Stati Uniti e Turchia: un secolo di relazioni

“Cercheremo nuovi alleati”: così un mese fa Erdogan minacciava dalle pagine del NYT l’America di Trump. Per giorni si è consumata la crisi tra i due Paesi attorno al mancato rilascio del pastore americano Andrew Brunson fino all’imposizione di sanzioni economiche da parte di Washington che hanno aumentato la precarietà dell’economia turca. Non è la prima volta che ci si chiede se l’alleanza USA- Turchia sia giunta al capolinea o se si tratti di una burrasca passeggera. 

Ripercorrendo infatti i momenti di frattura più importanti tra Stati Uniti e Turchia, ciò che emerge è da un lato la resilienza del legame tra i due Paesi, dall’altro la graduale divergenza dei loro rispettivi interessi strategici soprattutto nel contesto regionale mediorientale. Vedremo dunque in questo e nel prossimo articolo come la relazione si è evoluta prima e dopo lo scoppio delle Primavere Arabe e con che conseguenze per il Medio Oriente.

 

La Guerra Fredda e l’invasione di Cipro

All’indomani della II Guerra Mondiale e alla vigilia della crescente ostilità tra Unione Sovietica e USA, la Gran Bretagna riconobbe l’incapacità di continuare a sostenere economicamente e militarmente la Grecia e la Turchia. Data la loro posizione geo-strategica, per l’allora Presidente Truman si poneva quindi la necessità di intervenire nei due Paesi per evitare che potessero cadere nella rete sovietica.

 

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La Turchia rimase fedelmente schierata con gli USA durante gli anni della Guerra Fredda: nel 1952 entrò a far parte della NATO, combatté a fianco degli Americani nella guerra delle due Coree e sostituì l’Iran come “baluardo” a difesa degli interessi occidentali nel Golfo Persico dopo la nascita della Repubblica Islamica nel 1979.

L’elite militare al potere in Turchia poté beneficiare della protezione di Washington e concretizzare i pilastri dell’ideologia kemalista: modernizzazione e occidentalizzazione, dimostrando allo stesso tempo di poter agire indipendentemente dagli USA per perseguire l’interesse nazionale. Infatti la Turchia invase Cipro nel 1974. Già nel 1969, il Presidente Johnson aveva inviato una lettera in cui intimava all’alleato di rinunciare a qualsiasi aggressione che potesse attivare una risposta sovietica ventilando il rischio di una rottura con Washington. Il PM turco Ismet Inonu  replicò: “Se le condizioni cambiano e gli eventi rendono necessario un nuovo ordine, la Turchia troverà sicuramente il suo posto in questo nuovo ordine globale”.

La relazione tra i due Paesi non terminò allora nonostante l’embargo militare votato dal Congresso americano.

 

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Gli anni ’90: la Guerra del Golfo

La fine del pericolo comunista creò nuove fonti di insicurezza per la Turchia a livello interno, con il riemergere della questione curda e dell’Islam politico; a livello esterno con la minaccia incombente di un Iran nucleare, la possibilità di un irredentismo curdo in Iraq, la frammentazione del Libano e il corteggiamento da parte di Assad del PKK. I grattacapi della Turchia in fatto di sicurezza nazionale, come diventerà sempre più evidente, non furono necessariamente priorità condivise dalla Casa Bianca.

La cooperazione con gli Stati Uniti rimase comunque centrale negli anni ’90, che furono per alcuni gli “anni d’oro” della relazione tra USA e Turchia. Ankara partecipò all’operazione Desert Fox contro Saddam Hussein nel 1991 e Clinton rinvigorì la cooperazione militare nell’ottica di un doppio contenimento di Iran e Iraq. Per di più, la Turchia iniziava a svilupparsi dal punto di vista economico e rimaneva cruciale per il transito di gas e petrolio attraverso il Mar Caspio. Washington premette anche per l’entrata della Turchia nell’Unione ottenendo nel 1999 che il Paese fosse ammesso come candidato alla membership: la spinta verso Occidente mirava a scoraggiare il coro di voci islamiste sempre più presente nell’arena politica turca.

 

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Il Presidente americano George H.W. Bush incontra il Presidente turco Turgut Özal ad Ankara il 20 Luglio 1991

 

Ankara desiderava dal canto suo ribadire l’importanza strategica del Paese per gli USA nel post Guerra Fredda, soprattutto considerando l’esclusione dal processo di allargamento dell’UE dopo l’89. Tuttavia la fine della Prima Guerra del Golfo risultò per la Turchia in gravi costi economici e soprattutto nel disaccordo con Washington sull’Iraq settentrionale dove venne stabilita una regione curda autonoma sotto tutela occidentale. Mentre per gli Stati Uniti l’appoggio ai curdi offriva la possibilità di fomentare le divisioni etniche e religiose all’interno del Paese e indebolire il governo di Saddam; per la Turchia il neonato KRG rappresentava un pericoloso esempio per il discorso secessionista del PKK e la possibilità per l’organizzazione di sfruttare santuari nel territorio iracheno da cui colpire la Turchia.

