Ricordare il generale Soleimani: la prova di forza dei proxies iraniani

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@Fars Fotógrafos - Wikimedia Commons - CC BY 4.0

Il 3 gennaio è stato il secondo anniversario dell’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani, il capo delle Forze Quds, ramo dei Guardiani della Rivoluzione che si occupa delle operazioni all’estero, e di Abu Mahdi al-Muhandis, comandante della milizia sciita irachena filo-iraniana Kata’ib Hezbollah. Entrambi sono stati uccisi da un drone statunitense il 3 gennaio 2020 all’aeroporto internazionale di Baghdad. Nel 2021, la commemorazione dei due “martiri” di Teheran fu incentrata su manifestazioni organizzate dai proxies iraniani in diversi scenari mediorientali: in Libano, in Iraq e in Siria. Quest’anno, invece, l’anniversario è stato una vera e propria prova di forza che ha colpito gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali, soprattutto Arabia Saudita e Israele.

Teheran tra il ricordo dei martiri, la politica irachena, i colloqui sul nucleare e le minacce di Israele

Le ragioni che hanno portato a utilizzare i gruppi armati sostenuti dall’Iran per colpire gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali non dipendono unicamente dalla necessità simbolica di ricordare due tra i più influenti e decisivi generali fedeli a Teheran. Negli ultimi mesi, diversi eventi hanno messo a dura prova la diplomazia e la tenuta militare iraniana.

Con la ripresa dei colloqui del JCPOA (Joint comprehensive plan of action), il 29 novembre 2021 a Vienna, le preoccupazioni di Tel Aviv e Riad riguardo al programma nucleare di Teheran, sospettata di voler sviluppare armi atomiche, sono tornate a dettare le reciproche agende di politica estera. Se da una parte Riad è stata parzialmente diplomatica nell’attirare l’attenzione di alleati e della comunità internazionale sui rischi legati al programma nucleare iraniano; dall’altra parte, Tel Aviv ha minacciato operazioni militari. Secondo lo stesso premier israeliano, Naftali Bennett, lo Stato ebraico ha avviato un programma di riarmo che si distingue, rispetto agli anni passati, per quantità e qualità, ma soprattutto con un obiettivo dichiarato: le centrali nucleari e i centri di ricerca iraniani. «Qualsiasi sia il risultato delle trattative di Vienna, Israele non è vincolato all’accordo e, di conseguenza, si considererà libero di agire come meglio crede al fine di proteggere i propri confini», parole che lasciano pochi dubbi sulle intenzioni di Tel Aviv.

Contemporaneamente, l’Iraq, un Paese in cui la Repubblica islamica iraniana è tanto presente quanto influente, si trova in una fase delicata della sua storia: il Quadro di coordinamento sciita – la piattaforma politica che riunisce le fazioni sciite filo-iraniane – è uscito sconfitto dalle urne del 10 ottobre e, allo stato attuale delle cose, non rientra nel blocco di maggioranza, guidato dal Movimento sadrista, anch’esso sciita ma nazionalista, che continua a rifiutare un’alleanza intra-sciita di larghe intese con partiti che reputa responsabili delle eccessive ingerenze iraniane negli affari interni del Paese. Inoltre, Baghdad sta da mesi provando a liberarsi dal giogo della dipendenza energetica dal vicino iraniano, riavvicinandosi sempre di più a Giordania ed Egitto, Paesi in grado di soddisfare il fabbisogno energetico dell’Iraq, diminuendo la presa di Teheran su un Paese fondamentale nelle sue politiche regionali.

Infine, l’andamento del conflitto in Yemen sta mostrando i limiti delle milizie armate degli Houthi. Le offensive del gruppo filo-iraniano, dopo mesi di combattimenti, si stanno arenando: l’assedio posto alla città di Marib, importante centro petrolifero del Paese, sta per venire spezzato. Addirittura, secondo il ministro della Difesa del governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen, Muhammad Ali al-Maqdashi, le truppe Houthi saranno messe in fuga in poche settimane se non giorni. Contemporaneamente, il legittimo (agli occhi della comunità internazionale) governo yemenita ha dichiarato di aver completato la liberazione del governatorato di Shabwa, nel sud del Paese. Considerato anche il dominio dello spazio aereo della coalizione militare a guida saudita che dal 2015 sostiene il governo yemenita opposto agli Houthi, i prossimi mesi potrebbero essere caratterizzati da pesanti perdite per il proxy iraniano. Nel peggiore degli scenari possibili, Teheran perderebbe terreno sia in Iraq sia in Yemen, e rischierebbe uno scontro aperto con Israele.

