la quasi totale mancanza di operai specializzati), i finanziamenti cinesi e le nuove vie di comunicazione dovrebbero stimolare il settore privato e generare posti di lavoro.

Infine, va menzionato lo stretto legame tra industria bellica cinese ed esercito algerino: le forze armate del Paese africano godono del budget più alto del continente, e tra i suoi fornitori principali figura la Repubblica Popolare Cinese (PRC). Nei prossimi anni infatti (2021-2022), entreranno in servizio droni Xianglong e una corvetta classe Pattani, oltre a cannoni e mezzi blindati di produzione cinese. Nonostante l’Algeria abbia diversificato, col passare degli anni, il proprio import militare, il partenariato con la Cina rimane il più importante e duraturo nell’ambito.

Cina e Marocco, dall’hi-tech all’integrità territoriale

Nella storia delle relazioni tra Marocco e Cina, iniziate nel 1958 con l’apertura di canali diplomatici ufficiali, un anno che funge da spartiacque è sicuramente il 2016, quando Re Mohammed VI si è recato per la prima volta in Cina per incontrare Xi Jinping. Da quell’incontro, in cui si parlò soprattutto di investimenti infrastrutturali e di integrità territoriale, i rapporti tra Marocco e Cina si sono costantemente rafforzati

L’apice si è raggiunto nell’aprile 2019, quando la BMCE – principale banca marocchina e tra le più importanti africane – e la China Communication Construction Co. hanno firmato un memorandum che impegnava le due parti nella costruzione della Tanger Tech Mohammed VI (Tangeri), progetto già annunciato dal sovrano marocchino nel 2017. Si tratta di un centro affari con strutture logistiche portuali altamente tecnologico che si estenderà su 2000 ettari totali di territorio e, secondo le aspettative, creerà 100.000 posti di lavoro

Il futuro centro economico e commerciale del Paese maghrebino accoglierà agenzie nazionali e internazionali destinate a sviluppare prodotti di ogni tipo per il mercato tanto europeo quanto africano, tra le quali 200 aziende cinesi leader nella produzione automobilistica, tessile e aeronautica. La Cina, dal canto suo, ha intenzione di sfruttare l’occasione per migliorare le già buone relazioni con il regno alawita e ottenere l’ennesimo hub commerciale regionale da integrare nella Nuova via della seta. Il progetto include un porto e relativi magazzini in grado di ospitare 9 milioni di container, destinato a diventare tra i più grandi dell’area mediterranea, con connessioni dirette verso Africa, Europa e America. 

Nonostante l’importanza del nuovo progetto, i rapporti tra Cina e Marocco non si limitano alle relazioni economiche: i due Paesi hanno vedute simili anche su questioni di politica interna e sicurezza. La Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha più volte ribadito il proprio riconoscimento del Sahara Occidentale come parte integrante del territorio marocchino, pur auspicando una risoluzione pacifica del conflitto in grado di soddisfare tutti i contendenti (Algeria, Marocco, Fronte Polisario e Mauritania).

D’altro canto, il sovrano alawita non ha mai negato il suo riconoscimento della PRC come unico rappresentante legittimo della Cina, a scapito di Taiwan, dove peraltro il Marocco non ha mai inviato una propria rappresentanza diplomatica, al fine di accattivarsi le simpatie del gigante asiatico. Stesso motivo per il quale Mohammed VI ha più volte impedito ai governi marocchini di prendere posizioni ufficiali sulla questione delle minoranze musulmane perseguitate in Cina nello Xinjiang

Quindi, dal lato marocchino abbiamo una strategia che mira a mantenere il più amichevoli possibile le relazioni con Pechino, partner chiave per un Marocco che intende diversificare le proprie relazioni economiche, fino agli ultimi dieci anni incentrate sulla relazione con le ex potenze coloniali (Francia e Spagna) e il blocco occidentale formato da UE e USA. Dal lato cinese, invece, possiamo osservare un approccio economico e diplomatico che tende a coinvolgere il Marocco nelle iniziative di Pechino senza indispettire il vicino algerino, in linea con gli interessi cinesi nella regione. Interessi che necessitano di un Maghreb stabile.

Il gigante asiatico e la piccola Tunisia: verso una nuova era?

Il lancio della Nuova via della seta ha aumentato l’interesse cinese nel Maghreb. Oltre ad Algeria e Marocco, la Cina ha rafforzato la propria presenza anche in Tunisia. Durante la seconda metà del secolo scorso, i rapporti tra Tunisi e Pechino sono stati relativamente poco sviluppati. Infatti, nonostante la Tunisia sia stata la prima nazione araba a siglare un trattato commerciale con la Cina nel 1958, la presenza del dragone nel Paese non è mai stata forte, almeno fino agli inizi degli anni 2000. 

