Il Vietnam nella morsa: Washington o Pechino?

Sin dai tempi dell’amministrazione Clinton, primo Presidente americano a ricucire formalmente i rapporti dopo la guerra, le relazioni con il Vietnam sono sempre state piuttosto complesse perché caratterizzate dall’incostanza, in termini di postura internazionale, di Washington, che solo di recente ha deciso di invertire totalmente la rotta.

Il Presidente Clinton fu il primo a visitare, dopo i lunghi anni della Guerra in Vietnam, il Paese asiatico, aprendo sostanzialmente la strada al più recente e storico incontro con Barack Obama.  Oltre a voler rendere il Vietnam partecipe del progetto della Partnership Trans-Pacifica, l’uscente Presidente americano sostenne chiaramente la volontà di giungere a un accordo sulla presenza permanente di un corpo militare statunitense, al fine di tenere a bada le ambizioni del rivale regionale, la Cina.

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Come noto, sin dalle primissime fasi, il Presidente Trump ha rinunciato alla partnership economica del suo predecessore, rassicurando comunque il Vietnam circa la volontà di stabilire rapporti di cooperazioni militare. La notizia, per altro non dirompente nel suo portato innovativo, ha irritato non poco la Cina, ancora impegnata in una disputa territoriale nel Mare cinese del Sud e nelle isole ivi presenti, ricche di risorse naturali. A tal proposito, e in seguito alle frequenti minacce provenienti da Pechino, il Vietnam ha sospeso le attività di estrazione mineraria nel mare durante il mese di luglio, spalancando le porte a un’America più che mai desiderosa di rivestire un ruolo centrale nella zona.

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Già nel mese di maggio, a ben vedere, il Vietnam e gli Stati Uniti hanno concluso un accordo per 8 miliardi di dollari di contratti di natura commerciale e hanno discusso la possibilità di creare un corpo di guardia costiera, sotto l’egida americana, per controllare le coste vietnamite. Per tale motivo, l’embargo sulle armi è stato ulteriormente alleggerito, approfittando delle attuali tensioni con Pechino.

La necessità di allontanarsi da un ingombrante vicino, non è la sola ragione che ha spinto, e spinge, il Vietnam a cercare un nuovo e potente alleato. La cooperazione tra Hanoi e Washington, infatti, è il risultato della volontà del Vietnam di essere riammesso con peso specifico nella società internazionale, da cui era isolato dal tempo della guerra del 1955-1975. Tale tendenza si è concretizzata in maniera più consistente a partire dal 2010, quando l’allora Segretario di Stato Clinton espresse interesse nel riallacciare i rapporti con il Paese.  La principale ragione di questa ritrovata amicizia risiedeva nella volontà di garantire la libertà di navigazione, cardine della politica navale americana, nel mare cinese del Sud che, però, ad oggi sembra non essere una priorità dell’amministrazione Trump. In questo senso, agli occhi di molti spettatori internazionali, sembra che dopo un anno al potere Donald Trump non abbia realmente messo a punto una strategia per l’Asia. Tale trend, riscontrabile a carattere più generale,  non trova tuttavia rispondenza nel caso vietnamita. Ciò è avvenuto non tanto per volontà della potenza d’oltreoceano, quanto della stessa Hanoi, che ha visto nel cambio di amministrazione una consistente opportunità di migliorare ed intensificare i reciproci rapporti. Il fatto, dunque, che il Primo ministro Nguyen Xuan Phuc sia stato il terzo leader orientale a visitare il Presidente dopo il suo insediamento, restituisce a chiare lettere le priorità dei due Paesi. Al netto di sostanziali critiche rivolte alla mancanza di leggi sulla protezione della proprietà intellettuale e della grande quantità di prodotti vietnamiti che invadono, a detta di Trump, il mercato interno americano, nella dichiarazione congiunta tra i due leader è emersa la volontà di cooperare strettamente anche nel settore dell’intelligence. A margine dell’incontro, gli Stati Uniti hanno ribadito il proprio impegno ad assistere il Vietnam nella realizzazione della prima operazione di peacekeeping, che renderebbe i rapporti tra i due Paesi ancora più saldi.

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La più grande ombra in questo quadro di rapporti apparentemente idilliaci è l’esigenza di rimpiazzare il TPP con un nuovo progetto. In assenza di accordi multilaterali, durante la recente visita del Presidente Trump nel Paese è emersa la volontà di fondare una partnership bilaterale che, sebbene di difficile progettazione per la visione economica e commerciale dell’inquilino della Casa Bianca, si estenderebbe certamente al campo della sicurezza e a quello strategico. In altre parole, sebbene il Vietnam sia stato sempre particolarmente ostile alla realizzazione di accordi con la controparte americana che fossero simili a quelli stipulati con Filippine, Thailandia e Singapore, ora quel modello sembra più che mai adeguato. Del resto, non è velata la volontà americana di partecipare in maniera maggiore e pervasiva al miglioramento della capacità difensiva del Vietnam, eventualmente ottenendo l’accesso alla base navale di Cam Ranh Bay, ritenuta tra le più rilevanti in Asia. Allo stato attuale, infatti, le visite delle navi militari americane presso la base sono limitatissime, raramente eccedendo l’unità. In cambio gli Stati Uniti potrebbero garantire all’alleato una partecipazione alle note attività RIMPAC (Rim of the Pacific Exercise, una delle più grandi esercitazioni marittime internazionali condotte nel Pacifico sin dal 1971), ma solo se il Vietnam verrà posto nelle condizioni economiche e militari per farlo.

Nonostante la discontinuità tra le amministrazioni Trump e Obama su molti campi il Vietnam costituisce un’eccezione. E’ tuttavia evidente che il miglioramento dei rapporti bilaterali è strettamente legato al peggioramento di quelli tra la Cina e il Vietnam: sembra che quest’ultimo, timoroso di raffreddare allo stesso tempo le due relazioni, stia accelerando il processo di avvicinamento agli Stati Uniti.

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La Cina non è rimasta a guardare: prima di lasciare il Vietnam a seguito del summit APEC, Xi Jinping ha rimarcato la necessità di innescare un passo in avanti nel rapporto di reciproca fiducia, per poter poi considerare una più concreta partnership strategica. Al momento sul tavolo vi sono solo accordi sul controllo dei confini, sull’energia rinnovabile e sul sistema bancario. L’impressione è che l’incontro tra Nguyen Xuan Phuc e  Xi sia stato un tentativo di resettare le precedenti dispute e costruire un futuro insieme. Ma la partita è ancora tutta nelle mani del Vietnam.

FONTI E APPROFONDIMENTI

http://edition.cnn.com/2017/11/09/asia/trump-vietnam-philippines/index.html

https://www.state.gov/r/pa/ei/bgn/4130.htm

https://www.lowyinstitute.org/publications/us-vietnam-relations-under-president-trump

https://www.whitehouse.gov/blog/2017/11/03/president-trump-trip-to-asia

http://nationalinterest.org/feature/why-trump-capitalizing-obamas-us-vietnam-comprehensive-21047

http://www.atimes.com/vietnam-us-china-triangle-solidified-trump-xi-visits/

http://www.straitstimes.com/asia/vietnam-carefully-balances-xi-and-trump-visit

http://www.ispionline.it/it/articoli/articolo/usa-americhe-asia/lembargo-sulle-armi-al-vietnam-gli-usa-rafforzano-i-legami-con-il-sud-est-asiatico-15182

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