Etiopia: sviluppo e sfruttamento nei campi di fiori

Negli ultimi 10 anni l’Etiopia è diventata il quarto esportatore al mondo di fiori freschi, che oggi vende in tutto il mondo e in particolare in Europa. Il settore sta creando una forte crescita economica delle aree agricole del paese e attira ingenti investimenti dall’estero. Per comprendere meglio questo fenomeno è necessario analizzarne due aspetti fondamentali: cosa l’ha innescato e che condizioni di lavoro offre nei campi e nelle serre, il vero rovescio della medaglia della faccenda.

L’Etiopia esporta oltre due milioni di fiori al giorno, per un totale di 80 milioni di steli al mese, diretti soprattutto verso i grandi mercati dell’Olanda. Qui confluisce circa il 70% di queste esportazioni, che poi ripartono verso tutto il mondo. Il resto dell’export raggiunge gli altri grandi mercati europei e quelli che stanno emergendo negli ultimi anni in Medio Oriente.

Il principale prodotto esportato sono le rose, tanto che oggi una su quattro di quelle presenti sul mercato europeo proviene dalle serre etiopi, nonostante nel vecchio continente esistano importanti aree di produzione floricola. Va ricordato infatti che al fianco dell’Olanda, primo paese produttore al mondo di fiori freschi, anche Belgio, Germania e Italia sono paesi produttori ed esportatori. L’entrata di prodotti etiopi in questo mercato ha creato non poco malcontento tra i produttori europei, incapaci di competere con i prezzi concorrenziali dei fiori importati, determinati soprattutto dal costo bassissimo della manodopera.

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Valore dell’export di fiori (2015 CIA World Factbook)

La floricoltura industriale fu introdotta in Etiopia per la prima volta nel 1981, ma prima delle importanti riforme economiche introdotte nel 1992 dal governo guidato dal Fronte Popolare Rivoluzionario Etiope, il settore non fu in grado di attrarre investimenti domestici ed esteri. Questi sono cresciuti a velocità sempre maggiore mano a mano che il governo si è mosso per favorirla, offrendo esenzioni fiscali e agevolazioni finanziarie. Il governo del paese è infatti molto interessato all’ingresso di valuta estera nelle sue casse, in particolare euro e dollari.

Da allora la crescita della floricoltura è stata continua e massiccia, tanto che oggi l’Etiopia è il quinto esportatore mondiale di fiori coltivati, dopo Olanda, Colombia, Ecuador e Kenya. Grazie all’investimento estero, in cui la parte del leone è stata ricoperta dalle aziende olandesi, tedesche e israeliane la produzione è cresciuta vertiginosamente, facendo passare il valore di queste esportazioni dai 660.000 $ del 2001 ai 100 milioni di $ del 2007 e infine ai 225 milioni di $ del 2016.

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Dati sulle importazioni di fiori dell’OEC (Observatory of Economic Complexity)

La domanda da porsi è in che modo sia ruscita l’Etiopia ad attrarre una simile mole di investimenti, nonostante la già affermata industria del vicinissimo Kenya e i promettenti livelli di crescita della floricoltura di altri paesi africani come Uganda, Tanzania, Zambia, Zimbabwe, Malawi, Namibia e Sudafrica. Questo magnetismo non si può infatti spiegare solo con le agevolazioni economiche: alcuni fattori sono stati centrali, rappresentando grandi opportunità per gli investitori:

Facile accesso alla terra

La maggior parte della superficie dell’Etiopia centrale è costituita da altopiani coltivabili ma, nonstante ciò, solo una fazione di questa era stata messo a coltura prima del 2005. Questo fatto è dovuto alla storia travagliata del paese, che ha portato le sue terre ad essere a lungo amministrate con il latifondo, un sistema inefficiente e incapace di implementare politiche di sviluppo agricolo risolutive. Questa abbondanza di terra è stata recentemente resa facilmente accessibile sia per l’acquisto che per i diritti di utilizzo, a patto che l’investitore presenti un business plan ritenuto soddisfacente dall’amministrazione locale e delle garanzie di pagamento.

Questo è stato il fattore principale del boom degli investimenti esteri, soprattutto nella regione meridionale dell’Oromia, anche se sono stati frequenti gravi fenomeni di land-grabbingIn molte aree dell’Etiopia, così come in altre zone africane, sudamericane e del sud-est asiatico, il passaggio di proprietà delle terre è avvenuto come una violento accaparramento ai danni di chi le abitava, con grandi vantaggi degli stati e delle multinazionali acquirenti.

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Capitale territoriale e umano

Il territorio etiope è straordinariamente vario: altopiani e bassopiani, zone fredde e zone calde desertiche e diversa distribuzione delle piogge sul territorio, e tutto ciò rende possibili centinaia di colture diverse. Non è un caso che in Etiopia l’agricoltura nel suo complesso rappresenti metà del PIL e l’80% dell’export, nonostante le periodiche siccità e la preoccupante desertificazione delle aree periferiche. Questo clima ha attirato molti produttori, che nonostante delocalizzino nel paese soprattutto per motivi di convenienza economica, riescono parallelamente a mantenere un buon livello di qualità dei prodotti.

Mercato

I fiori sono fragili e deperibili, quindi è preferibile che produttori e mercati siano vicini geograficamente per assicurare un trasporto efficiente. Siccome difficilmente la produzione africana raggiunge Stati Uniti e Giappone,  enormi mercati della floricultura, i maggiori importatori di fiori nelle immediate vicinanze sono in Europa, come abbiamo già visto, e nella Penisola Arabica, soprattutto in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

L’Etiopia è in una posizione strategica tra questi due mercati, garantendo buoni tempi di trasporto sia per via aerea ma soprattutto per via marittima, servendosi del porto di Djibouti, strategicamente situato lungo il tratto di “rotta giramondo” che collega il Mediterraneo, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. L’abbondanza di fiori, in particolare di rose, sta inoltre facendo sviluppare una forte domanda interna di essi, che sempre più spesso vengono scambiati per le ricorrenze o come semplici doni.

