Un veto spietato. Amnesty International ha definito così la mano alzata di Robert Wood, il diplomatico statunitense che, in sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha deciso di bloccare la risoluzione sul cessate il fuoco a Gaza, nell’ambito del conflitto israelo-palestinese.
Il veto di Washington è stato interpretato da più voci come l’ennesimo gesto di complicità nei confronti dell’alleato mediorientale. Anche a fronte dei crimini di guerra condannati dall’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, gli Stati Uniti hanno deciso di rinsaldare i rapporti con Israele. Rapporti che si fondano soprattutto su calcoli di potere.
Le origini dei rapporti tra Stati Uniti e Israele
Oggi siamo abituati a considerare Stati Uniti e Israele come stretti alleati, come ribadito dal Segretario di Stato Antony Blinken pochi giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre: “Finché l’America esisterà, saremo sempre al fianco di Israele”. Tuttavia, il supporto statunitense non è sempre stato così incondizionato e multidimensionale come oggi.
Per comprendere come si è arrivati alla situazione attuale, infatti, è fondamentale dare uno sguardo alla situazione geopolitica in cui si inserisce il grande salto nell’arena globale dello Stato di Israele, ovvero il suo riconoscimento ufficiale.
La prima potenza a compiere questo atto sono proprio gli USA, seguiti a breve distanza dall’URSS. Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, il mondo è diviso sotto queste due bandiere e anche il Medio Oriente viene presto incluso in questo più ampio confronto su più dimensioni, poiché a un tempo culturale, politico e militare.
Dalla fine della Prima guerra mondiale, i territori palestinesi erano sotto il mandato della Gran Bretagna: prima del riconoscimento di Israele, qui si combatteva già un aspro conflitto, che vedeva contrapposti coloni e indigeni. In uno scenario sempre più pericoloso anche per l’incolumità dei suoi uomini sul terreno, la scelta britannica nel febbraio 1947 fu quella di demandare una soluzione alle Nazioni Unite.
Potenza egemone nell’area, la Gran Bretagna si trovava in un evidente stato di declino a livello globale in quanto uscita dalla Seconda guerra mondiale notevolmente indebolita. A livello economico e militare, non aveva più risorse né capacità per gestire tutti i territori posti più o meno direttamente sotto il suo controllo. Il venire meno dell’impero britannico aprì a un vuoto di potere che sarebbe stato presto riempito dalle altre potenze.
I rapporti tra Stati Uniti e Israele nella Guerra fredda
Quando il ministro degli Esteri Ernest Bevin annuncia il prossimo ritiro della Gran Bretagna, alla guida degli Stati Uniti c’è Harry Truman.
Dopo la fine della guerra, la discussione sull’ipotesi di uno Stato ebraico è sui tavoli della Casa Bianca. Il presidente è preoccupato su più fronti: dall’instabilità che può avvolgere la regione mediorientale fino al consenso politico negli Stati Uniti, dove il supporto a Israele è deciso e nel 1948 sono in programma le elezioni. Questi calcoli portano Truman a riconoscere lo Stato ebraico, inaugurando così i rapporti tra i due Stati.
Grazie al sostegno degli USA, molte nazioni stringono relazioni diplomatiche con Israele e quest’ultimo viene ammesso alle Nazioni Unite, nel 1949, ottenendo una forte legittimazione sullo scenario internazionale. In questo momento la dirigenza sionista spera di contare su una cooperazione con le due superpotenze mondiali, ma la situazione cambia quando, con l’ascesa al potere di Nasser in Egitto, l’URSS sposta il suo baricentro verso una politica filo-araba. A quel punto, Israele punta sull’Occidente e viceversa.
Per Israele il supporto degli Stati Uniti è fondamentale, oltre che sul piano diplomatico, anche sul piano economico, in quanto il programma di aiuti contribuisce a promuovere la stabilità di una comunità che cresce, nei numeri e nella complessità del tessuto sociale, e lo sviluppo e di un sistema economico industriale e insieme fortemente militarizzato, dove ad essere destinato all’industria bellica è sempre almeno il 30% del Pil.
La svolta bellicista nei rapporti tra Stati Uniti e Israele
Gli Stati Uniti sono quindi disposti a fornire il proprio contributo sul piano diplomatico ed economico. L’ambito militare in un primo momento è escluso dalle trattative. Basti pensare che il segretario di Stato Dean Rusk scriveva nel 1962 che “creare un’alleanza militare con Israele distruggerebbe il delicato equilibrio” costruito in Medio Oriente. Tuttavia, col tempo gli USA sono diventati il primo garante militare dello Stato ebraico. Come è successo?
Fino agli anni Sessanta, sono Francia e Repubblica federale tedesca i principali fornitori di mezzi e assistenza militari a Israele. La guerra dei sei giorni del 1967, però, è un momento importante nel cambiare questo scenariocontribuendo a convincere gli Stati Uniti che la superiorità militare israeliana sia funzionale anche ai loro interessi strategici.
Il 1967 è un anno spartiacque perché Israele sconfigge sul campo di battaglia Giordania, Siria ed Egitto, in quel momento alleati dell’Unione Sovietica. È qui che la strategia statunitense comincia a cambiare, in quanto la Casa Bianca si convince progressivamente che il potenziale militare dello Stato ebraico è un elemento decisivo nel mantenimento dello status quo.

