Spiegami le Elezioni: intervista ad Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia

Con la collaborazione di Sara Bianchi

Antonio Palmieri, classe 1961, è un politico italiano di Forza Italia. Responsabile nazionale della comunicazione elettorale e, dal 2014, membro del Comitato di Presidenza. È deputato della Repubblica Italiana dal 2001. 

Le elezioni sono alle porte e il centrodestra sembra, in questo momento, favorito. Nonostante ciò, alla coalizione manca ancora un leader. Chi avete in mente? Pensa che Berlusconi riuscirà a ottenere dalla Corte di Strasburgo il via libera per candidarsi? 

Berlusconi stesso ha già dato per scontato che la sentenza di Strasburgo non arriverà in tempo utile e, comunque, non avrebbe l’automatismo tale da consentire l’immediata possibilità di poter assurgere a incarichi istituzionali. Detto ciò, la prima questione adesso è vincere le elezioni e avere una maggioranza autosufficiente: a quel punto troveremo il premier. Più volte Berlusconi ha fatto cenno, più o meno esplicito, ad Antonio Tajani, per delineare l’identikit della personalità del premier. Noi vogliamo una persona di esperienza, una persona che sia stimata fuori dall’Italia perché, nell’era globale e dell’Unione Europea, la scelta del premier non è più un fatto autarchico, ma di rilevanza internazionale. Chiunque sarà scelto dovrà essere credibile per poter sostenere all’estero i provvedimenti che il nostro governo prenderà in Italia. Tajani corrisponde esattamente a queste caratteristiche ma credo anche che non sia l’unico: il segreto è custodito gelosamente nella testa di Berlusconi.

Passiamo al programma, in particolare a ciò che riguarda il lavoro. L’obiettivo è quello di garantire la piena occupazione attraverso stage, lavoro e formazione. Non pensa che l’incremento di stage e di contratti di formazione possa precarizzare ancora di più un mondo del lavoro già a tempo determinato ? 

Il nostro obiettivo è tendere verso due direzioni per quanto riguarda il mondo del lavoro. La prima va verso il rendere conveniente per le aziende assumere a tempo indeterminato, per dare possibilità ai giovani di farsi una famiglia e, in questo modo, combattere anche il grande problema della denatalità; per questo abbiamo proposto sei anni di detassazione della contribuzione per chi assume. L’altra proposta è rendere lo stato amico di chi intraprende, ossia fare in modo che per giovani e meno giovani sia più facile fare impresa nel nostro Paese. Qui si trova il grande tema della Flat Tax: non solo perché diminuisce le tasse a tutti, ma perché semplifica i rapporti tra stato e cittadini e tra stato e imprese. Questi sono i due aspetti su cui noi puntiamo.

A proposito di Flat Tax: Berlusconi la vuole al 23 per cento, mentre Salvini parla di 15. Quale delle due verrà applicata una volta al governo? Dove troverete le coperture necessarie? Non sarebbe importante prima recuperare i soldi da un’evasione fiscale alle stelle?

Noi proponiamo l’aliquota al 23% perché, in base agli studi fatti, consente di fare la Flat Tax senza aumentare il deficit dello Stato, che è il nostro obiettivo primario. Per quanto riguarda le coperture, queste sono molteplici. In primo luogo troveremo risorse dalla riorganizzazione di tutto il complesso sistema di sconti fiscali in vigore nel nostro Paese che assommano, nel totale, a 125 miliardi; tanto più che, secondo i nostri calcoli, la prima applicazione della Flat Tax costerebbe tra i 30 e i 40 miliardi, comunque non più di 40. Quello è un primo tassello. Il secondo è la chiusura delle 21 milioni di liti fiscali pendenti tra cittadini, imprese e stato, che sarà fatta ovviamente non a titolo gratuito ma oneroso, al fine di ridurre questi casi aperti e recuperare, così, circa 10 miliardi all’anno. Per quanto riguarda l’ultimo punto della sua domanda, noi siamo convinti che aliquote oneste producano contribuenti onesti e quindi che la Flat Tax al 23 percento per imprese e cittadini non renda più conveniente evadere, quanto piuttosto pagare e stare tranquilli. In questo modo puntiamo al far emergere il sommerso che c’è nel nostro Paese. Al tempo stesso saranno inaspriti i controlli contro chi evade, perché è chiaro che se lo stato diventa amico dei contribuenti con aliquote giuste, al tempo stesso anche il contribuente non può pensare di continuare a evadere.

Parliamo ora d’immigrazione. Berlusconi ha più volte dichiarato che ci sono oltre seicento mila migranti in Italia, di cui solo il 5 per cento avrebbe diritto a rimanere; in realtà, però, il numero citato fa riferimento ai migranti sbarcati dal 2014 a oggi, senza contare chi dal nostro Paese se n’è andato e senza considerare  il trend in netto calo. Non le pare che così facendo si soffi su un fuoco già alto? 

