Il Brexit è una possibilità per l’Unione Europea

Il Regno Unito ha votato per l’uscita dall’Unione Europea nel discusso referendum sul Brexit, con una vittoria di margine del “leave” del 52% sul “remain“, causando tra l’altro le dimissioni del premier Cameron, sostenitore del fronte europeista. I risultati dettagliati consegnano un quadro preoccupante della disparità di approccio all’Europa della popolazione britannica, spaccata in mariera netta tra i due fronti.

Il referendum è consultivo, segnala un’opinione che poi dovrà trovare seguito nell’avvio della procedura di separazione, rimessa al Parlamento e molto lunga e complessa.

Una mappa fondamentalmente blu (colore dei pro-Brexit) con le città e la Scozia completamente gialle (colore pro-UE) segna l’esestenza di due un gap di comprensione di ciò che l’Europa unita rappresenta per i suoi membri, oltre che ricordare che la “piccola Inghilterra”, l’italietta d’oltremanica, è viva nella mente di molti.

Nella mappa di destra le aree sono proporzinali alla loro popolazione (The Guardian)

Il voto per l’uscita dalla UE ha avuto il suo successo maggiore tra le fasce meno abbienti e meno colte, tra gli ultra-quarantenni e tra le famiglie di inglesi piuttosto che tra coloro con doppia cittadinanza o genitori stranieri. La campagna del Brexit ha fatto leva sulle problematiche di questi strati sociali imputandole direttamente all’Unione, in una retorica basata sul feticcio della riappropriazione della cosiddetta “nuova indipendenza” del Regno Unito.

Farage, l’UKIP e gli altri isolazionisti si sono spesi in continue descrizioni dell’Unione Europea come come un tiranno germanocentrico a cui il paese versa 11,3 miliardi di euro in cambio di regole vessatorie, oltre che come la causa della massiccia immigrazione nel paese, descritta come “invasione” con toni tristemente familiari a noi italiani. Inutile dire che tutto ciò è una visione parziale e strumentale.

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I fautori del Brexit dimenticano volontariamente che l’UE di contro investe quasi 7 miliardi di Euro nel Regno Unito, che permette al paese di discutere le regole che poi dovrà seguire e soprattutto che il paese dell’Unione che beneficia più di tutti degli opt-out (ben quattro), le clausole per cui può rifiutare intere aree di competenza UE, mantenendole come proprie.

Il Regno Unito è fuori dall’accordo di Schengen, dall’unione monetaria, dalla Carta dei Diritti Fondamentali UE e dalla sicurezza comune, rendendosi di fatto il membro meno partecipativo e il più attaccato al proprio tornaconto rispetto a quello comune. Nonostante questi dati la retorica che li negava spudoratamente ha avuto successo, il che apre interrogativi sull’effettiva coscienza politica dietro il voto inglese, forse troppo sensibile alla propaganda basata sul terrore e il nazionalismo più blando.

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I pro-Brexit hanno insistito pesantemente sul fatto che i gli immigrati comunitari siano i responsabili della disoccupazione e dell’aumento dei prezzi degli affitti, oltre che dei costi del welfare. Inutile dire che sia propaganda, un negare l’ovvia colpa della politica e del mercato predatorio. Scagliare i penultimi contro gli ultimi è la base di una certa narrativa politica, ma nega la realtà in cambio di una spiegazione semplicistica.

La campagna per l’uscita assicurava che avrebbe giovato all’economia, sostenendo che il Regno Unito non ha bisogno dell’UE. Oggi il capo della borsa di Francoforte ha dichiarato che il 60% dei titoli quotati a Londra hanno chiesto di quotarsi in Germania. La sterlina è colata a picco e metà della borsa di Londra oggi ha i listini chiusi per troppo ribasso, e l’onda d’urto è solo all’inizio.

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I leader politici delle forze nazionaliste hanno già esultato nei vari paesi, auspicando referendum del genere anche nei propri Paesi, adottando narrative simili a quelle dei pro-Brexit. Inutile ribadire come questi atteggiamenti propagandistici siano tossici, buoni per la campagna elettorale ma dannosi per il futuro del continente, un futuro che se diviso probabilmente nemmeno ha.

Il mondo è cambiato: se solo 15 o 20 anni fa l’Europa rappresentava il 30% dell’economia mondiale oggi ne è il 20%, la Cina è salita al 17% e ovunque nuovi attori sono in rapida ascesa. A questa sfida si vanno ad aggiungere quelle rappresentate dai profughi causati dalle crisi umanitarie di Africa e medio Oriente, che sarebbero affrontate ovviamente meglio da un’Unione funzionale piuttosto che da piccole fortezze nazionaliste.

Frammentati non saremo in grado di affrontare nessuna delle sfide che ci attendono nel futuro come continente ma la speranza è che questo voto sproni chi di dovere a fare la sua parte. L’Unione va riformata, è vero, e il Regno Unito che minaccia l’abbandono potrebbe velocizzarne il rinnovamento.

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L’Europa è ostaggio della propria burocrazia, è innegabile, e sembra soprattutto focalizzata solo su settori economici e bancari, mancando del resto. Unione fiscale, unione politica, unione nelle politiche sociali e di difesa, tutto ciò diventa sempre più necessario mano a mano che la popolazione si disinteressa dell’UE, ritenendola come un esperimento fallito piuttosto che come un progetto politico necessario.

Se il dato del Brexit velocizzerà questo rinnovamento potrebbe essere una vittoria per l’Unione, ma se potenzierà l’influenza dei nazionalisti sarà la vera sconfitta di tutti gli europei, oltre che degli europeisti. Quale che sia lo scenario che attende l’UE rimane fermo un solo punto: il Regno Unito pagherà lo scotto dell’isolazionismo e dell’essere un piccolo paese in un mondo di giganti, rimpiangendo una manovra buona per la campagna elettorale, ma nociva per una vera politica lungimirante.

Fonti e Approfondimenti

Risultati dettagliati del Guardian: http://www.theguardian.com/politics/ng-interactive/2016/jun/23/eu-referendum-live-results-and-analysis

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