Giordania: tassello strategico nel Medio Oriente

Formalmente creata quasi un secolo fa da Winston Churchill, la Giordania ricopre un ruolo cruciale all’interno del Medio Oriente. Proprio come allora, oggi rappresenta un baluardo della stabilità regionale, in grado di assorbire le tensioni del mondo arabo.
Il Regno, ritenuto il più moderato dei paesi arabi, è legato economicamente e militarmente a diversi attori rilevanti sul piano internazionale. Tutto ciò non lo rende immune da tensioni sia interne che esterne, che si intrecciano e alimentano a vicenda.

Economia, popolazione, profughi

La Giordania occupa territori aridi e privi di petrolio e, di conseguenza, è dipendente dalle importazioni, in primis di acqua e fonti energetiche. La sua economia è perciò vulnerabile e legata anche alle sorti di stati limitrofi. Per esempio l’instabilità in Siria ed Iraq hanno fatto sì che diminuissero drasticamente le storiche relazioni commerciali con questi paesi, gli attacchi ai gasdotti nel Sinai hanno avuto delle ripercussioni sugli approvvigionamenti di energia, o ancora, il Regno ha siglato degli accordi con Israele e i Territori Palestinesi per la costruzione di acquedotti per l’approvvigionamento di acqua dal Mar Rosso.

Data la sua centralità geopolitica il Regno ha sempre goduto di flussi di entrate e aiuti allo sviluppo, grazie ai quali ha elargito sussidi alla popolazione e creato un sistema clientelare con i clan della regione, motivo per cui lo sviluppo di una economia indipendente ha faticato a decollare.

Negli ultimi anni la casa reale ha dato il via ad una serie di privatizzazioni delle strutture statali causando un crescente malcontento e numerose proteste. Il vento delle primavere arabe è arrivato anche in Giordania: la popolazione si è mossa manifestando contro l’aumento dell’inflazione, l’elevata disoccupazione, la diminuzione dei sussidi e la corruzione. Il culmine dei disordini è arrivato nel 2013, quando le manifestazioni hanno assunto un carattere anti hashemita, mettendo in discussione per la prima volta l’istituzione monarchica.

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Rimpastando i governi e promuovendo una serie di riforme, tra cui una maggior tutela dei diritti umani, Re Abdullah II è riuscito far tornare la situazione sotto controllo, nonostante ancora oggi i dati diano un PIL in continua discesa e una bilancia commerciale negativa. Due fattori hanno contribuito al mantenimento di una certa stabilità interna: lo scoppio del conflitto siriano a nord del paese e l’astensione dalle proteste di una consistente parte della popolazione, i giordano-palestinesi.

Anche se apparentemente omogenea, la popolazione giordana è in realtà profondamente divisa alla base: circa il 50% è costituito da giordani «autoctoni» (transgiordani) e circa il 40% da palestinesi provenienti dalla Cisgiordania (i cosiddetti west bankers), arrivati nella regione a seguito dei conflitti arabo-israeliani. La società è quindi spaccata, al punto che esiste un tacito patto sociale che divide i cittadini nel mercato del lavoro: il settore pubblico è tradizionalmente riservato ai transgiordani, mentre è precluso ai cittadini di origine palestinese, i quali controllano il privato.

La Giordania è stata ed è il punto di arrivo di profughi provenienti da diverse regioni: Palestina, Iraq e, in ultimo, Siria. Secondo le cifre riportate dall’Onu, il Regno è il primo paese al mondo per rapporto popolazione autoctona e rifugiati. A causa dell’inasprimento dei conflitti nei diversi Paesi, ondate di persone si riversano all’interno dei confini giordani. L’accoglienza nei campi profughi prima e l’assorbimento nella società e nell’economia del paese dopo comportano destabilizzazioni sia nel breve che nel lungo periodo.

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Il campo profughi di Zaatari

Siria e supporto USA

Il confine siriano in questo momento è il più delicato. Assieme ad altri stati arabi, la Giordania fa parte della coalizione contro lo Stato Islamico che dal 2014 opera militarmente nelle regioni di Siria e Iraq.
La popolazione civile era inizialmente contraria all’appoggio fornito alla coalizione, in quanto la lotta all’ISIS non veniva considerata una questione prioritaria. Le cose sono cambiate nel 2015, dopo la diffusione della notizia sulla cattura e brutale uccisione di un pilota giordano da parte delle milizie jihadiste.

Il Regno si è impegnato quindi nell’addestramento di soldati iracheni e siriani con il supporto degli Stati Uniti. La questione per questi ultimi rimane controversa, in quanto gli uomini addestrati apparterrebbero all’Esercito Siriano Libero, che opera soprattutto nella regione sud della Siria, in lotta contro le forze armate siriane di Assad. La Giordania comunque non è formalmente schierata contro Assad ed ha collaborato più volte anche con le forze armate russe in territorio siriano. Sempre gli USA hanno aiutato l’addestramento delle truppe giordane al confine per bloccare l’entrata illegale di armi chimiche, al fine di scongiurare potenziali attacchi contro i civili.