 

2003: L’invasione dell’Iraq

Nella fase iniziale del governo dell’AKP, l’attenzione rimase puntata sul processo di integrazione europea che però cadde in stallo poco tempo dopo. A partire dal 2007 dunque, la politica estera turca assunse un nuovo orientamento e un maggiore dinamismo. Innanzitutto l’approccio securitario che era stato dominante fino a quel momento venne sfumato da una maggiore propensione all’utilizzo di soft power e diplomazia. Il mantra distintivo della Turchia fino al 2011 è stato “zero problemi con i vicini” ad incarnare la volontà di coltivare buone relazioni sul piano regionale che potessero rendere la Turchia un Paese centrale a livello globale. Questa visione è stata corroborata dall’enfasi e dalla riscoperta del periodo dell’impero ottomano che renderebbero la Turchia connessa storicamente e culturalmente soprattutto al Medio Oriente e dall’incredibile crescita economica che avrebbe spinto Ankara a cercare mercati diversi da quello europeo.

 

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Erdogan a una conferenza stampa dopo la vittoria dell’AKP nel 2002

 

Questo approccio strideva però con la politica belligerante di Bush all’indomani dell’11/9 e il primo motivo di scontro tra Washington e l’AKP fu offerto immediatamente dall’invasione americana dell’Iraq. La minaccia terroristica avvertita dagli Stati Uniti non colpiva la Turchia con la stessa intensità e, anzi, il regime di Saddam Hussein garantiva la stabilità sul fronte meridionale. Per di più l’AKP aveva preso da poco le redini del potere e non era preparato a fronteggiare una crisi di tali dimensioni. Dunque nel marzo 2003, il Parlamento turco, con estremo shock della Casa Bianca, votò contro la possibilità di permettere all’esercito americano di utilizzare il territorio turco per aprire un secondo fronte in Iraq. La Turchia da parte sua era frustrata dalla mancanza di supporto degli USA nella lotta al PKK. Il rischio per Washington era infatti che bombardando le postazioni dei curdi turchi in Iraq si potesse destabilizzare un’area relativamente quieta e apertamente schierata con le politiche statunitensi.

Seconda ragione di tensione tra i due Paesi fu l’apertura della Turchia verso Paesi che gli USA cercavano di isolare quali ad esempio Iran e Siria. I rapporti tra Ankara e Damasco si erano deteriorati al punto che nel 1998 i primi minacciarono di oltrepassare il confine siriano se il regime non avesse espulso il leader del PKK Ocalan e non avesse interrotto il supporto all’organizzazione terroristica. Dopo il 2002 tuttavia la Turchia cercò un riavvicinamento con la Siria arrivando a stringere forti rapporti personali con Bashar al- Assad, a mediare tra Tel Aviv e Damasco per il ritiro delle truppe siriane dal Libano nel 2005 e a istituire nel 2009 un consiglio di cooperazione strategica.

 

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Erdogan, Assad e le rispettive mogli nel 2008

 

La relazione tra Turchia e Iran è più sfaccettata: la Turchia dipende per buona parte dalle risorse energetiche importate da Teheran e dopo il 2003, il vuoto lasciato da Saddam in Iraq ha creato le premesse per un avanzamento dell’influenza iraniana mettendo i due Paesi in lizza per la leadership regionale. Dunque Ankara ha cercato di creare e mantenere un delicato equilibrio tra cooperazione e competizione. Pur appoggiando gruppi opposti in Iraq, nel 2010 la Turchia lanciò assieme al Brasile un’iniziativa diplomatica separata sul nucleare in Iran opponendosi alle sanzioni proposte in sede ONU. Gli USA non mancarono di esprimere disappunto per l’avventurismo turco.

 

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Lula da Silva, Ahmadinejad ed Erdogan alla firma delle trattative sul nucleare nel 2010

 

Il primo mandato di Obama è stato segnato da relazioni per lo più amichevoli. Il neo eletto Presidente visitò la Turchia nel suo primo viaggio all’estero e lodò l’esempio democratico offerto dal partito islamista, parlando di “model partnership” tra USA e Turchia. Nonostante ciò, il 2003 ha lasciato un segno profondo ed esacerbato  il sentimento di anti-americanismo, da intendersi come ostilità verso le politiche americane, che è maturato nel tempo e rimane radicato nel Paese. Dalla crisi di Cipro alla formazione di uno stato curdo nell’Iraq del nord, gli USA hanno alimentato la percezione nella popolazione turca di un’America indifferente alle esigenze della Turchia, poco affidabile e opportunista. Questo sospetto, come vedremo, è destinato a riemergere con forza dopo il 2011.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

https://www.foreignaffairs.com/articles/europe/2018-07-30/how-save-us-turkey-relationship

https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/19448950903507529?needAccess=true&redirect=1&instName=University+of+Bologna

https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2016/06/taspinar20051116.pdffile:///C:/Users/pc/Desktop/RAND_MG899.pdf

https://www.sciencespo.fr/ceri/sites/sciencespo.fr.ceri/files/n10_06062011.pdf

http://www.lse.ac.uk/europeanInstitute/research/LSEE/PDFs/Publications/The-Limits-Dilemmas-and-Paradoxes-of-Turkish-Foreign-Policy.pdf

https://www.mepc.org/journal/american-turkish-relations-end-cold-war

 

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