Le motivazioni di tale “assenza” sono sia economiche che politiche: da un lato, la Tunisia ha rappresentato per decenni un mercato piccolo, con una forte presenza europea a sfruttare i ridotti giacimenti petroliferi; dall’altro, dal 1957 al 1987, la Tunisia è stata guidata da Habib Bourguiba, leader caratterizzato da un fervente anti-comunismo e da visione politica decisamente filo-occidentale. Durante questo trentennio, Bourguiba ha più volte criticato l’operato cinese in politica estera – come nel caso della guerra sino-indiana del 1962 – antagonizzando le relazioni tra i due Paesi. 

Quando nel 1987 si verificò il colpo di stato che depose Bourguiba in favore di Ben Ali, pochi si sarebbero aspettati un miglioramento delle relazioni tra Pechino e Tunisi. Eppure Ben Ali, nonostante anch’egli fosse anti-comunista, puntò molto sulla diversificazione delle relazioni diplomatiche ed economiche tunisine. Durante il suo regime furono firmati diversi memorandum d’intesa in vari settori (principalmente chimico, petrolifero e culturale), che contribuirono a distendere le relazioni tra i due Paesi. 

Nel 1991, Ben Ali si recò anche in Cina, mossa ricambiata nel 2002 dall’allora presidente cinese Jiang Zemin. La visita in Tunisia di quest’ultimo, aprì le porte ai grandi investimenti cinesi nel Paese maghrebino. Inizialmente, i rapporti economici si limitarono a onerosi prestiti da parte di banche cinesi; tuttavia, nel 2011, la situazione cambiò radicalmente: con l’inizio delle Primavere arabe, la Tunisia vacillò e il regime di Ben Ali fu rovesciato inaspettatamente. La Cina si ritrovò così a rischiare di non ricevere il necessario aiuto della Tunisia – e la disponibilità dei suoi aeroporti – nel rimpatriare i più di 30.000 cinesi residenti in Libia, allora agli inizi della lunga guerra civile ancora in corso. 

Dal 2011 in poi, la Cina decise quindi di aumentare la propria presenza in Tunisia e di migliorare la sua immagine agli occhi dei tunisini, nel tentativo di usare il Paese come base operativa per osservare e valutare eventuali azioni finanziarie/diplomatiche nella vicina Libia. Subito dopo la “Rivoluzione dei Gelsomini”, il vice ministro degli affari esteri cinesi dal 2009 al 2014, Zhai Jun, si recò in Tunisia per ribadire il supporto della PRC ai tunisini e alle loro speranze di democratizzazione. Da allora, le iniziative cinesi nel Paese si sono moltiplicate. Oltre a collaborazioni economiche, come nel settore petrolifero e in quello alimentare (principalmente olio di oliva), la Cina ha investito nel nuovo policlinico universitario di Sfax, che permetterà ai tre milioni di tunisini che vivono nel sud del Paese di accedere a cure mediche prima non garantite. Inoltre, i due Stati collaboreranno anche nella progettazione di una centrale di energia solare, tra i progetti più importanti di una Tunisia che punta ad aumentare la propria produzione di energia solare entro il 2030.

 

 

Fonti e approfondimenti

Acquaviva S., “La crescente presenza cinese nel Maghreb: la cooperazione sino-algerina”, OSMED (Osservatorio sul Mediterraneo), 11 febbraio 2020.

Balduzzi A., “La Cina in Nord Africa /1: il rapporto particolare con il Marocco”, Limes online,  11/06/2020.

Balduzzi A., “La Cina in Nord Africa /2: l’asse scricchiolante con l’Algeria”, Limes online, 18/06/2020.

Rakhmat M. Z., “China and Tunisia: A Quiet Partnership”, The Diplomat, 28/06/2014.

Salvatore F., “La Tunisia vuole essere l’hub africano di Pechino”, Inside Over, 01/07/2020.

Shinn D., & Eisenman J., ”China and Africa: A Century of Engagement”, Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2012.

Zoubir Y. H., “Expanding Sino-Maghreb Relations: Morocco and Tunisia”, Chatham House, Middle East and North Africa Programme, febbraio 2020.

Zoubir, Yahia H., “Chinese Relations with the Maghreb: The leading role of Algeria”, Confluences Méditerranée, vol. n° 109, articolo n° 2, 2019, pp. 91-103.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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