Spiegami le Elezioni: intervista a Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo.

Con la collaborazione di Sara Bianchi

Le elezioni si avvicinano e, per poter comprendere al meglio le posizioni dei diversi gruppi politici riguardo alcune tematiche fondamentali, siamo andati a parlare con Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo e attivista del centro sociale napoletano Ex OPG-Je so Pazzo.

Iniziamo dal principio: come e da quale necessità nasce Potere al Popolo e perché, il 4 marzo, gli elettori dovrebbero scegliere di votarvi? 

Inizialmente avevamo seguito la questione del Brancaccio (iniziativa creata per radunare vari attori politici lontani dal Pd ndr), anche se da lontano, vista la nostra distanza dalla politica della rappresentanza. Nonostante ciò abbiamo comunque deciso di partecipare all’assemblea del 18 giugno, per capire cosa stesse succedendo. Ci siamo sin da subito resi conto che la situazione non corrispondeva a quella attesa. A quel punto abbiamo deciso di agire, con una contestazione improvvisata, e di andarcene, per continuare a seguire il tutto da lontano.

I dubbi furono confermati quando a inizio novembre, uno dei promotori, in modo molto corretto a dire il vero, comunicò come non avesse più senso continuare quel percorso, poiché le scelte erano già state prese altrove (Mdp, Sinistra italiana e Possibile avevano scelto di creare Liberi e Uguali ndr). Quando ci è stato comunicato, nel corso di una riunione, ci siamo resi conto che l’unica sinistra italiana rimasta era D’Alema. Abbiamo discusso a lungo sul da farsi. Siamo, quindi, arrivati alla conclusione di prenderci la responsabilità di lanciare l’Assemblea del 18 novembre a Roma, al fine di tentare seriamente di ricostruire la sinistra radicale italiana.
Da qui è partito il nostro progetto. Abbiamo creato assemblee in più di 150 città in un mese e mezzo e, a partire da queste, abbiamo sviluppato un programma minimo di 5 punti su cui ragionare che, poi, si è ampliato fino ad arrivare ai 15 punti attuali. A metà dicembre si è tenuta un’Assemblea Nazionale all’Ambra Jovinelli. Abbiamo riscontrato una risposta più che positiva alla nostra intenzione di mettere in pratica e ripensare le modalità per sviluppare un nuovo modo di fare politica. Da allora, le assemblee hanno scelto i candidati per i vari territori.

Criteri di Candidabilità-2

Principalmente ti direi che uno può credere o non credere nelle nostre lotte, ma nel mezzo c’è il fine. Noi costruiamo tutto dal basso, dalle assemblee territoriali, e pensiamo che sia più importante far candidare chi può agire concretamente sul territorio. Per esempio, io sono la portavoce, non una candidata, poiché dovendo fare altro non potrò essere presente sul territorio. Vogliamo effettuare una assoluta rottura con ciò che c’è stato prima, non ci interessa di far venir fuori il leader. Chi di noi entrerà in Parlamento dovrà fare ciò che le assemblee diranno, chi avrà l’occasione di essere eletto andrà a dire ciò che noi diciamo ogni giorno nelle strade e nelle piazze, ma al livello più alto. Dobbiamo fare assolutamente qualcosa e, anche se questo può non sembrare molto, è già un bel passo. Anche perché l’attuale situazione italiana è drammatica.

Andiamo al vostro programma. Al centro c’è l’idea di riformare il mondo del lavoro ma, al contrario di alcuni, non ritenete la flessibilità un aspetto sul quale puntare. 

Le cose vanno bene o male a seconda del fatto che funzionino o meno. Alla flessibilità nel mondo del lavoro abbiamo già dato parecchi anni di fiducia. Gli accordi di Bologna sono del 1994 e non mi sembra che la flessibilità, in termini di sostenibilità lavorativa, abbia funzionato. Si vive peggio: le statistiche sul divario tra ricchi e poveri in Italia lo confermano. Ad oggi non funzionano più i meccanismi che regolano la rete sociale, assistiamo a una disgregazione sociale fortissima e a un livello altissimo di depressione e smarrimento delle persone; soprattutto chi, come quelli della mia generazione, ha più di tutti risentito della crisi. Per noi il contratto a tempo determinato deve essere cancellato, in quanto il lavoro è ciò che ti consente di vivere e di programmare la tua vita. Abbiamo assistito, negli ultimi anni, alla distruzione del campo del lavoro e del welfare state. I soldi per risolvere questa situazione ci sono,  basta prenderli a chi li ha.

Il fenomeno migratorio è un dato di fatto con il quale è necessario confrontarsi.  Come pensate di gestirlo da qui ai prossimi anni? 

