Mosul, Sinjar e l’Iraq da ricostruire

Le forze di sicurezza stanno avanzando verso di voi, l’ora della salvezza è arrivata e il nemico sta perdendo una dopo l’altra le sue posizioni. La loro fine è vicina. Venite verso i vostri fratelli, verso le vostre forze armate che si prenderanno cura di voi.”

Con questo messaggio ai civili, propagato nelle strade tramite altoparlanti, le forze di sicurezza hanno iniziato l’offensiva finale contro i circa 500 jihadisti ancora arroccati nella città vecchia di Mosul.

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Il fiume Tigri attraversa Mosul

Situata sulla sponda ovest del fiume Tigri, questa zona accoglie la grande moschea di Al-Nuri dalla quale nel 2014 Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la nascita del califfato. Mosul, per ora, è la seconda capitale dello Stato Islamico dopo Raqqa in Siria. Il controllo della città e della zona circostante è vitale per chiunque nella regione: sottraendo il controllo a ISIS questo ha perso molto in termini economici, strategici e simbolici, tuttavia anche le eterogenee forze assedianti hanno diversi piani per la città corrispondenti a diversi e confliggenti interessi.

La città è infatti la seconda città per popolazione dell’ Iraq, si trova nel nord del paese e rappresenta la porta d’accesso alla Siria e alla Turchia, inoltre è confinante con il Kurdistan iracheno. Oltre ad essere un’importante zona di estrazione e di transito petrolifero, Mosul è attraversata dal fiume Tigri che fornisce acqua in una zona altrimenti desertica, permettendo sia lo sviluppo di attività agricole che di centrali idroelettriche grazie alle dighe.

A inizio offensiva avevamo fornito un quadro generale sui vari aspetti dell’operazione, gli interessi e le potenze in gioco nella riconquista della città. Insieme a ciò abbiamo anche parlato dell’impatto sulla vita delle popolazioni civili, una vera e propria emergenza umanitaria è scoppiata insieme alle operazioni belliche.

Con l’inizio delle operazioni le due parti della città (sponda est e ovest del Tigri) hanno vissuto sorti diverse. La parte orientale, infatti, è stata più facile da riconquistare. Liberata nel 2017 questa metà di Mosul accoglieva la parte della cittadinanza meno leale all’occupazione Jihadista. Anche la conformazione urbanistica più moderna rispetto alla città vecchia ha reso più facile il compito alle forze armate. Una volta liberata dai miliziani questa zona ha iniziato e continua oggi a tornare alla normalità con il ritorno di civili la riapertura delle scuole e delle attività quotidiane che lentamente stanno ricostituendosi.

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Più difficile la situazione al di là del fiume, dove la necessità di supporto aereo ha causato maggiori distruzioni e perdite di civili, questi sono usati come scudo umano dai pochi jihadisti rimasti in città. Decimati dall’inizio dell’offensiva, questi hanno cominciato a fuggire mescolandosi nella moltitudine di sfollati. Al momento la presenza jihadista è costituita principalmente da foreign fighters. La fuga di jihadisti iracheni, infatti, è stata più difficile da smascherare, mentre i combattenti tajiki, oiguri, caucasici ecc… verrebbero subito individuati dai controlli che le forze di sicurezza compiono su tutti gli sfollati. Il timore di infiltrazioni jihadiste fra questi è stato infatti da subito confermato.

Le forze in gioco e i rischi del post-califfato

Nelle zone riconquistate della città un primario ruolo di mantenimento della sicurezza è svolto da “Hashd Sha’abi” (Mobilitazione Popolare) un gruppo di milizie sciite.

Tale ruolo tuttavia è svolto con maggiore efficenza dalla polizia della provincia di Ninive formata da agenti locali e dispiegata capillarmente lungo le strade dei quartieri liberati. Tali reparti di polizia hanno un ruolo importante nella ricerca di cellule dormienti dell’ISIS, 45 persone sono state arrestate nel mese di maggio. Allo stesso tempo questo compito è assolto anche dall’ Apparato di Sicurezza Nazionale direttamente dipendente dal governo. La condivisione di identici obbiettivi nella città da parte di due forze antiterrorismo è rallentata da un coordinamento assente tra le due forze.

