Spiegami le Elezioni: intervista a Maria Cecilia Guerra, capolista alla Camera per Liberi e Uguali

Con la collaborazione di Kevin Carboni

Maria Cecilia Guerra è un’economista e politica italiana. Ex capogruppo al Senato per MdP-Liberi e Uguali, ha ricoperto la carica di Viceministro del lavoro e delle politiche sociali sotto il governo Letta e quella di Sottosegretario di Stato nel Governo Monti, sempre presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche social. È candidata alla Camera dei Deputati nel collegio uninominale di Modena e capolista nel proporzionale in altri collegi.

Secondo lei è possibile sanare in futuro la rottura con il Pd? Se Renzi si fosse defilato lasciando spazio a un volto nuovo, o allo stesso Gentiloni, sareste rimasti nel Pd?

Liberi e Uguali non nasce solo da persone che vengono dal Pd: LeU nasce dall’unione di forze e di persone, alcune provenienti dal Pd, altre già passate all’opposzione durante la scorsa legislatura; ma è aperta anche a  mondi, come quello della società civile, ben rappresentati nella nostra forza politica. La rottura con il Partito Democratico è avvenuta su contenuti, non su persone: il problema non è Renzi, ma le sue politiche. Noi siamo alternativi rispetto a queste politiche. Vogliamo costruire una sinistra che dia rappresentanza e possibilità di partecipazione a tutte e tutti coloro che pongono al centro la lotta alle diseguaglianze e che vogliono costruire, con noi, un programma che combatta il disagio economico e sociale in cui troppe persone sono costrette a vivere

 

Il vostro programma mira a garantire piena occupazione e diritti per tutti i lavoratori, superando il Jobs Act e reintroducendo l’art 18. Posto che molti di voi hanno votato queste leggi, come si cambia questa situazione?

Sono due cose separate dal mio punto di vista. Il primo problema è questo: quelli di noi che erano nel Pd, erano lì perché credevano in quel progetto. La scissione per noi è stata dolorosa. Qualcuno può sostenere che sia arrivata tardi, qualcun’altro che non andasse fatta, ma all’interno del Pd ci sono tante persone meritevoli con cui abbiamo fatto insieme tante  battaglie e con cui saremmo pronti a rifarle. Il voto, per quanto mi riguarda, è sempre stato condizionato dalla fiducia: al Senato il nostro voto è sempre stato decisivo per la sopravvivenza del Governo, sostenuto dal nostro partito. Nel momento in cui noi abbiamo deciso di uscire dal partito, abbiamo acquisito anche la possibilità di non votare la fiducia al governo: finché sei dentro a un partito non esiste questa possibilità.

Per quanto riguarda il lavoro, da dentro al Pd e da fuori, la linea nostra è sempre la stessa. Il lavoro va sostenuto e creato attraverso investimenti e non attraverso contribuzioni e agevolazioni fiscali che si sono rivelate inefficienti ormai da decenni. L’altra cosa importante è che il lavoratore, qualunque forma il lavoro assuma, deve avere delle tutele. Tra cui la tutela reale, cioè il fatto che il licenziamento non deve essere monetizzabile quando fatto senza giusta causa. La ferita grave al mondo del lavoro che viene dall’abolizione dell’art. 18 è il fatto che anche a fronte di un licenziamento illegittimo,quindi contro la legge, tu puoi cavartela con un risarcimento monetario. Le condizioni del lavoro sono molto spesso al di sotto  dei livelli di dignità, c’è una parcellizzazione e una precarizzazione eccessiva, che non fa bene alla crescita economica oltre che alla dignità delle persone. Le imprese, gli imprenditori non devono puntare sullo svilimento del lavoratore e sul lavoro sottopagato: devono contare sull’innovazione e sull’aumento della produttività.

 

Quindi creazione di posti di lavoro a tempo indeterminato. Ma in che modo e con quali soldi?

