Trump e il ritorno del keynesismo militare

La delicata situazione in Medio Oriente ha scoperchiato tensioni che sembravano assopite dall’elezione del tycoon statunitense. Tutti i media paventavano, infatti, la sua vicinanza al presidente russo, Vladimir Putin, e Trump non aveva certo fatto niente per prendere le distanze dalle politiche del Cremlino. Ma l’ultima offensiva targata USA ai danni di Damasco rischia di rompere gli equilibri, seppur fragili, che si erano stabiliti dall’ultima presidenza Obama, così come la dimostrazione di potenza dell’armamentario americano con l’utilizzo di quella che viene definita “la madre di tutte le bombe” in Afghanistan, per colpire uno dei tunnel scavato dai jihadisti, ha riscaldato gli animi in Corea del Nord, e Pyongyang si è detta pronta ad una guerra nucleare con gli USA, nonostante il fallimento nel test missilistico.

Il rischio di un nuovo riarmo è più vicino che mai e analizzare le dinamiche economiche di tali eventi appare fondamentale, dal momento che l’ultima grande crisi, quella del ’29, si risolse proprio – o quasi – con lo sforzo bellico.

700x350c50
A sinistra Donald Trump, a destra Vladimir Putin

E allora, se l’economia globale è singhiozzante, come testimonia l’ultimo Global economic Prospect della World Bank, le scelte militari del presidente americano e del suo staff potrebbero fornire l’assist per una nuova corsa agli armamenti. La promessa di ritorsioni del presidente Assad, e dei suoi alleati – Iran e Russia – si muove proprio nella stessa direzione. Le portaeree del tycoon nel mare coreano di certo non lasceranno indifferenti la Cina, né la stessa Corea del Nord che ha già dichiarato di essere pronta ad una guerra di qualsiasi tipo con il continente oltreoceano. Così il rischio di una nuova guerra mondiale si accompagna ad un massiccio sviluppo dell’industria bellica che, nelle peggiori previsioni ipotizzate da Keynes, comunque fornisce un possibile sprint ad uscire, temporaneamente, da situazioni di crisi, salvo ritrovarcisi nel giro di dieci anni e, così come un cane che si morde la coda, rimandarne gli effetti con un nuovo conflitto bellico.

Era proprio l’inglese Keynes che, nella Teoria Generale, inseriva anche la guerra tra le cause di accrescimento della ricchezza nazionale, infatti: “La costruzione di piramidi, i terremoti, perfino le guerre possono servire ad accrescere la ricchezza, se l’educazione dei nostri governanti secondo i princìpi dell’economia classica impedisce che si faccia qualcosa di meglio”.
Per questo oggi il Keynesismo militare, data la fragilissima situazione geopolitica, è tornato di un’attualità spaventosa.

Il keynesismo militare

Quello che oggi definiamo come “pensiero keynesiano” cominciò a svilupparsi intorno alla prima metà del ‘900, subito dopo il periodo Schumpeteriano, in cui l’atto di volontà dell’uomo regnava supremo, dove la figura dell’imprenditore-innovatore sbilanciava le condizioni economiche a proprio vantaggio per fare profitti positivi. La realtà che osservava Keynes, invece, doveva fare i conti con un sistema industriale profondamente in crisi, dove lo squilibrio che dominava era quello negativo, quello di sottoccupazione, nel quale nonostante non fossero impiegati al meglio tutti i fattori produttivi – come la teoria economica suggeriva –  il sistema si trovava comunque in equilibrio, il quale però prevedeva un certo tasso di disoccupazione strutturale. Di struttura quindi, non di congiuntura.

0 R
John Maynard Keynes

E nel caso in cui il mercato non riesca a risollevare le sue sorti da solo, quali possono essere le soluzioni per evitare un’elevata concentrazione economica ed un dissesto economico strutturale?
A questa domanda Keynes risponde individuando un terzo attore nel sistema economico, dopo l’impresa e i consumatori: lo Stato. Ed è proprio quest’ultimo che deve intervenire per risanare le fondamenta di un sistema in crisi che, colpito duramente, è a rischio di collasso.

Ecco che si viene a configurare un modello che ripensa la spesa pubblica non solo come pure waste – uno spreco – come si intendeva nel modello neoclassico, ma come strumento non solo utile, ma necessario a sanare le ferite di un sistema produttivo in crisi. La spesa pubblica, intesa in senso sociale e non.

E’ proprio nella parte non sociale che le potenze più grandi hanno trovato, nel secondo dopoguerra, un appiglio per rilanciare la produzione interna e risolvere i problemi di disoccupazione. Da una parte si assistette ad un lungo periodo di tensioni e minacce culminate con il crollo del muro di Berlino, mentre dall’altra i servizi di intelligence si sviluppavano di pari passo con la produzione bellica. Dunque, in periodi di crisi, un modo per sopperire alle mancanze del mercato è quello di affidarsi alle spese militari e alle guerre. In Italia ad esempio, la spesa per la difesa, è aumentata nel giro di 11 anni del 20%, passando dai 19.293,7 milioni di euro del 2006 ai 23.312,2 del 2017, come si legge nel primo rapporto Mil€x, mantenendo costante il suo rapporto rispetto al Pil.