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Re Abdullah II

Arabia Saudita e Iran

Ad oggi il regno hascemita si presenta come l’unico attore affidabile per combattere la proxy war contro l’ISIS. In principio l’obiettivo di Abdullah II era quello di formare una coalizione arabo-islamica per fornire una soluzione al problema in modo tale da evitare ulteriori e possibilmente destabilizzanti interferenze occidentali. Con lo scoppio del conflitto in Yemen, l’Arabia Saudita ha spostato però il proprio focus: la Giordania stessa è stata coinvolta nella coalizione saudita, più per un obbligo nei confronti dei paesi del Golfo che per reali intenzioni strategiche.

Abdullah II riconosceva lo status di potenza regionale all’Iran, la cui influenza è consistente in diversi stati, sostenendo la necessità di coinvolgere la Repubblica Islamica nei tentativi di diminuire l’instabilità della regione. Questa strategia di mantenere la propria posizione «aperta» è cambiata nel 2016, dopo che la Giordania ha fatto un passo verso l’Arabia Saudita con l’intento, presente da ambo i lati, di riallacciare una relazione proficua: indubbiamente una influenza geopolitica saudita, sancita da investimenti nei campi economico-commerciale, militare, energetico.

Politiche americane e Trump

Gli Stati Uniti ritengono la Giordania uno dei più fedeli alleati in medio oriente – dal 1996 gode dello status di Major non-NATO Ally degli USA. Insieme all’Europa, l’America ha finanziato diversi progetti di sviluppo del Regno, fino all’approvazione nel 2008 di un piano di assistenza quinquennale. Dal 2000, grazie ad un accordo firmato da Clinton, i due paesi formano un’aera di libero scambio.

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La politica estera americana si sta facendo però sempre meno lineare e prevedibile e ciò aumenta le difficoltà per la Giordania di mantenersi bilanciere degli equilibri mediorientali:

  1. Il Presidente Trump ha recentemente incontrato i capi di stato di Israele, Palestina e Giordania per discutere e promuoversi mediatore della risoluzione del conflitto. La questione è altamente delicata: la linea politica di Obama aveva sempre condannato gli insediamenti israeliani nella West Bank e promosso una risoluzione a due stati, uno israeliano e uno palestinese. Dall’altra parte invece Trump, in conferenza stampa alla presenza di Netanyahu, aveva visto come possibile risoluzione anche quella ad uno stato, mentre, recentemente, con Abbas, ha sostenuto la soluzione a due stati e criticato gli insediamenti israeliani.
  2. Il ministro degli esteri giordano ha prontamente appoggiato il lancio di missili americani in Siria definendolo «una risposta appropriata e necessaria». Anche in questo caso, la politica estera statunitense è cambiata in modo repentino e inaspettato, costringendo l’alleato giordano a supportare questo movimento.
    Recentemente, inoltre, è stata diffusa la notizia dello schieramento di truppe americane e giordane sul confine sud della Siria.

Jihad

Abdullah II è fortemente impegnato nella lotta al fondamentalismo islamico.
Già nel 2001 aveva promosso Amman Message, una piattaforma culturale composta da studiosi, intellettuali e politici musulmani con lo scopo di chiarire al mondo la natura del vero islam e delegittimare così i terroristi che strumentalizzano la religione.

La possibile penetrazione di cellule fondamentaliste all’interno del Paese e il fatto che già 1800 giordani si siano uniti come foreign fighters alle linee dell’ISIS tengono in allarme il Re. La pressione scaturita dal numero dei profughi, l’alta disoccupazione giovanile e i fattori economico-sociali descritti in precedenza sono però elementi fortemente destabilizzanti.
Una contromisura adottata da Abdullah II è stata anche quella di appoggiare membri del clero salafita nella speranza di offrire nuove guide spirituali alternative a quelle proposte dall’IS, per poi ritornare sui propri passi nel momento in cui questi avevano mostrato supporto alle ideologie filo-al Qaeda.

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La famiglia reale

Si comprende quindi come il ruolo svolto dalla Giordania sia cruciale di fronte alle intricate sfide regionali. Gli strumenti politici, diplomatici, culturali e militari di cui dispone la rendono perciò un tassello fondamentale nel quadro del medio oriente.

Fonti e approfondimenti:

http://carnegie-mec.org/diwan/57486

http://www.limesonline.com/il-muro-della-giordania-non-deve-cedere/78089

ttp://www.bloglobal.net/wp-content/uploads/2014/06/Il-ruolo-strategico-della-Giordania-in-Medio-Oriente_Research-Paper-20_2014_Brzuskiewicz.pdf?x11214

http://www.infomercatiesteri.it/public/rapporti/r_103_giordania.pdf

http://www.mei.edu/content/article/jordan-confused-trump-s-flip-flops-mideast-issues

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-05-03/trump-abbas-saro-mediatore-arbitro-e-facilitatore-la-pace-192303.shtml?uuid=AEF7QqFB

http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2016/04/jordan-saudi-arabia-iran-regional-interference-terrorism.html

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