25 anni di EZLN – Parte 2

25 anni di EZLN – Parte 1

Era il 12 gennaio 1994. Il presidente messicano Solinas aveva ordinato il “cessate il fuoco” e si era aperto un tavolo di trattative tra governo ed EZLN. Nel frattempo vennero indette le elezioni, vinte da Ernesto Zadillo, candidato del PRI. Gli anni a seguire segnarono una svolta per l’EZLN. Rimanendo con le armi in pugno, l’éjercito si mosse per cercare un accordo pacifico con il governo, nonostante quest’ultimo continuasse a mantenere una forte pressione militare in Chiapas.

La svolta pacifista dell’EZLN

Dopo quasi due anni di discussione, il 16 febbraio 1996, vennero firmati gli Accordi di San Andrés.  Dei numerosi temi trattati, l’unico che venne definito fu quello legato alla questione dei diritti e della rappresentanza indigena: il governo si impegnava a ridiscutere la questione indigena promettendo nuove leggi a favore della comunità.

Uno dei risultati dell’accordo fu la creazione della Comisión de Concordia y Pacificación (Co.Co.Pa) – tra i cui membri c’erano vari parlamentari – con il fine di promuovere il dialogo con gli zapatisti. Tutt’oggi attiva, la commissione ha proposto nel corso degli anni varie leggi per i diritti e la rappresentanza di indigeni e contadini in Messico.

Con la Quarta Dichiarazione della Selva Lacandona del 1 gennaio 1996, si annunciò la nascita del Frente Zapatista de Liberación Nacional (FZLN) una “organizzazione civile e pacifica, indipendente e democratica, messicana e nazionale, che lotta per la democrazia, la libertà e la giustizia in Messico”. Con questa dichiarazione, l’EZLN si impegnò a mantenere attiva la sua corrente riformista, cercando di creare una piattaforma capace di portare avanti le battaglie e le istanze dell’esercito in maniera pacifica. Il Fronte non ebbe molto successo, ma seppe dare un chiaro segnale di distensione dei rapporti con il governo che, per tutta risposta, aumentò la pressione militare nella regione. Nell’ottobre ‘96, invece, venne fondato il Congreso Nacional Indígena (CNI), altra piattaforma di partecipazione civile promossa dall’EZLN. 

Il massacro di Acteal

Sul versante militare la situazione era molto tesa. L’intento del governo Zedillo (1994-2000) era di non affrontare direttamente l’EZLN, per non ritrovarsi contro una buona fetta dell’opinione pubblica. Per questo, promosse quello che viene definito un “conflitto a bassa intensità”: nessuno scontro diretto, ma continue provocazioni, controlli e pressioni nell’attesa di un crollo fisiologico. Peccato per Zedillo che il primo crollo fu il suo: il 22 dicembre 1997, 90 membri di un gruppo paramilitare chiamato Máscara Roja organizzarono un’incursione nella comunità di Acteal, nel municipio di Chenalhó, ed uccisero 45 indigeni maya tzotzil. Le vittime erano appartenenti al gruppo “Las Abejas”, che direttamente appoggiava l’EZLN. L’evento rimase famoso come il “massacro di Acteal”; il governo non ammise mai le sue colpe, e affermò che si trattava di un regolamento di conti tra famiglie della zona

Gli anni 2000: il governo di Vicente Fox e l’apice dell’EZLN

Con il giungere del nuovo millennio, cambiarono le prospettive politiche messicane. Per la prima volta da più di 70 anni, il “partito-Stato” del PRI venne sconfitto alle urne, lasciando il posto al Partido Acción Nacional (PAN) di Vicente Fox. Di orientamento conservatore e cristiano-democratico, il PAN di Fox si mostrò (sospettosamente) molto accomodante nei confronti delle istanze zapatiste, promettendo una revisione delle leggi sull’autonomia degli indigeni e sulla loro rappresentanza. Il risultato, come previsto, fu alquanto deludente.

Alla fine del 2000, venne presentata in parlamento la “legge Co.Co.Pa.” per i diritti e la cultura dei popoli indigeni, secondo quanto deciso durante gli Accordi di San Andrés dai deputati del Co.Co.Pa. stesso. Durante la discussione, però, la proposta di legge venne cambiata e snaturata dei suoi principi, per poi essere approvata nel 2002: la riforma non prevedeva il diritto all’uso collettivo delle risorse naturali, e le comunità indigene non vennero riconosciute come un “livello” specifico nella struttura federale. Per l’EZLN questo voto significò un tradimento degli Accordi di San Andrés. 

La risposta dell’EZLN

La risposta dell’ejército arrivò, dopo un lungo periodo di consultazioni, con la formazione di un governo parallelo. In tal modo, l’EZLN diede al suo popolo la possibilità di autodeterminarsi secondo logiche economiche diverse da quelle imposte da un Messico diretto verso la modernizzazione. Nel 2003 vennero istituiti i Caracoles e le Juntas de Buen Gobierno. Le prime rappresentano le “regioni” in cui venne diviso il territorio zapatista, mentre le seconde sono le strutture governative di ogni Caracol, governate secondo il motto zapatista “il popolo decide e il governo obbedisce”.