Teheran non ci sta: la risposta a Tel Aviv 

La risposta iraniana a Israele si è articolata su due piani. Uno puramente militare, l’altro mediatico e propagandistico. Nel primo caso, dal 19 al 24 dicembre 2021, si è svolta “Grande Profeta 17”, un’esercitazione militare su larga scala effettuata dalle forze armate iraniane, durante la quale sono state simulate situazioni militari marittime e terrestri nel Golfo persico e nelle regioni costiere della Repubblica islamica. Secondo diversi analisti specializzati in materia di difesa, le ambientazioni proposte richiamano eventuali scenari che scaturirebbero da un’operazione militare iraniana diretta a colpire il Centro di ricerca nucleare Negev di Dimona, città nella regione sud di Israele, verso il Mar Rosso, sospettato di ospitare le armi nucleari di Tel Aviv. Infatti, gli scenari simulati dall’esercito iraniano hanno visto le truppe di Teheran effettuare operazioni di sbarco, di combattimento nel deserto e d’assalto tramite paracadutisti ed elicotteri. Inoltre, Hossein Salami, il generale che ha comandato l’esercitazione, ha dichiarato che l’Iran è pronto «a spezzare i polsi dei suoi nemici non appena azzardino una mossa», un non troppo velato riferimento alle dichiarazioni guerrafondaie di Israele. 

Nel secondo caso, invece, in concomitanza con l’anniversario dell’assassinio di Soleimani e di al-Muhandis, la risposta iraniana a Tel Aviv è arrivata in ambito mediatico e propagandistico. Il 3 gennaio, infatti, il sito web del quotidiano israeliano “The Jerusalem Post” è stato hackerato da sospetti agenti di Teheran. L’attacco informatico si è concretizzato con la pubblicazione di un’immagine raffigurante il Centro di ricerca nucleare Negev di Dimona distrutto da un missile lanciato dall’iconico anello del defunto Soleimani. Una minaccia allo Stato ebraico completata dalla scritta, in inglese e in ebraico: «Siamo vicini a voi, dove non immaginate». Fatto importante da notare è che la stessa immagine era stata usata come locandina di lancio dell’esercitazione militare “Grande Profeta 17”. Alle minacce di Israele di intervenire direttamente sul programma nucleare iraniano per mano militare, Teheran ha risposto allo stesso modo, palesando il proprio stato di preparazione per un eventuale conflitto.

“La vendetta dei martiri”: gli attacchi delle milizie irachene filo-iraniane alle basi della coalizione a guida Usa

Tra i più delicati teatri mediorientali in cui l’Iran è coinvolto c’è sicuramente l’Iraq. Si tratta tra l’altro, del Paese in cui Soleimani e al-Muhandis sono stati uccisi. Di conseguenza è lo Stato più simbolico in cui celebrare la memoria dei due generali. Il 3 gennaio, le truppe della coalizione anti Stati-islamico a guida statunitense hanno intercettato e abbattuto due droni dotati di carica esplosiva diretti verso la base militare “Victory”, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad. Entrambi i velivoli recavano sul fianco la scritta: «La vendetta dei Martiri», riferendosi a Soleimani e al-Muhandis. Il giorno dopo, altri due droni sono stati intercettati dai sistemi di difesa aerea della base militare di Ain al Asad, nel governatorato occidentale dell’Anbar. Nei giorni seguenti, gli attacchi si sono intensificati. Oltre al lancio di droni e razzi contro le basi che ospitano militari occidentali, i proxies iraniani in Iraq hanno colpito i convogli della coalizione con ordigni esplosivi in tutto il Paese. Pur non causando vittime, il messaggio degli attacchi è chiaro e dimostra la capacità di colpire e alzare il livello di tensione dell’Iran e dei suoi alleati. Contemporaneamente, in maniera sicuramente più pacifica ma non meno simbolica, le strade di Baghdad e delle principali città irachene si sono riempite di manifestanti sciiti intonanti slogan contro gli Stati Uniti. 

