Aborto, l’Argentina sia esempio di lotta per il mondo

“Voler essere libero, è anche volere che gli altri siano liberi” scriveva Simone de Beauvoir nel suo Per una morale dell’ambiguità. Ecco, dal 30 dicembre 2020 le donne argentine sono un po’ più libere. Libere di decidere della propria vita. Libere di abortire in un ospedale e non in un laboratorio clandestino. Se de Beauvoir fosse ancora viva, sarebbe stata nella piazza del Congresso, a Buenos Aires, accanto alle migliaia di donne argentine in attesa del verdetto del Senato: alle quattro e un quarto di notte, con 38 voti favorevoli e 29 contrari, finalmente il diritto all’aborto è diventato legge. Un attimo per realizzare che questa volta era davvero realtà; tutta la notte per festeggiare un risultato ottenuto dopo anni di lotte. 

La strada per l’aborto in Argentina

In Argentina, già dalla fine del diciannovesimo secolo, il Codice Penale del 1880 configurava l’aborto come un reato senza eccezioni. Le lotte per il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza continuarono anche dopo che, nel 1921, vennero introdotte tre fattispecie per le quali questa non era considerata punibile: in caso di rischio per la salute della donna, di donna vittima di stupro e di infermità mentale della gestante. Tuttavia, le rivendicazioni portarono alla costituzione di un movimento strutturato solo nel 2005, con la creazione della Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito (Campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito) –  i cosiddetti pañuelos verdes. Considerando quello del 2020, il movimento ha scritto nove progetti di legge in seguito approdati in Parlamento, l’ultima volta nel 2018 quando la proposta venne bocciata dal Senato. Tuttavia, questa è stata la prima volta in cui l’esecutivo si è fatto portavoce del progetto di legge e, forse, proprio questo ne ha permesso l’approvazione. Se ciò è accaduto, è soprattutto grazie alle lotte portate avanti dai pañuelos verdes e dai movimenti femministi come Ni Una Menos. Grazie ai dibattiti, all’informazione sul tema, alle piazze riempite da milioni di persone, l’opinione pubblica sul tema è lentamente cambiata e ha influenzato le scelte del governo. Secondo uno studio condotto da Ipsos, il numero di argentini che appoggiano l’aborto in determinate circostanze è passato dal 64% del 2014 al 72% del 2020, mentre il 35% della popolazione è favorevole all’aborto in qualsiasi situazione. Altri studi, come quello di novembre 2020 della CELAG, stimano che la cifra dei favorevoli in qualsiasi caso sia del 54,7%. 

Cosa prevede la legge

La legge include l’interruzione volontaria di gravidanza nelle prestazioni mediche di base, istituisce il diritto all’aborto in qualsiasi caso fino alle 14 settimane di gestazione e, oltre questo periodo, per le donne vittime di violenza o per le quali partorire comporterebbe un pericolo per la propria vita. Rispetto alla proposta avanzata dalla Campaña Nacional, però, ci sono alcune differenze. La prima è il lasso di tempo che deve intercorrere tra la richiesta di abortire e l’accesso al servizio: dieci giorni invece dei cinque previsti dal progetto di legge. La seconda è l’introduzione della possibilità di obiezione di coscienza, fortemente osteggiata dal movimento dei pañuelos verdes. La possibilità di obiezione di coscienza sarà individuale, quindi riservata ai medici, ma di fatto dipenderà anche dall’ospedale, in quanto molte strutture private sono religiose. In questi casi sarà comunque obbligatorio trasferire le donne che richiederanno l’interruzione di gravidanza in strutture pubbliche, per garantire il loro diritto.  

Chi non vuole riconoscere il diritto all’aborto volontario tende a sottostimare un fattore fondamentale: che sia legale o no, le donne abortiscono. Stando a un report di Amnesty International del 2017, in Argentina si effettuano tra i 460 mila e i 600 mila aborti clandestini all’anno. 

Trattandosi di aborti clandestini, però, non si possono conoscere con esattezza i numeri – calcolati soprattutto sulle donne che finiscono in ospedale per le complicazioni di procedure fuori dalla legge – e questo lascia pensare che in realtà siano molti di più. 

L’Argentina deve essere un esempio per il mondo

La conquista ottenuta in Argentina dopo anni di lotta deve servire da ispirazione per tutto il mondo. Nonostante negli ultimi 25 anni circa 50 Paesi abbiano legalizzato o incluso nuove motivazioni per cui si può abortire – l’Argentina e la Nuova Zelanda sono le più recenti -, la strada per garantire il pieno accesso a questo diritto è ancora lunga. In molte zone del mondo l’aborto è vietato. In molte altre è considerato un reato punibile con la prigione anche se spontaneo, come in El Salvador. Dalla mappa, che fotografa la regolamentazione dell’aborto nel mondo, appare come il 41% delle donne in età fertile viva in Paesi con norme restrittive: circa 700 milioni di donne non hanno libero accesso all’interruzione volontaria della gravidanza. Ma le leggi non fermano gli aborti, li rendono solo più pericolosi. Secondo il Guttmacher Institute, i tassi di aborto sono molto simili nei Paesi dove questo diritto è legale e in quelli che invece lo escludono. Anzi, dal 1990 al 2014 i tassi di abortività nei Paesi in via di sviluppo sono rimasti invariati (da 39 a 37 aborti ogni 1000 donne in età fertile all’anno), mentre nel resto del mondo il numero è sceso: da 46 a 27 aborti ogni 1000 donne in età fertile all’anno. Lo studio evidenzia come i divieti o le leggi restrittive non costituiscano affatto un deterrente, né comportino una riduzione dei tassi di abortività volontaria, causando invece il ricorso a pratiche clandestine, non sicure, che costituiscono un grave rischio per la salute delle donne.

Secondo l’OMS, ogni anno tra il 4,7% e il 13,2% dei decessi da cause ostetriche è da attribuire ad aborti non sicuri. In Africa e in America latina tre aborti su quattro sono non sicuri. La differenza tra le aree del mondo è evidente: nei Paesi in via di sviluppo muoiono 220 donne ogni 100.000 aborti non sicuri; nel resto del mondo il numero scende a 30 ogni 100.000 aborti non sicuri. Nell’Africa subsahariana il numero è di 520 morti ogni 100.000 aborti non sicuri. Anche quando non si muore, il rischio è alto: circa il 40% degli aborti non sicuri può portare a complicazioni. 

Gli aborti non sicuri avvengono anche dove il diritto dovrebbe essere garantito e invece non lo è. Perché se vicino a casa non ci sono ospedali in cui abortire, o se in quegli ospedali tutti i medici sono obiettori, le donne sono costrette ad andare da un’altra parte. E questo non sempre è possibile: per ragioni economiche o perché le lunghe liste d’attesa fanno superare il termine entro il quale l’aborto è legale. 

Non possiamo più permettere che tutto ciò accada. Il diritto all’aborto deve essere pienamente riconosciuto in tutto il mondo. Dove il diritto all’aborto esiste, dobbiamo essere vigili affinché questo venga garantito a tutte le donne. Non possiamo più aspettare.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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