Che valore ha la vittoria di Joe Biden per l’Unione europea

Come il resto del mondo, anche l’Unione europea ha seguito la battaglia per la presidenza degli Stati Uniti d’America con grande trasporto. Molti europei hanno tratto un respiro di sollievo quando i lunghi conteggi dei voti hanno sancito la vittoria del candidato democratico Joe Biden, già vicepresidente di Obama e strenuo sostenitore di un rinnovato impegno nelle relazioni transatlantiche e dell’approccio multilaterale in politica estera. 

Prospettive e attese

La prospettiva di tornare a collaborare con gli Stati Uniti ha alimentato le speranze dell’Unione europea, provata da quattro anni di presidenza Trump fatti di tensioni, sanzioni secondarie e minacce al multilateralismo. Le nomine del nuovo presidente, per esempio, fanno ben presagire per il futuro dei rapporti tra Bruxelles e Washington: Biden ha scelto come Segretario di Stato Antony Blinken, figlio di un diplomatico e profondamente legato all’Europa. Anche la nomina di Jake Sullivan come consigliere per la Sicurezza fa ben sperare per il futuro dell’accordo con l’Iran sul nucleare, il Jcpoa, dal quale gli Stati Uniti di Trump si erano ritirati nel 2018. Sullivan è infatti stato uno dei negoziatori dell’accordo e un fermo sostenitore della mediazione diplomatica con l’Iran. 

I Paesi europei possono sperare anche nel ritorno degli Stati Uniti al centro dell’azione per la lotta ai cambiamenti climatici. In contrapposizione alla posizione negazionista di Trump, che nel 2017 decise di abbandonare l’Accordo di Parigi sul clima, Biden ha sempre sostenuto che l’emergenza climatica dovrebbe essere la priorità della politica statunitense. Durante la sua campagna elettorale ha sorpreso anche le frange più progressiste del Partito democratico annunciando un piano di azione per il clima da 2 mila miliardi di dollari. Allineandosi così alla posizione di Bernie Sanders, Biden ha annunciato che il piano prevede tra le altre cose la decarbonizzazione della produzione elettrica degli Stati Uniti entro il 2035, riducendo a 0 le emissioni entro il 2050. Infine, ha nominato l’ex Segretario di Stato John Kerry a inviato speciale per il clima

Il timore che il Senato (dal 2005 nelle mani dei repubblicani) avrebbe ostacolato i progetti ambiziosi di Biden è stato sciolto il 5 gennaio, giorno dello spareggio per i due seggi dello Stato della Georgia. La vittoria al ballottaggio dei due candidati democratici, Jon Ossoff e Raphael Warnock, ha ribaltato la situazione. Ora i democratici controllano 50 seggi su 100 dell’organo, e possono contare sul voto del vicepresidente Kamala Harris in caso di pareggio durante una votazione.

Con il controllo dei Democratici dei tre luoghi chiave del potere (Congresso, Casa Bianca e Senato), le prospettive di collaborazione tra Bruxelles e Washington sono più reali che mai. Le istituzioni europee non devono però commettere l’errore di pensare che la Trump era sia stata solo una parentesi. L’idea che dopo l’insediamento di Biden gli Stati Uniti torneranno di colpo al loro ruolo di pivot delle relazioni transatlantiche è sbagliata e rischiosa.  Il presidente dovrà infatti fare i conti con un Paese reduce da una profonda crisi socio-economica, ancora stremato dagli effetti della pandemia da Covid-19 che non sembra rallentare e che potrebbe assorbire buona parte della sua energia e del suo tempo. 

Una democrazia indebolita è un partner instabile per l’Europa

Non c’è dubbio che gli ultimi mesi di presidenza Trump abbiano scalfito ulteriormente l’immagine degli Stati Uniti come “leader del mondo libero”. Il presidente uscente ha fin da subito rifiutato di riconoscere la vittoria di Joe Biden e la correttezza del processo elettorale, gettando il Paese nel caos. Solo dopo l’attacco dei suoi sostenitori a Capitol Hill il 6 gennaio, Trump ha annunciato che avrebbe lasciato la Casa Bianca senza opporre resistenza

L’assalto a Capitol Hill è stato considerato da molti come uno dei momenti più drammatici nella storia della democrazia statunitense. Legittimamente, tutto il mondo si interroga ora su come influirà quest’evento sull’agenda politica del presidente eletto, e soprattutto Bruxelles si chiede cosa avrà la precedenza per il neoeletto presidente. 

Mentre sembra realistico pensare che su temi quali la lotta al cambiamento climatico, il contenimento della pandemia e il dossier sull’Iran, Bruxelles e Washington troveranno il modo di cooperare in modo positivo, ci sono punti sui quali sarà difficile lasciarsi alle spalle il lascito di quattro anni di amministrazione Trump. I governi europei che hanno accolto con entusiasmo la vittoria di Biden non devono immaginare un ritorno agli anni di Obama presidente come se nulla fosse cambiato. In primo luogo, il protezionismo rafforzato da Trump non sparirà velocemente. L’idea che si torni a un TPP (Trans Pacific Partnership) a 12 membri – gli Stati Uniti uscirono dall’Accordo nel 2017 – o a parlare di negoziati sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è improbabile. Infatti, questi progetti non verrebbero accolti positivamente dall’opinione pubblica statunitense, reduce da quattro anni di dottrina America First in cui i rapporti multilaterali sono stati dipinti come nemici dell’economia nazionale.