Aiuti degli Stati Uniti a Israele dal 1951 al 2022 in dollari statunitensi (aggiustati all’inflazione). Fonte: US Agency for International Development
La preoccupazione principale della politica estera statunitense nei confronti di Israele diventa a questo punto la possibilità di mantenere una capacità di deterrenza e di azione rispetto a eventuali sviluppi negativi a livello regionale e non solo. Per questa ragione, lo Stato israeliano riceve, fino al 2022, 225,2 miliardi di dollari in aiuti militari statunitensi, con un picco negli anni Settanta, dopo che l’invulnerabilità di Israele viene apertamente sfidata e scalfita dai Paesi arabi nel conflitto dello Yom Kippur. Un’eventualità che, per i due alleati, è meglio che non si ripresenti.
Il campo di forze intorno a Stati Uniti e Israele
A seguito della seconda guerra mondiale, la politica estera degli Stati Uniti si è sempre basata sul contenere il potere e l’influenza dei nemici sullo scacchiere internazionale. Questo ha significato fare ricorso a una pluralità di strumenti per contrastare l’emergere di attori capaci di mettere in discussione gli interessi statunitensi. In Medio Oriente, allungando le mani sui giacimenti di petrolio oppure insediando le rotte marittime che li circondano.
L’esempio più paradigmatico dei toni brutali che ha assunto questa impostazione è forse la decisione presa dall’amministrazione Reagan nel corso della guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), dove il conflitto tra due Paesi ostili agli USA e Israele viene fortemente alimentato – tacendo sull’uso di armi chimiche irachene da un lato e garantendo rifornimenti militari all’Iran dall’altro, anche grazie alla mediazione di Israele – al fine di indebolire entrambi. Il contenimento, in ogni caso, è sempre stato un imperativo anche dalla singola prospettiva di Israele. Il programma nucleare israeliano è un altro tassello imprescindibile per comprendere la biunivocità del rapporto.
Il nucleare nei rapporti tra Stati Uniti e Israele
Un tempo come oggi, i dispositivi nucleari sono tra i principali strumenti di potere e deterrenza nelle relazioni internazionali. Lo Stato ebraico comincia a investire in questa direzione: nel 1960, quando la notizia giunge alla Casa Bianca, essa viene accolta con profondo timore, dato il rischio della proliferazione.
Qualche anno più tardi, però, il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Henry Kissinger, si convince che se Israele avesse mantenuto segreto il programma, non si sarebbero verificate scosse inattese nello scenario internazionale. Arriva a pensarlo anche il presidente, Richard Nixon. I rapporti tra Stati Uniti e Israele compiono così un nuovo passo. Gli Usa avrebbero accettato lo status nucleare di Israele fintantoché questo non lo avesse riconosciuto pubblicamente.
La conoscenza delle armi nucleari israeliane ormai è diffusa. Tuttavia, Israele mantiene ancora la propria ambiguità strategica. Evitando di uscire allo scoperto nonché rifiutando di aderire al più importante strumento giuridico su questo fronte. Ovvero il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.
La potenza di fuoco tra Stati Uniti e Israele
I rifornimenti statunitensi e l’avanzare del programma nucleare hanno reso Israele una delle più forti potenze militari al mondo, nonché uno dei volti della strategia statunitense in Medio Oriente. Dopo la fine della Guerra fredda, lo Stato ebraico ha continuato difatti a giocare un ruolo dirimente nel difendere uno status quo favorevole agli alleati, per esempio portando avanti quella che è stata definita una guerra ombra contro il regime di Teheran.
Questo non significa, tuttavia, che tutte le azioni intraprese dalla leadership sionista vadano sempre nella direzione auspicata oltre Atlantico. Anche nell’ultimo periodo, non sono mancate dichiarazioni critiche da parte dell’amministrazione Biden. Preoccupata che l’escalation del conflitto in atto a Gaza e in Cisgiordania possa portare a un’ulteriore ebollizione delle tensioni locali e regionali. Generando degli effetti a cascata contrari agli interessi e ai regimi partner di Washington.
In proposito, è importante considerare due fattori. Da una parte, dopo che con gli interventi in Afghanistan e in Iraq le perdite statunitensi nella regione hanno registrato un picco, le amministrazioni successive hanno optato per allentare gradualmente un impegno non più sostenibile e sempre più avverso all’opinione pubblica. Dall’altra, la regione mediorientale non è più in cima alla lista delle priorità per Washington, che negli ultimi due anni ha oltretutto deciso di investire ingenti risorse militari in un teatro “secondario”, quello Ucraino.
Per questo, uno dei punti fermi della strategia a stelle e strisce di questi anni è stata pertanto quella di affidarsi, sempre di più ai principali alleati nell’area, favorendo al contempo un processo di avvicinamento diplomatico tra gli stessi. Un processo spesso denominato “normalizzazione”.
Dietro le armi, oltre il diritto
Nei confronti degli Stati più attraenti e potenti della regione, nel tempo gli USA hanno effettuato più di uno sforzo diplomatico. Viceversa, per placare il conflitto più identitario dell’alleato, essi non hanno mai voluto spingere per una soluzione condivisa. Allestendo un fallimento dopo l’altro. Un basso profilo per un’enorme influenza: un paradosso catastrofico.
La foto con la mano alzata di Robert Wood simboleggia perfettamente questa storica complicità degli Stati Uniti verso l’alleato israeliano. Di fronte alle violazioni sistematiche, la Casa Bianca ha bloccato più di 50 risoluzioni dell’ONU, contribuendo a legittimare il regime di apartheid e la pulizia etnica del popolo palestinese ad opera dello Stato ebraico.
Forte del potente supporto, Israele si trova oggi in un sostanziale stato di impunità. Uno stato di cui gli USA, e i loro armamenti, non sono altro che banali corresponsabili.
Fonti e approfondimenti
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