Quando parliamo di regolazione del mercato del lavoro non si pone un problema di coperture, ma di regole. Per risolvere il problema abbiamo proposte concrete: ridare centralità al lavoro a tempo indeterminato, ripristinando le tutele dell’art. 18 e reintroducendo, per il lavoro a termine, la causale. Il decreto Poletti offre una possibilità quasi infinita di ricorso al lavoro a termine che in un terzo dei casi porta a contratti al di sotto dei tre mesi e in un quarto di uno o due giorni: siamo di fronte a un uso parcellizzatissimo del lavoro. La causale era la giustificazione che il datore di lavoro doveva dare per dire: non posso assumere come si deve, cioè a tempo indeterminato, perché ho un bisogno straordinario. Questa è stata tolta perciò abbiamo avuto un abuso dello strumento. Abbiamo chiesto delle sanzioni per l’uso improprio dello stage che viene usato come forma di contratto di lavoro e non come contratto formativo. Abbiamo chiesto un rafforzamento delle attività dell’ispettorato del lavoro per fronteggiare il problema crescente dei falsi contratti part time. Queste sono solo alcune cose già proposte nell’ultima legge di bilancio, che però hanno avuto parere negativo dal Governo e sono state respinte.

Parliamo ora di istruzione. Ha fatto molto discutere la proposta di Grasso di abolire le tasse universitarie. È davvero economicamente sostenibile?

Sì, è assolutamente possibile farlo, anche se ci vogliono più soldi. La proposta, che è stata sintetizzata dallo slogan, è questa: ridare centralità all’università, in quanto essa non deve essere vista come un investimento solo degli individui, ma di interesse per la società nel suo complesso. Le persone che studiano sono istruite e possono dare un contributo alla crescita dell’economia che va al di là dell’interesse personale. La proposta di rendere gratuita l’università va di pari passo con la possibilità di accesso per tutti. Non significa solo togliere le tasse ma anche rafforzare significativamente il diritto allo studio, perché è chiaro che io potrei anche non pagare le tasse ma non avere comunque la possibilità di accedere perché non ho la possibilità di pagarmi un alloggio, se studio fuori sede, e di comprarmi i libri, molto costosi soprattutto in alcune discipline. Noi pensiamo che ci siano dei servizi e delle prestazioni che devono essere garantiti su basi universalistiche. Questo riguarda la scuola, non solo l’università, ma anche gli asili e la scuola materna. La tassa non è un’imposta, sono due cose completamente diverse dal punto di vista tecnico. Le imposte sono una forma di entrata che finanzia in modo indifferenziato l’attività pubblica, non è una controprestazione. È con le imposte, distribuite in maniera progressiva, che noi vogliamo finanziare ciò che riteniamo sia diritto di tutti i cittadini.

 

A proposito di progressività fiscale o di Flat Tax, ci può spiegare queste due visioni e perché tornare a un sistema progressivo dovrebbe essere più appetibile?

Il sistema progressivo, che si trova nella nostra Costituzione, è un sistema che chiede a ciascuno di pagare in relazione alla sua capacità fiscale con l’idea che chi ha di più possa contribuire in misura maggiore rispetto a chi ha meno. Quindi è un principio fondante di equità. I soldi così raccolti andranno spesi per il bene comune, per il bene di tutti. Non vogliamo che qualcuno si possa pagare sanità e università mentre qualcun’altro no: ripartiamo il costo sulle spalle di chi è più forte. Non vuol dire esproprio proletario, è semplicemente una distribuzione equa del prelievo fiscale, che riguarda sia redditi che patrimoni.

La Flat Tax  è esattamente il contrario: ponendo il prelievo a un livello di aliquota unica è evidente che l’abbattimento più grosso del peso fiscale gioverebbe alle persone che hanno un reddito maggiore. Sono proposte che costano un sacco di soldi (dai 60 ai 100 miliardi a seconda di come si pone l’aliquota) e che regalano la stragrande parte dello sgravio alle persone più ricche. Però è una proposta stupida perché non è sostenibile. La nostra proposta mira ad abbattere significativamente il prelievo anche per l’irpef, concentrando la riduzione sulle classi medio- medio basse (le basse già non lo pagano). Però è finanziata. Ed è finanziata dal recupero dell’evasione. Noi abbiamo proposte tecniche precise per il recupero dell’evasione che ci portano a pensare ad un introito in pochi anni di 50 miliardi costanti. Questi 50 miliardi, anche facendo ipotesi più conservative come noi facciamo nel nostro programma (30 miliardi), ci permettono ampiamente di finanziare una riforma dell’Irpef e una riforma degli assegni e delle detrazioni familiari che dia un sostegno più forte alle famiglie.

