Il Referendum curdo tra rischi e giochi di potere

Il 25 settembre nel Kurdistan iracheno si è votato in un referendum consultivo per l’indipendenza della regione dall’Iraq. I risultati hanno consegnato un plebiscito per il 93% in favore dell’indipendenza. La natura consultiva della tornata referendaria non ha creato immediate conseguenze e sembra essere legata più a motivazioni politiche che a vere velleità indipendentiste. Cerchiamo di andare più a fondo nella situazione, descrivendo i protagonisti, le cause e lo scenario.

Ricordiamo innanzitutto che i curdi sono una popolazione mediorientale che vive nel Kurdistan, una regione geografica che è divisa tra 4 Stati: Iran, Siria, Iraq e Turchia. In questo articolo ci occuperemo dei curdi iracheni, con qualche accenno ai siriani. Per chi fosse interessato in questo articolo parliamo dei curdi in Turchia.

Il protagonista principale

Prima di poter capire la situazione è necessario capire chi è il grande promotore del referendum indipendentista, nonché presidente della Regione indipendente del Kurdistan iracheno: Massud Barzani.

Barzani è figlio dello storico leader curdo della regione, Mustafa Barzani. Mustafa fu il primo presidente di uno Stato curdo, avendo creato nel 1946 l’instabile repubblica di Mahabad in Iran. Questa piccola realtà non è mai stata totalmente indipendente e ha vissuto sempre all’interno dell’Iran dello Scià, fino al 1979 quando, con la caduta dello Scià, anche questa esperienza si è conclusa. Gli avvenimenti del 1946 sarebbero poco rilevanti se non avessero segnato la nascita del KDP, lo storico partito dei curdi iracheni. Attualmente il partito gode della maggioranza nel parlamento del Kurdistan iracheno ed è guidato proprio da Massud Barzani.

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Massud Barzani

Il leader del KDP, dopo essere salito al potere nel 1979, ha sempre dimostrato una strenua volontà di mantenerlo. Barzani ha stretto accordi con Saddam Hussein mantenendoli fino al momento in cui l’esercito del dittatore ha perpetrato orribili crimini nei confronti della minoranza curda. Nell’esplosione del paese dopo l’invasione americana, egli si è posto come unico interlocutore per le forze occidentali, aprendo anche un canale privilegiato con Ankara.

Grazie al supporto degli USA e della Turchia, nonostante la successiva rottura dei rapporti con il PKK turco, Barzani è riuscito a farsi eleggere presidente della nuova regione autonoma del Kurdistan, diventandone il padrone de facto.

All’interno della comunità curda egli mantiene il proprio potere sfruttando le divisioni tribali e rimarcando ogni volta come il proprio ruolo sia quasi ereditario, appartenendo ad una stirpe di leader. È facile capire questo rapporto clientelare anche dagli uomini di cui si circonda, che sono per la maggior parte membri della propria famiglia.

Gli oppositori principali di Barzani e del KDP sono due attualmente.

Il primo è il PUK (Patriotic Union of Kurdistan) fino a poco tempo fa guidato dallo storico leader Jalal Talabani. Questo partito rappresenta la parte più istruita e socialista della popolazione curda. Il grande supporter di questa fazione è l’Iran, come testimonia il grande approvvigionamento, anche militare, che il paese degli Ayatollah fornisce al PUK.

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Il secondo movimento di opposizione è Gonnan, “Cambiamento”. Questo gruppo, nato solo da poco tempo, ha tutti i caratteri dell’antisistema. Critica fortemente il dualismo tra PUK e KDP ma non è molto consolidato nella popolazione. Il motivo principale è la base popolare che, dopo anni di lotte contro Saddam, ISIS e altri nemici, è fortemente ideologizzata e identificata con un partito.

Lo scenario attuale

Il referendum è stato indetto il 15 settembre in un momento di particolare fragilità della regione del Kurdistan. Il presidente Barzani ha infatti rimandato ancora una volta il suo ritiro dalla carica di presidente. A guardare la costituzione, già nel 2013 il suo mandato sarebbe dovuto scadere, ma per due volte ha ottenuto una proroga grazie alla propria popolarità e alla forza del proprio partito.

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Nel quadro della ricostruzione dopo la cacciata dell’ISIS (non ancora completa) il presidente curdo ha iniziato a chiedere un referendum. Le prime avvisaglie sono arrivate già nel maggio di questo anno, ma la decisione è stata presa ad agosto e formalizzata con un colpo di mano parlamentare il 15 settembre. Questa situazione in realtà non deve sorprendere e non è una totale novità per la regione. Già nel 2014 le forze curde avevano chiesto e portato a termine un referendum consultivo, fondamentalmente per avere più peso contrattuale nei confronti di Baghdad.