Intanto, l’EZLN si faceva conoscere sempre di più: grazie alla diffusione su Internet e ai discorsi dei portavoce – ammirati anche solo per la loro qualità oratoria – l’ideologia zapatista si andava radicando per il mondo. L’evento che segnò l’apoteosi dell’immagine del movimento avvenne nel 2001, quando migliaia di insurgentes si mossero dalle montagne del Chiapas con destinazione Città del Messico: era la Marcha del Color de la Tierra, una mobilitazione gigantesca a cui parteciparono delegazioni da tutto il mondo. Il comizio finale, tenutosi nella capitale, suggellò la figura del Subcomandante Marcos come icona dello zapatismo nel mondo. 

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Fonte: Flickr @Fermín Grodira

Il 2006: la rottura con la sinistra parlamentare

Nel frattempo, a livello nazionale, il neozapatismo civile si trovò a dover affrontare un’importante scissione. Nonostante la reticenza degli zapatisti verso il Parlamento messicano, esisteva un partito con il quale il movimento aveva stretto importanti legami: era il Partido de la Revolución Democrática (PRD), nato nel 1989 da una costola del PRI. Di stampo più radicale, il neo-partito promosse una rifondazione della sinistra messicana, la cui vecchia rappresentanza nel PRI si era persa nel corso degli anni.

Con la firma della riforma del 2002 da parte dei deputati del PRD, però, i rapporti iniziarono a incrinarsi. Fino a giungere a una rottura definitiva, quando l’ejército decise di non appoggiare la campagna del favorito alla vittoria delle elezioni del 2006, il candidato del PRD Andrés Manuel López Obrador (detto AMLO). Che fosse colpa dell’EZLN o meno, sta di fatto che il favorito non vinse, consegnando il Paese per altri 6 anni al PAN di Felipe Calderón Hinojosa, con uno scarto di meno di 250.000 voti.

La Otra Campaña e l’isolazionismo

Quindi, dal 2006 – con la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona – iniziò il periodo de La Otra Campaña, attraverso la quale gli zapatisti promossero un’unione tra le varie realtà di lotta nel territorio messicano, oltre che una maggiore apertura nei confronti di quelle classi sociali che fino a quel momento si erano sentite più escluse dalle istanze zapatiste. 

La rottura con la classe dirigente più progressista, e l’apertura verso numerose realtà internazionali, condussero l’EZLN a definire meglio la propria posizione politica. Nello specifico, l’éjercito e tutto il movimento del neozapatismo civile si definì – per la prima volta – come un movimento anti-capitalista, di sinistra, civile e pacifico che promuove un programma nazionale di lotta contro il capitalismo globale. I protagonisti diventarono gli “sfruttati”, termine che racchiudeva un ampio gruppo di persone e non più solo i contadini o gli indigeni. Nel mentre, la conferma di voler continuare a combattere contro il modello economico neoliberista condusse il movimento all’isolamento. “Siamo soli” è stato, infatti, il leitmotiv dell’ultimo discorso del Subcomandante Moisés in occasione dei festeggiamenti per i 25 anni dell’inizio dell’insurrezione. 

“Siamo soli”, nonostante l’elezione del loro “vecchio alleato” López Obrador. Una solitudine ricercata, secondo alcuni, a causa dell’incapacità del movimento di trovare una giusta congiunzione tra passato e futuro. Un futuro in cui, secondo gli zapatisti, le grandi opere promosse dal governo per portare nuova ricchezza e lavoro non sono altro che causa di sfruttamento, privatizzazione e inquinamento – opere come i progetti nell’istmo di Tehuantepec, il Treno Maya, la privatizzazione nella Selva Lacandona e le Zone Economiche Speciali. Proprio per questo, l’EZLN continua a lottare contro un governo che (anche se da sinistra) perpetua lo stesso gioco economico neoliberista contro cui, dal 1 gennaio 1994, combattono gli insurgentes.

L’EZLN oggi

Oggi, la rivolta in Chiapas ha cambiato molte delle sue caratteristiche rispetto a 25 anni fa. Da movimento rivolto a contadini e indigeni, si è trasformato in un avamposto della lotta anti-imperialista con proiezioni continentali. Le diverse istanze (economiche, sociali e ambientali) si sono legate in un connubio d’intenti, sintetizzati dal celebre motto “pensare globale e agire locale”. L’EZLN non smette di tenere impugnate le sue armi, mentre il governo continua il suo conflitto a bassa intensità. 

Nel 2018 si è risentito parlare di EZLN per la scelta – secondo molti contraddittoria – di candidare una rappresentante, l’attivista María de Jesús Patricio Martínez (detta Marichuy) alle elezioni federali. La controparte civile e riformista dell’EZLN, il CNI, ha deciso di presentarsi per dare una scossa a un movimento che si stava rintanando nei suoi stessi confini geografici, e che si è dimostrato incapace di apportare delle sostanziali novità al suo programma politico. Un modo come un altro per riportare entusiasmo nel movimento, parafrasando le parole di Marichuy. Se la corrente riformista riuscirà a prendere il sopravvento è ancora tutto da vedere, ma è certo che questa decisione non rappresenta altro che un’altra tappa di un movimento in continua evoluzione da 25 anni a oggi.

Immagine di copertina: “Subcomandante Marcos.jpg” di Ernstl – licenza: CC BY 2.0

Fonti e approfondimenti

 

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