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Un membro delle milizie sciite di mobilitazione popolare

Più ci si avvicina al fiume più è massiccia la presenza dell’esercito iracheno. La 16° divisione è impegnata a mantenere stabile e a far avanzare la linea di occupazione della città. Oltre a ciò l’esercito si occupa di filtrare e controllare il flusso di sfollati dalle parti non controllate della città.

Affianco alle forze regolari sono schierati anche gruppi paramilitari non sempre trasparenti e con un ruolo ambiguo nei confronti del governo. Le guardie di Ninive, ad esempio, sono un corpo paramilitare che fa riferimento a Atheel al-Nujaifi, ex governatore della provincia. Queste sono addestrate e coordinate da ufficiali turchi che il governo di Baghdad ha dichiarato illegalmente presenti nel paese.

Le problematiche non si fermano solamente a la mancanza di coordinazione tra reparti di polizia, esercito regolare e truppe paramilitari. Tutti questi soggetti sono guidati da comandanti ed ufficiali fortemente politicizzati che rispondono a diversi centri di potere e di interessi politici. Se non si ricostruirà anche un futuro politico la città sarà presto in mano alla criminalità organizzata locale. Combattere la corruzione è dunque uno dei primi passi da compiere dopo aver combattuto lo Stato Islamico. Senza una lotta decisa contro il malgoverno del territorio, contro la corruzione e la criminalità organizzata Mosul potrebbe passare in poco tempo dalla padella alla brace.

Uno sguardo oltre Mosul

Mosul non è l’unico territorio ad essere stato liberato e non è neanche l’unico luogo dell’ormai ex califfato a mostrare chiaramente quanto siano numerosi gli interessi su dei territori circoscritti.

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Sinjar e l’omonimo monte a confine con la Siria

A ovest di Mosul sorge Sinjar, capoluogo dell’omonima provincia confinante con la Siria. Anche se il territorio della provincia non è ricco di risorse naturali o di popolazione uno dei più contestati lembi di terra del Medioriente.
Il Kurdistan e il governo iracheno reclamano entrambi il territorio, ma contemporaneamente in loco si fronteggiano i sopra citati Hashd Sha’abi, diverse milizie curde e i militanti del califfato in fuga da Mosul. Per concludere la Turchia bombarda periodicamente l’area.

Il conflitto sulla provincia, oltre che per la posizione strategica, è aggravato dal fatto che  molti gruppi vogliono assicurarsi i seggi al parlamento nazionale che spettano al Sinjar. Sotto questo punto di vista si stanno contrapponendo da un lato il PKK e il partito Yazida PADY, dall’altro il partito del governo regionale curdo iracheno KDP. Questo oltre a contendersi direttamente il territorio con i curdi del PKK sta entrando in rotta di collisione con le milizie sciite che non sono benvenute dai curdi in un territorio che questi intendevano liberare da soli.
La Turchia, restia a vedere rafforzate le posizioni del PKK in una zona strategica ha deciso di dare inizio a bombardamenti a tappeto su aree vitali per i curdi.

Si è aperto dunque un momento in cui lo Stato Islamico inizia a non rappresentare più una minaccia ma un territorio da conquistare, un tesoro geopolitico per gli stati coinvolti direttamente o indirettamente nel conflitto. Mosul così come il Sinjar e così come molti altri territori hanno bisogno di essere stabilizzati, ma la coesistenza di troppi interessi su un territorio circoscritto rende attualmente impossibile la ricostruzione, la pacificazione e la stabilizzazione. Ma è bene ricordare che senza uno sforzo per stabilizzare un Sinjar o una Mosul non si stabilizzeranno mai l’Iraq, la Siria e la regione.

Fonti e approfondimenti:

http://www.aymennjawad.org/19972/journeys-to-mosul

https://www.foreignaffairs.com/articles/iraq/2017-04-10/land-grabs-iraq

https://www.foreignaffairs.com/articles/middle-east/2017-06-05/struggle-over-sinjar

 

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