Vorrei parlare di questo tema partendo dal discorso razzista e da come si sviluppa. Un tipo di discorso molto pericoloso, perché fomenta l’odio e crea divisioni difficilmente gestibili dal punto di vista sociale: butta benzina sul fuoco in una situazione già critica. E’ come se la gente debba trovare da qualche parte qualcuno con cui prendersela e venga, quindi, indirizzata verso chi sta peggio. Al momento in Italia vi è una politica di accoglienza straordinaria. Ciò significa che il piano di controlli e decisioni viene completamente gestito dalle prefetture e di conseguenza, soprattutto al sud, chi fa accoglienza non viene controllato e non segue le regole, andando spesso ad appoggiarsi alle organizzazioni criminali, le uniche con soldi e capacità per gestire l’intero processo. Questo è uno dei problemi di cui mi occupo come attivista. La nostra idea è di creare centri di piccole dimensioni e di spostare la gestione dalle prefetture alle istituzioni di prossimità (ad esempio i comuni e le regioni), in grado di avere un’idea e un tipo di controllo del territorio con più affinità democratica. Bisognerebbe inoltre portare avanti percorsi di inserimento abitativo, evitando di dare soldi a sistemi criminali e di considerare il migrante non come un adulto, capace di cucinarsi e abitare da solo. Per quanto riguarda tutte le questioni immediate, per esempio gli accordi con la Libia e la campagna vergognosa contro le ONG per i salvataggi in mare, abbiamo una proposta immediata: corridoi umanitari. Bisogna abrogare l’accordo di Dublino e gli accordi bilaterali che hanno permesso la costruzione di  prigioni al di là del Mediterraneo.

Parliamo ora di istruzione e università. Quali sono le vostre proposte di riforma e cosa pensate dell’idea di Grasso di abolire le tasse universitarie?

Può dire ciò che vuole: a noi l’università libera e gratuita è sempre piaciuta, a Grasso piace da due settimane. Alla fine in Liberi e Uguali ci sono le stesse persone che hanno fatto le riforme per il numero chiuso, abbassato drasticamente i finanziamenti per la ricerca, smantellando l’istruzione a tutti i livelli. Credo, quindi, che si possano promettere regali di natale quanto si vuole, ma vada anche tenuto conto di come ci si è comportati quando si è avuta l’occasione di ricoprire incarichi importanti. Noi crediamo in un’università libera e gratuita per tutti. Gli aspetti fondamentali su cui concentrarsi sono il finanziamento per la ricerca, non solo scientifica, ma culturale a 360 gradi. Per quanto riguarda la formazione alle medie e superiori, acquisiamo la proposta d’iniziativa popolare LIP Scuola, ferma da troppo in Parlamento. Per noi va acquisita in toto, attraverso il superamento della Buona Scuola, soprattutto per quanto riguarda l’alternanza scuola lavoro, un vero scandalo sociale. Vogliamo inoltre che siano integrati gli asili nido e le scuole primarie nella formazione, eliminando gli ostacoli per l’accesso al nido, come alle elementari.  Per quanto riguarda le nuove assunzioni, avverranno attraverso la riduzione del numero di studenti per classe;  sarà inoltre importante prestare attenzione alla necessità del tempo prolungato, pensando soprattutto a quei lavoratori italiani e stranieri che non possono andare a prendere i figli alle 13.00. Vogliamo inoltre abolire i dispositivi e i meccanismi, come il test INVALSI, che hanno reso la scuola autoritaria in cui studenti e docenti vengono continuamente vessati dal meccanismo di valutazioni, per noi non rispondente pienamente a quello che dovrebbe essere il ruolo formativo della scuola. Anche gli elementi materiali sono fondamentali, anche se appaiono scontati: primo tra tutti l’edilizia scolastica.

Per quanto riguarda la riforma fiscale, nel vostro programma si parla di ripristino della progressività del sistema fiscale e di fine delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni. In che modo queste proposte potrebbero migliorare la situazione attuale e perché dovrebbe essere migliore rispetto al modello flat tax?

Noi abbiamo una linea di demarcazione netta e non dobbiamo piacere a tutti. Il piccolo imprenditore è il primo a essere strangolato, se non in quanto imprenditore, come cittadino che non ha più servizi sociali e non può andare dal medico o portare i figli a scuola. Se parliamo di grande o medio imprenditore, noi non facciamo come gli altri che si muovono per salvare capra e cavoli, io lo dico senza problemi: noi non ci rivolgiamo a loro. Per noi conta il popolo, tutti coloro che non hanno la possibilità di decidere del proprio futuro, i lavoratori dipendenti, i disoccupati, i precari e i pensionati. I ricchi hanno già avuto il loro, speriamo finisca la loro epoca. Io non ho il problema di Di Maio che deve rivolgersi a tutti. La maggior parte delle persone ha pagato tutto di questa crisi, bisogna andarsi a riprendere le cose.