In secondo luogo, è altamente probabile che Washington chieda a Bruxelles di prendere una posizione più netta nei confronti di Mosca, chiedendo di bloccare definitivamente i lavori di costruzione del gasdotto Nord-stream-2, che dovrebbe portare il gas russo direttamente all’Europa attraverso il mar Baltico e la Germania. Proprio Berlino si è dichiarata più volte contraria all’ingerenza statunitense a riguardo. 

Infine, è pressoché certo che lo scontro tra Pechino e Washington non cesserà con l’insediamento di Biden. Anche se rispetto a Trump questi preferirà una linea meno aggressiva, non vorrà comunque distendere i rapporti con la Cina, sia perché preoccupato per l’autoritarismo e le violazioni dei diritti umani, sia in una logica di contenimento della superpotenza rivale nella competizione geopolitica su tecnologia e risorse. La sua posizione netta metterà l’Europa, che ha appena concluso i lunghi negoziati per la firma del CAI (Comprehensive Agreement on Investments), in una posizione difficile. Lo stiamo vedendo ad esempio con il caso Huawei; Washington esige infatti che i Paesi europei bandiscano la società cinese dalla lista dei fornitori di reti di tlc 5G, e mentre alcuni si sono mantenuti su posizioni vagamente ambigue (vedi l’Italia), altri hanno rifiutato categoricamente il bando. Tra questi spicca ancora una volta la posizione della Germania, che vede in Pechino un importante partner commerciale ed economico. Giocandosi la carta della ritrovata amicizia transatlantica e la lotta contro i regimi autoritari, è probabile che Biden metterà alle strette l’Europa fin da subito per riconquistare il ruolo di leader globale e principale interlocutore al tavolo negoziale. L’UE non dovrà commettere lo sbaglio di accantonare le ambizioni di autonomia strategica coltivate negli ultimi anni in nome dei rapporti con gli Stati Uniti.

Un nuovo approccio ai rapporti transatlantici

Dal canto suo, Washington non deve dare nulla per scontato. Aver ribadito il supporto alle organizzazioni multilaterali, promettendo il ritorno di Washington nell’Organizzazione Mondiale della Sanità e nell’Accordo di Parigi, ha garantito a Biden il favore di buona parte dell’opinione pubblica e dei governi democratici europei. Anche il suo interesse nel ridare vigore e credibilità alla Nato, criticata e minacciata da Trump, che la riteneva alla stregua di uno spauracchio di un mondo che non esiste più, è stato accolto con sollievo. La ricostruzione di equilibri tradizionali all’interno dell’Alleanza atlantica servirà a Washington soprattutto per ristabilire la sua credibilità e affrontare le crisi in atto insieme agli alleati e non in contrasto con loro.

Oltre a ciò, il successo in politica estera dei primi anni di Biden alla Casa Bianca dipenderà dalla sua consapevolezza di non potersi dedicare al recupero del ruolo internazionale di Washington senza aver prima ristabilito l’ordine interno. Il successo interno di Biden non servirà solo a ricostruire la fiducia dei suoi cittadini, ma anche del resto del mondo, che guarda all’incremento di violenza degli ultimi giorni come al segno di una democrazia statunitense instabile, non pronta al ruolo di leader e modello cui è abituata.

Dovendo scegliere poi da dove riprendere in politica estera, Biden farebbe bene a partire proprio sostenendo la ricerca di autonomia strategica dell’Unione europea. In uno scenario globale costellato di crisi, non c’è spazio per il business as usual. Nel Mediterraneo, dove tra avventurismo militare russo e aggressività turca si è creata una situazione molto delicata, così come nei confronti della Cina, l’UE non ha ancora elaborato una propria strategia comune. Piuttosto che precipitarsi in queste partite imponendo il proprio punto di vista, Washington dovrebbe prima garantire sostegno a Bruxelles in battaglie comuni come la ricostruzione economica del dopo pandemia e il contrasto all’inquinamento e al riscaldamento globale. In questo modo, e in maniera graduale, gli Stati Uniti potranno ricostruire la propria leadership globale in chiave multilaterale, sostenuti da un’Unione europea sicura di non essere più la sola pedina sullo scacchiere in difesa della democrazia. Una volta riguadagnate fiducia e credibilità, la priorità di Biden di contrastare i Paesi che si macchiano di violazioni di democrazia e di diritti umani potrebbe anche mettere la Commissione europea nella posizione di dover affrontare la crisi interna dello Stato di diritto e i leader autoritari tra i Paesi partner economici o politici dell’UE. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Bianchi M., Colantoni L., Con Biden e Kerry il ritorno di una superpotenza climatica, Affari Internazionali, 24/11/2020.

Demertzis M., The Biden promise, Bruegel, 23/12/2020. 

Dervis K. e Strauss S., How Europe can work with Biden, Brookings, 13/11/2020. 

Muti K., Marrone A., La Nato e il bivio delle elezioni americane, Affari Internazionali, 5/11/2020. 

Karnitschnig M., What Biden means for Europe, Politico, 8/11/2020. 

Sciorati G., Accordo Cina-UE sugli investimenti: cosa prevede (e cosa no), ISPI, 08/01/2021. 

Silvestri S., La politica estera di Biden: tutto come prima?, Affari Internazionali, 12/11/2020. 

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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