Immaginebl
Spesa per la difesa in Italia

Non è un caso che su richiesta di Francois Hollande, dopo il duplice attentato in Francia, con la giustificazione della minaccia terroristica, l’Europa si sia riscoperta interventista, sganciando la spesa per la “difesa” dal patto di stabilità e crescita. L’Ue, dunque, rilancia nuovamente l’industria bellica, la quale sembra poter giovare ancora di più dalla situazione che si va configurando.

Ma, tralasciando il lato umano ed etico, oltre allo sviluppo della produzione di armi e armamenti, quali sono le conseguenze economiche di una possibile guerra?

How to pay for the war

Ancora una volta ci viene in aiuto l’economista inglese che in una piccola sezione alla fine della sua Teoria Generale (1936) ci spiega anche come si sopperisce alle finanze di una guerra, e come conciliarle col mercato interno.
In particolare Keynes espone la necessità di regolare il consumo interno privato per evitare che esso entri in contrasto con le risorse da destinare allo sforzo bellico.
I consumi privati sono equiparati alla somma del totale della produzione – supposta essere al suo massimo possibile – ed importazioni al netto di esportazioni e di quella parte di produzione destinata allo sforzo bellico.  

mk-83-770x512

Da ciò si evince che un aumento del consumo è possibile solo a fronte di una riduzione delle risorse destinate alla guerra o dell’aumento delle importazioni, andando quindi ad intaccare le riserve di valuta.
Una guerra, per forza di cose, genera occupazione aggiuntiva, dunque un maggior livello di reddito, e dunque maggiore domanda che non può essere soddisfatta dal mercato poiché parte delle risorse sono destinate all’industria bellica. Affinché tale reddito maggiore non si scarichi completamente sui prezzi, andando a determinare una spirale inflazionistica e dunque disparità tra le classi sociali, la soluzione proposta da Keynes si articola in tre passi:

  • La prima disposizione suggerisce di determinare la quota di reddito di ogni persona, che va sottratta al consumo immediato e trasformata in risparmio “forzoso” (attraverso tale pratica si eviterebbe anche di polarizzare la ricchezza in capo alla classe capitalista, come era successo alla fine della Grande Guerra, con l’aumento spropositato dei prezzi).
  • La seconda disposizione si esplica attraverso l’imposizione di una tassa sul capitale a guerra finita, in modo da poter remunerare i sacrifici della popolazione – che si erano privati di consumo – senza dover espandere il debito pubblico.
  • La terza, ed ultima, disposizione è quella di proteggere le classi economicamente svantaggiate che potrebbero risentire troppo del risparmio “forzoso” (obiettivo facilmente raggiungibile tramite l’istituzione di un minimo esente dal sacrifico generale).

Un bene o un male?

Come abbiamo detto, la mossa del presidente americano gioverà senza dubbio al settore produttivo militare. Un aumento dell’occupazione affiancato ad uno sviluppo dell’industria bellica, seguito a ruota libera anche dalle altre potenze, in una logica scevra di caratteri etici e di breve periodo, sicuramente può rilanciare le economie in avanti. Ma a che prezzo siamo disposti a pagare tutto ciò?

C’è il rischio di ritrovarci a breve in una nuova situazione di conflitto mondiale. Occorrerebbe, in primo luogo, valutare bene quanto il costo ecceda il beneficio, considerando che il rischio a cui si va incontro prescinde da una qualsiasi analisi economica. In secondo luogo, sarebbe il caso di ragionare sul fatto che le risorse spese per l’aumento della “sicurezza” interna, si scontra con l’obiettivo di eliminare le disuguaglianze interne ad una società che si professi democratica ed egualitaria. In terzo luogo, bisognerebbe imparare dalla storia e notare che lo sviluppo dell’industria bellica può portare ad un balzo positivo che però ha carattere di temporaneità.

Dunque, alla luce dell’analisi svolta, bisognerebbe chiedersi se una nuova corsa agli armamenti possa davvero sopperire alle mancanze di un’economia di mercato, o se forse non sarebbe il caso di promuovere una spesa sociale, che faccia della riduzione delle disuguaglianze e delle iniquità il suo punto cardine, così da ritrovarci con meno F-35 e più potere d’acquisto.

FONTI E APPROFONDIMENTI:

Il ritorno del Keynesismo militare

https://www.dropbox.com/s/r9692pnie81lkfb/MIL%E2%82%ACX2017.pdf?dl=0

http://sbilanciamoci.info/spese-militari-litalia-fila/

J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-04-08/un-azione-dimostrativa-riprendere-leadership-115957.shtml?uuid=AE25rb1

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-04-07/l-attacco-usa-non-e-fine-assad-082943.shtml?uuid=AErujC1

https://openknowledge.worldbank.org/bitstream/handle/10986/25823/9781464810169.pdf

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-04-08/assad-nemico-perfetto-troppo-spesso-per-finito-195620.shtml?uuid=AEKOgC2

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Dina ha detto:

    I think other website owners should take this website as an model, very clean and superb user friendly design . &#8eo0;S2m2times the road less traveled is less traveled for a reason.” by Jerry Seinfeld.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...