Al secondo punto del vostro programma si parla di Europa e di Unione Europea. A questo proposito voi ritenete necessario ‘’rompere l’Unione Europea dei trattati  e costruire un’altra Europa fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori e sui diritti sociali’’. Concretamente, cosa significa questo? 

Voglio fare un breve inciso, noi stiamo provando a raccogliere le firme anche in circoscrizione Europa, ma è un percorso complicato, anche se è una cosa che, anche solo a livello simbolico, vorremmo riuscire a ottenere.  Perché a livello europeo si prendono tante decisioni che ricadono sulla nostra testa. Si parla tanto di immigrazione, ma non d’emigrazione. Non mi riferisco solo ai cervelli in fuga, che dovrebbero avere i mezzi per restare, ma dei tanti che vanno a lavorare in Europa perché non riescono a rimanere in Italia, e sono costretti a fare i lavori più umili. Vorremmo costruire a livello europeo una rete di relazione solidale e di contatti nei vari paesi. Riguardo all’UE, il problema non è tanto la moneta unica, ma i trattati, perché si tratta di strumenti di oppressione sia di politica formale che per quanto riguarda ragioni sostanziali. Formalmente viene tolto diritto di decidere, le politiche economiche del tuo paese vengono stabilite altrove: è una prepotenza sull’elemento di rappresentanza. Implica inoltre tutta una serie di misure che vanno a vessare i lavoratori e i poveri. Berlusconi, per esempio, ha promesso che rispetterà le direttive. Lo può fare perché della presa sociale non gliene frega niente. Noi diciamo che fino a quando saremo vincolati ai trattati, purtroppo, altri decideranno le nostre spese sociali e questo è inaccettabile. La nostra proposta sul piano europeo si avvicina a quella fatta da Melenchon, ossia una radicale riforma dei trattati e, in alcuni casi, il loro superamento; è necessaria, inoltre, una riforma della BCE e un incremento della lotta ai paradisi fiscali. Abbiamo un’idea di Europa come luogo per la protezione collettiva dei diritti e dei luoghi di lavoro e non un luogo dove si decide di economia.

Nel vostro programma un’attenzione particolare viene riservata all’ambiente. Perché ritenete questo tema così importante? Come pensate di far sposare la difesa dell’ambiente con la creazione di nuovi posti di lavoro?

Ad oggi viene posto un aut aut tra lavoro e ambiente, o lavori o puoi essere sano, ci hanno fatto entrare nella testa che devi scegliere o una o l’altra. Prendiamo il caso dell’ILVA, chi deve pagare per la bonifica rispetto al danno ambientale? Chi ne ha tratto profitto. Per noi la questione è che il lavoro è un diritto di base. Per noi i grandi colossi che inquinano e campano con i finanziamenti statali, devono ripagare il danno ambientale che hanno procurato. Se fai una bonifica, ad esempio, crei nuovo lavoro e un nuovo tessuto sociale e lavorativo. Ciò che non è pensabile è chiedere alle persone di scegliere se morire subito perché senza lavoro, o fra 10 anni per tumori. E in questo contesto il colpevole è chi crea il problema, non chi lavora.

Abbiamo deciso di affrontare la questione ambientale per due ragioni. La prima è che non poteva non essere così, perché le assemblee sono create e composte da persone che lottano anche sul campo ambientale. La seconda è che la questione ambientale riguarda necessariamente tutti e molti hanno paura ad affrontarla, perché si ha paura a pestare piedi a qualcuno. A noi non importa e non vogliamo consenso. Anche da un punto di vista di sostenibilità economica, vogliamo agire andando a prevenire le catastrofi invece che curarle, il che rappresenta un ottimo metodo per risparmiare. Penso che ci sia grandissimo business sull’ambiente, ma che non si possa fare business su questo tema perché la dinamica del profitto non può superare il tema del bene comune.

Il 5 marzo Potere al Popolo riesce a superare la soglia di sbarramento e a entrare in parlamento. Come vi muoverete?  Farete alleanze e aprirete un dialogo con le altre forze politiche?

Non ci alleiamo con nessuno,  essendo grandi “rompipalle” e non standoci bene quasi nulla di ciò che è stato fatto fino ad oggi; non riconosciamo negli altri partiti che si presentano una discontinuità con le politiche precedenti. Sto vedendo corteggiamenti, ammiccamenti e a noi non importa: noi andremo lì a fare controllo popolare, ossia ciò che facciamo già attraverso i comitati territoriali. Un ruolo importante che rivestirà chi sarà eletto, è quello della documentazione, ossia capire come vengono spesi i soldi e prese le decisioni. Ciò che facciamo dal basso, verificando come vengono spesi soldi, come funziona l’accoglienza, gli ospedali, gli interventi dal punto visto ecologico sul territorio. Tutto ciò che già siamo, proveremo a esserlo anche dall’alto.