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Nonostante i dati economici descrivano un’incredibile crescita del settore, la floricoltura etiope sta creando sviluppo nelle aree agricole ad un ritmo molto inferiore alle aspettative. L’enorme fatturato del settore fatica a rimanere nel paese, dato che la maggior parte delle serre appartiene a multinazionali del settore piuttosto che a imprese o cooperative radicate nel territorio. I grandi gruppi esteri, tra l’altro, molto spesso sfruttano duramente la manodopera, che ha sì visto migliorare il proprio standard di vita dall’installazione delle imprese floricole, ma combatte quotidianamente con pericoli e aspettative deluse.

I lavoratori delle serre sono solitamente sottopagati e costretti in condizioni di grave povertà e instabilità, lavorando a chiamata per meno di un dollaro al giorno. Se a questo aggungiamo la totale assenza di welfare sociale e misure di sicurezza il quadro diventa ancor pù critico, soprattutto nelle aziende in cui viene repressa anche l’attività associativa e sindacale degli stessi lavoratori, che di conseguenza non riescono a organizzare le proprie rivendicazioni.

Per migliorare le condizioni di lavoro nelle serre, che impiegano almeno 12.000 persone, si stanno implementando molti programmi nazionali e internazionali, coordinati dalla CETU, la Confederazione dei Sindacati Etiopi. Questo ampio organo, che raggruppa 720 sindacati per un totale di 370.000 membri, e i suoi partner si stanno muovendo secondo due direttive principali: il sostegno all’agricoltura e la tutela dei diritti umani dei lavoratori.

La coltivazione di fiori freschi rappresenta il 10% del PIL etiope e un pilastro di alcune economie regionali, soprattutto nelle aree comprese tra le periferie di Addis Abeba e la Rift Valley, la zona di maggior sviluppo agricolo del paese. Per tutelare contemporaneamente imprese e lavoratori si stanno gettando le basi per dei processi locali condivisi, che partono dal basso cercano di coinvolgere tutti gli attori, per rafforzarne la partecipazione.

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Agire in campo dei diritti dei lavoratori delle serre passa soprattuto per il loro empowerment. L’attività sindacale in questi contesti parte dalla base: la spiegazione di questi diritti e lo sviluppo della consapevolezza degli operai, per favorire così la loro presa di coscienza riguardo ciò che potrebbero rivendicare per legge dai loro datori di lavoro.

Importante è constatare come l’80% della forza lavoro della floricoltura sia femminile, intrecciando alla già complessa situazione delle serre la componente di genere. Alla già citata carenza sanitaria e assistenziale del lavoro in questo campo va aggiunto il pericolo per la fertilità rappresentato dal continuo contatto con pesticidi e altre sostanze, nella completa mancanza di norme ed equipaggiamenti basilari per la sicurezza.

Questo processo include il miglioramento degli standard di sicurezza sul posto di lavoro e dei diritti delle donne lavoratrici. Queste spesso possono emanciparsi economicamente e sostenere le proprie famiglie proprio grazie al lavoro nella floricoltura, quindi dal miglioramento delle loro condizioni passa il miglioramento del livello di vita delle comunità che vivono nelle zone di floricoltura.

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Un importante tentativo per migliorare la condizione lavorativa in Etiopia è stata l’introduzione delle certificazioni di organizzazioni come Fairtrade e EHPEA (Ethiopian Horticolture Producers Exporters Associations). Questi enti infatti concedono il loro marchio solo ai prodotti che rispettano i codici di condotta stabiliti dalle associazioni, funzionando come una sorta di certificazione dell’umanità delle condizioni di lavoro lungo tutta la loro filiera.

I consumatori interessati alla questione acquistano più volentieri i prodotti con queste certificazioni, dando quindi ad essi un vantaggio competitivo nel mercato, sebbene il loro costo sia leggermente maggiorato. Le aziende potrebbero quindi ritenere utile aderire ai codici di condotta delle organizzazioni per avere questi vantaggi, migliorando di conseguenza il loro rispetto dei diritti dei lavoratori.

Tra le organizzazioni italiane impegnate tra i lavoratori in Etiopia figura ISCOS Emilia-Romagna, ONG di emanazione sindacale che ci ha gentilmente fornito molti dati necessari per scrivere questo articolo. Durante la sua attività per promuovere i diritti dei lavoratori e la responsabilità d’impresa nel paese, l’organizzazione ha prodotto un documentario, BiancoFioreNero, che qui vi proponiamo:

Fonti e Approfondimenti:

http://atlas.media.mit.edu/en/profile/hs92/0603/

http://www.iscosemiliaromagna.org/index.php?id=279

http://www.fao.org/ag/agp/agpc/doc/counprof/ethiopia/ethiopia.htm

https://cesi-italia.org/articoli/268/il-fenomeno-del-land-grabbing-etiope-opportunit-e-minacce-legate-a-una-nuova-forma-di-colonialismo

http://www.intracen.org/itc/blogs/market-insider/Ethiopia-exports-225-million-USD-worth-of-cut-flowers/

https://www.rabobank.com/en/images/World_Floriculture_Map_2015_vanRijswick_Jan2015.pdf

http://www.worldstopexports.com/flower-bouquet-exports-country/

https://www.researchgate.net/publication/242350167_Catalysts_and_barriers_to_cut_flower_export_A_case_study_of_Ethiopian_floriculture_industry

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