 

Qual è la vostra posizione in merito al rapporto tra Italia e Bruxelles e rispetto ai vincoli che questa pone al nostro Paese? Penso ai migranti o alle quote latte invocate da Salvini..

La nostra idea è di sostenere il progetto europeo perché siamo consapevoli che politiche di ripiegamento nazionalistiche e sovranistiche siano politiche che non reggono di fronte alla globalizzazione oggettiva dell’economia. Ormai la dimensione dei fenomeni è internazionale, non solo per l’immigrazione, ma anche per l’inquinamento, l’evasione fiscale da parte delle multinazionali: sono cose che un singolo paese non può fronteggiare da solo, c’è una necessità di cooperazione internazionale e ovviamente c’è la necessità, in questo, di partire dall’Europa. Un’Europa che può caratterizzarsi per politiche forti anche a livello mondiale, da indirizzare verso obiettivi positivi per il mondo nel suo complesso, anche per i temi di cui ho appena parlato. L’idea che l’Italia subisca imposizioni da Bruxelles è sbagliata:  le decisioni in Europa vengono prese dai paesi nel loro complesso. Quello che noi contestiamo è che alcune decisioni politiche siano prese con accordi intergovernativi e non con accordi di stampo democratico, passando per un parlamento eletto che sia rafforzato e veramente rappresentativo degli interessi di tutti. Non difendo in assoluto le scelte fatte dall’Europa, anzi sono molto insoddisfatta. Sugli altri accordi, soprattutto quelli in campo economico, è evidente che l’Italia debba muoversi facendo alleanze con paesi che hanno interessi analoghi.  Sull’immigrazione, per esempio, è necessario superare gli accordi di Dublino, grazie a quali gli immigrati che vengono accolti in un determinato paese non possono poi liberamente muoversi nella comunità: è un accordo che ci penalizza in modo particolare visto che, in questo momento, il nostro paese è uno dei pochi paesi di arrivo, essendo state chiuse altre rotte, almeno temporaneamente; chiuse anche con accordi europei. Il quadro, da questo punto di vista, non è sostenibile. Così come non è accettabile che gli accordi fatti relativamente alle quote, cioè alla distribuzione di migranti tra i diversi paesi, non siano rispettate. Sulle quote latte, poi, Salvini dice bugie: noi siamo andati in infrazione sulle quote latte perché l’Italia ha imbrogliato, e la Lega è la prima responsabile. Dentro una comunità europea ci sono delle regole, puoi contestarle, puoi aiutare a scriverle nel modo migliore, ma far pagare a tutti un’infrazione compiuta non è una scelta intelligente.

 

Nell’immediato cosa pensate di fare riguardo al fenomeno migratorio?

Sull’immigrazione noi abbiamo come limite essenziale il fatto che abbiamo gestito il fenomeno, sia a livello italiano che europeo, come un fenomeno emergenziale. Non lo è nel modo più assoluto. Cosa vuol dire? Vuol dire che noi ci confronteremo con questo fenomeno per decenni, visto soprattutto lo squilibrio demografico, oltre ai problemi di guerre e carestia e alle enormi differenze economiche. Abbiamo un problema di differenza demografica che porterà questi flussi, quindi è necessario rilanciare la cooperazione e adottare una politica che distingua il tema dell’accoglienza, quindi dei flussi migratori in atto, e specialmente dei profughi, da quello dei 3 milioni e mezzo di cittadini extracomunitari che vivono stabilmente nel nostro paese da decenni, che lavorano e hanno una famiglia. Questi due temi sono completamente diversi. Lo dico perché l’ondata xenofoba che sta montando mescola in modo improprio e volutamente strumentale dal punto di vista politico questi fenomeni che niente hanno a che fare l’uno con l’altro e  crea e che creano tensione sociale, paure e insicurezze del tutto immotivate.

 

Parliamo ora di ambiente,centrale nel vostro programma. In cosa consiste il grande piano verde che avete intenzione di mettere in pratica?