Anche l’attuale referendum non porterà ad una reale scissione. Questa soluzione sarebbe infatti inaccettabile per la maggior parte degli Stati confinanti. Inoltre porterebbe a un inevitabile conflitto con Baghdad, il quale potrebbe usare la sua superiorità tecnica dal punto di vista militare per sedare la secessione. Cerchiamo quindi di capire le motivazioni attuali che hanno portato a questo voto.

Le cause dal punto di vista mediorientale

La situazione di Barzani in questo momento è diventata molto difficile da punto di vista mediorientale. Il KDP non è più il primo interlocutore del mondo occidentale, con gli Stati Uniti che sostengono i curdi siriani YPG, con cui il KDP non condivide né la vicinanza con il PKK, il partito dei curdi turchi, né la visione del progetto del Rohynga. Allo stesso tempo non è neanche più ben visto dalle monarchie del Golfo, che hanno deciso di cambiare le proprie solite politiche puntando su altri attori, come lo sciita Al Sadr. L’Iran non è mai stato un alleato del KDP e i rapporti sono al minimo storico. L’unico sostenitore del partito di maggioranza resta invece il presidente turco Erdogan, che è il vero ideatore di questa alleanza anomala.

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Le difficoltà del presidente turco però hanno messo pressione anche su Barzani che sta andando in cerca di nuovi alleati. Il referendum è un tentativo di mostrare quanto è ancora grande la propria influenza nell’universo curdo e in Iraq. Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, guarda in particolare alla Russia cercando di potersi offrire come grande sostenitore del regime siriano e futuro centro di influenza in Iraq, un elemento a lungo cercato da Mosca.

Le cause interne all’Iraq e al mondo curdo

Lo scenario internazionale ha sicuramente avuto peso, ma i motivi interni al mondo curdo e a quello iracheno sono forse la vera base del referendum.

Iniziamo dalla politica irachena. Il regno di terrore dell’ISIS è finito in Iraq, la ricostruzione deve essere programmata e lanciata. Questo momento particolare è alla base della decisione del presidente Barzani di indire un referendum. Il presidente del KDP vuole che i soldi della ricostruzione, che arriveranno dalla comunità internazionale, siano in parte gestiti dal KDP e non si fermino a Mosul o vengano dirottati nelle le città sciite del Sud. Vuole avere la possibilità di riscattare la stabilità dell’accordo tra sciiti, sunniti e curdi che garantisce l’esistenza stessa dell’Iraq.

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Barzani è convinto di poter usare il referendum e l’idea nazionalista per potersi garantire il ruolo di padre della patria curda. Sogna a tutti gli effetti di poter essere avvicinato al ruolo che Mustafa Kemal ha per i turchi. Questo riconoscimento gli permetterebbe per la prima volta di potersi presentare a parlare come il vero leader del Kurdistan.

In questo frangente si apre la situazione interna alla politica curda. Barzani si è ritrovato ad essere l’unico pezzo da novanta del panorama politico regionale, dopo la morte di Nawshirwan Mustafa, leader di Gonnan, e l’uscita di scena di Jalal Talabani leader del PUK. Le elezioni per il parlamento curdo si svolgeranno i primi di ottobre e il presidente ha calcolato tutto in modo perfetto per poter indebolire i due partiti avversari. Essi infatti, nonostante avessero capito le intenzioni presidenziali, non hanno potuto opporsi a un referendum del genere, in quanto avrebbero perso ancora più consensi negando la possibilità dell’indipendenza.

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Il piano di Barzani prevede che il KDP rimanga, o ancora meglio si rafforzi, come primo partito del parlamento curdo e si identifichi del tutto nel popolo e nella causa curda.

Conclusioni

Quello che succederà nei prossimi mesi non è al momento prevedibile. Per ora non si capisce come reagirà Baghdad e come si schiereranno alcuni attori fondamentali della zona, come l’Iran o come gli Stati Uniti. L’unica cosa certa che si percepisce è che il gioco portato avanti da Barzani è molto rischioso e denso di problematiche che lui, per ora, pare non vedere.

Il presidente del KDP è convinto di poter diventare l’unico interprete  e l’unico rappresentante della volontà curda, ma molto dipenderà da come si schiereranno il PKK, di Ochalan, e gli YPG siriani. Se questi due partiti sconfessassero pubblicamente il presidente e aprissero le ostilità potrebbero minare totalmente la base del KDP.

Dall’altra parte questo referendum, se preso nel modo sbagliato da Baghdad, potrebbe far scoppiare una guerra civile. Gli sciiti, o i sunniti rimasti, potrebbero pensare che i curdi vogliano troppo e questo avrebbe come unico risultato l’aumento del livello di incertezza e sfiducia che è già molto alto all’interno di un paese in ginocchio. Il governo di Baghdad ha già chiesto alle forze irregolari curde di lasciare i propri posti di controllo negli aeroporti del Nord e passare il comando alle truppe regolari irachene: questo procedura già dimostra un abbassamento del livello di fiducia

Fonti e approfondimenti:

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