La prova di forza in Iraq avviene in un momento delicato per il processo politico del Paese e per il futuro dell’influenza iraniana su Baghdad. In questi giorni, il nuovo Parlamento iracheno si è riunito per la prima volta. Nel prossimo mese verranno eletti il presidente della Repubblica, per tradizione curdo, e il Primo ministro, per tradizione sciita. Quest’ultimo, però, proverrà probabilmente dalle fila del Movimento sadrista, partito avverso sia alle ingerenze iraniane sia a quelle statunitensi, che ha formato il blocco maggioritario del parlamento senza includere gran parte dei partiti filo-iraniani. La possibilità che i proxies iraniani rimangano fuori dal prossimo esecutivo iracheno preoccupa non poco Teheran. La Repubblica islamica, di fatto, sta facendo di tutto nella speranza di creare un’alleanza intra-sciita in Iraq, provando a trovare un punto di incontro tra Quadro di coordinamento e Movimento sadrista. Al momento, lo scontro è legato alla figura dell’ex premier Nuri al-Maliki, uomo di Teheran considerato dai sadristi corrotto ed eccessivamente controllabile dall’Iran. Nonostante un conflitto in Iraq non converrebbe a nessuno, organizzare manifestazioni e attacchi contro gli Stati Uniti dimostra la persistente presenza della Repubblica islamica, oltre a mostrare ai propri rivali iracheni e regionali che tagliare fuori dal potere decisionale i suoi alleati potrebbe portare conseguenze disastrose per sicurezza e stabilità.

Il caso della nave “Rawabi” in Yemen: gli Houthi possono colpire ovunque

Infine, nello scenario yemenita, che si sta complicando di settimana in settimana, la milizia filo-iraniana di Ansar Allah (i cui militanti sono noti come Houthi) ha dimostrato di poter colpire i nemici suoi e di Teheran, anche dove quest’ultimi non se lo aspettano. Alle ore 23:57 del 2 gennaio, al largo del governatorato yemenita di Hodeidah, la nave battente bandiera emiratina “Rawabi” è stata dirottata mentre si trovava in viaggio verso l’isola di Socotra. Mentre i Paesi membri della coalizione a guida saudita denunciavano l’accaduto, assicurando che sulla nave si trovava materiale medico, gli Houthi hanno pubblicato sui propri account social video e foto che documentano la presenza di materiale bellico a bordo della nave. Successivamente, Yahya Saree, il portavoce della milizia sciita, ha dichiarato che l’azione del movimento era legittima, dal momento che la nave emiratina «si trovava senza permesso nella acque territoriali yemenite», dopo essere stata osservata «per mesi mentre conduceva attività ostili a largo delle coste del Paese». Domenica 2 gennaio, invece, la Marina britannica aveva denunciato un attacco subìto da una nave commerciale nel porto di Ras Isa, sul Mar Rosso, accusando gli Houthi di aver condotto l’attacco. Il doppio attacco in mare rappresenta una notizia di elevata portata dal momento che l’ultima azione simile era stata eseguita dagli Houthi nel 2019. 

Un attacco che rappresenta una sorta di novità quindi, ma che dimostra all’Arabia Saudita e ai suoi alleati impegnati nel conflitto che gli Houthi e l’Iran sono disposti a cambiare tattica, allargando il conflitto alle rotte marittime, da anni sotto il controllo della coalizione. Infatti, aver quasi spezzato l’assedio alla città di Marib e aver liberato il governatorato di Shabwa, per quanto sconfitte dure, non rappresentano determinanti passi in avanti per i sostenitori del governo di Aden.

 

Fonti e approfondimenti

Agenzia Nova, “Medio Oriente: tre attentati in 48 ore riportano l’Iraq al centro delle tensioni regionali”, 05 gennaio 2022.

Agenzia Nova, “Medio Oriente: alta tensione dopo sequestro nave emiratina da parte degli Houthi in Yemen”, 04 gennaio 2022.

Carnelos M., “Qassem Soleimani’s assassination has backfired on the US and Israel”, Middle East Eye, 03 gennaio 2022.

Hashem A., “Attacks on US in Iraq meant to send ‘harsh’ message — without spilling blood”, al Monitor, 06 gennaio 2022.

Middle East Eye, “Yemen: Who are the UAE-backed Giants Brigades?”, 12 gennaio 2022.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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