Il buco nero per l’economia italiana è la mancanza di investimenti. Noi pensiamo a una sorta di doppio dividendo, cioè a investimenti che non solo favoriscano la crescita ma che anche vadano a salvaguardia dell’ambiente, una risorsa comune che noi stiamo consumando ai danni delle generazioni future. Quindi noi pensiamo a investimenti di vario tipo: dalla messa in sicurezza del territorio, quindi di  salvaguardia rispetto al dissesto idrogeologico, ad investimenti di riqualificazione energetica. Pensiamo a una società senza carbone e senza energie fossili, a una progressiva sostituzione di queste con energie rinnovabili, che tra l’altro ci mettono nell’idea di fondo che è dietro a questo piano: arrivare a un’economia circolare. Non un’economia lineare in cui si producono rifiuti che non sono riutilizzabili e che quindi vanno al consumo di risorse, ma un’economia circolare che porti in prospettiva al superamento dei rifiuti in cui tutto viene riutilizzato. E questo è solo un esempio.

Arriviamo all’ultima domanda. Dando per buoni i sondaggi, il centrodestra sarà la prima forza politica. Come vi muoverete in quanto opposizione? Pensate si possa riaprire un dialogo con il Pd?

Lei da per scontato una cosa che io non do per scontata. Nel senso che gli esiti delle elezioni, per quanto abbiamo dei sondaggi che sono molto favorevoli alla destra, sono ancora tutti da vedere. Detto questo, il sistema con cui noi stiamo andando a votare, il sistema elettorale, è fondamentalmente un sistema proporzionale, il che vuol dire che ogni forza si rivolge agli elettori con il proprio programma e con essi misurerà la sua forza. L’idea che si debba tornare a votare nel caso non ci fosse una maggioranza qualificata è una cosa sbagliata, perché è ovvio che se vai a votare un mese dopo le cose non cambieranno. Ci vorrà una presa di responsabilità molto grossa da parte di tutti per capire che tipo di alleanze si possono costruire. Per questo dico che non è scontato che noi saremo all’opposizione. Siamo una sinistra di governo, non nel senso che andremo al governo, questo dipenderà dagli elettori, ma nel senso che ci poniamo nell’ottica di dare un governo a questo paese. Bisogna avere proposte concrete e provare in tutti i modi a portarle a casa. Ed è su queste proposte che noi ci confronteremo con le altre forze politiche. La nostra differenza con altre proposte è che noi guardiamo solo da una parte: non pensiamo neanche di discutere alleanze con il centro destra, perché la divisione di fondo sta proprio nei valori, non solo nei progetti. Il M5S guarderà, dice, a 360 gradi: ecco, questo noi non lo faremo.

A proposito di Movimento Cinque Stelle, però, all’interno del suo partito ci sono idee divergenti: la Boldrini ha chiuso la porta, mentre Grasso l’ha solo accostata..

La nostra pregiudiziale è nei confronti del centrodestra: il M5S non ne fa parte, quindi è una forza con cui noi siamo disposti a confrontarci, ma sui programmi. Prendiamo l’esempio dello Ius Soli. Loro hanno presentato un disegno di legge, firmato da tutto il gruppo della camera del M5S: quello che è arrivato al Senato era praticamente lo stesso, salvo pochi cambiamenti, però hanno detto che non l’avrebbero votato. Hanno mostrato spesso di essere incoerenti, la stessa cosa l’hanno fatta con le unioni civili. Allora è chiaro che i programmi e gli accordi devono essere chiari se si vorrà fare qualcosa insieme. Per quanto riguarda il Pd siamo distanti su temi importanti come il Jobs Act o la Buona Scuola, su questi aspetti come sull’evasione fiscale, sulla legge elettorale, sui condoni, sulle politiche economiche fatte di bonus e agevolazioni fiscali la nostra visione è radicalmente alternativa, ma ci sono altre cose su cui abbiamo avuto e abbiamo condivisione, come sul fine vita, e sul programma di contrasto alla povertà, che andrebbe però molto potenziato. È evidente che ci sono più affinità col Pd che con altri, ma nel momento in cui il Pd di fatto flirta con Forza Italia, diventa tutto più difficile. Se continua questo flirt noi, ovviamente, non ci stiamo.

 

 

Leggi anche:

Intervista a Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo

Intervista ad Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia 

 

4 commenti Aggiungi il tuo

Rispondi