Non siamo noi che soffiamo sul fuoco: è la realtà che è così. È vero che in alcuni casi l’Italia è utilizzata come paese di transito, ma è anche vero che da alcuni anni a questa parte i paesi confinanti hanno chiuso le frontiere e quindi le persone sono ferme nel nostro Paese. Sono centinaia di migliaia, senza arte né parte, senza avere la possibilità di trovare un lavoro e, quindi, vivendo a spese dello stato. Noi ci limitiamo a guardare alla realtà e a sottolineare le colpe di chi ha governato. Non a caso l’immigrazione diventa sempre un’emergenza ogni volta che governa la sinistra, perché è un qualcosa che scaturisce dalla loro impostazione tipica. Per quanto riguarda la risoluzione del problema, noi riproponiamo ciò che abbiamo fatto 8 anni fa, cioè, accordi con paesi rivieraschi del Mediterraneo per fare in modo che cessino le partenze; inoltre lavoreremo progressivamente nel tempo per attuare dei reimbarchi assistiti. Su questo punto si tratterà di accordi da fare tramite l’Unione Europea con i paesi di origine delle persone che non hanno diritto allo status di rifugiato politico, ossia i migranti economici, affinché possano ritornare in modo assistito e sicuro nel proprio paese. L’ultima questione, che Berlusconi propone da anni, e che risolverebbe il problema, è quello di un “grande grande grande”, come dice lui, “Piano Marshall” per l’Africa. In questo modo si porterebbe lì lavoro, sviluppo e possibilità, affinché le persone non siano costrette a lasciare il proprio paese per cercare una vita migliore. Questa è l’unica soluzione reale e praticabile. La soluzione deve essere radicale, con la diffusione dello sviluppo e il benessere in tutto il mondo, a partire dai paesi più poveri.

Andiamo adesso al rapporto con l’Europa. Qual è, secondo voi, il ruolo che deve assumere l’Italia all’interno dell’Unione Europea e quali sono i trattati da modificare?

L’Italia deve recuperare il ruolo di Paese fondatore. L’UE doveva essere un’unione di popoli, non un’unione di burocrati che nessuno conosce, nessuno elegge e che decidono il destino di centinaia di migliaia di persone senza pagare le conseguenze, come invece avviene per chi è eletto in una democrazia. Questa è la cornice. Fatto sta che a tutti, oggi, è chiaro che l’UE, così com’è, non funziona. In primo luogo c’è un aspetto di politica economica da rimuovere: pensare che ad un’economia di sofferenza, come sono la nostra e tutte le economie occidentali da 10 anni a questa parte, si possa applicare il salasso di una politica restrittiva, è come scagliarsi su una persona gravemente malata. L’unico effetto che si ha è quello di far morire il malato. In tutti questi anni noi ci siamo sempre schierati contro a questo come opposizione, a maggior ragione intendiamo farlo quando avremo maggior voce in capitolo nel governo e in Europa. Ai tempi del nostro governo qualche risultato lo abbiamo ottenuto: l’elezione di Mario Draghi significava il fatto che si potesse non stare al rimorchio delle decisioni di Francia e Germania, tanto che i due Paesi volevano come candidato il presidente della Banca Nazionale Francese. Quindi la nostra idea è che si possa stare in EU a testa alta, difendendo gli interessi italiani, da un lato, e gli interessi autenticamente europei, dall’altro. Questo è il nostro obiettivo.

Il tema dell’istruzione ci sta molto a cuore. Nel vostro programma si parla di abolizione delle delle storture della Buona Scuola e di rilancio dell’Università italiana. Ci spiega, in concreto, cosa significa?

La nostra impostazione di fondo è non considerare tutto ciò che è stato fatto prima come una cosa da buttar via. Per questo motivo il nostro programma non dice di abolire la Buona Scuola, ma correggerne le storture. La questione di fondo è quella del merito: noi andremo a vedere punto per punto come sono state realizzate fino ad ora le cose previste dalla Buona Scuola e vedremo di correggere quelle che non vanno. L’esempio che faccio è quello relativo al piano nazionale della scuola digitale, una delle questioni che io seguo più direttamente. C’è, innanzitutto, il fatto che un milione di ragazzi viene escluso, in quanto sono escluse dal piano nazionale le scuole paritarie, nonostante siano a tutti gli effetti parte del sistema dell’istruzione. Secondariamente c’è il fatto che in un mondo tutto digitale non basta più, come si diceva una volta, “saper leggere, scrivere e far di conto”, ma bisogna aggiungere come competenza di base anche un minimo grado di conoscenza di coding e pensiero computazionale. C’è un progetto, nominato “Programma Futuro”, che da tre anni sta cercando di portare queste due conoscenze nelle scuole elementari e che, in questi anni, ha fatto fatica a essere rifinanziato dal governo. Ecco, questo programma è un classico esempio di una cosa che funziona bene, ma che trova sordo chi è attualmente al governo. Noi su questo andremo a fare un intervento mirato. Quanto al discorso dell’università, noi avevamo iniziato un percorso con il Ministro Gelmini di razionalizzazione di quelli che, a nostro parere, erano gli sprechi, a partire dal moltiplicarsi delle sedi universitarie per arrivare a corsi frequentati da uno o due studenti, ma c’è ancora molto da fare. È difficile parlare di una cosa in particolare, a meno di voler essere demagoghi e dire “aboliamo tutte le tasse universitarie” per rilanciare tutto il meccanismo, perché non è così: il meccanismo è fatto da tante cose che non funzionano, ma anche da tante eccellenze.

Ultima domanda. Poniamo caso che il 5 marzo lo scenario sia questo: il centrodestra unito è la prima forza, ma non riesce a raggiungere i numeri necessari per governare. Come vi comporterete? Ventilate la possibilità di stringere un’alleanza di governo con il Partito Democratico?

Diciamo che questo è un periodo ipotetico del terzo grado, dell’irrealtà. Di conseguenza noi andremo a governare con una nostra maggioranza autosufficiente. Presentare questo scenario come ineluttabile è diventato lo sport preferito da molti giornali in questi mesi, ma lo fanno unicamente per scongiurare una nostra vittoria, per demotivare gli elettori, in particolare i nostri, facendogli credere che votare sia inutile. Fanno ciò, paradossalmente, in favore anche di forze estreme e pericolose come il M5S, di cui gli elettori sono fortemente motivati ad andare a votare. Logicamente ad oggi tutto sta nel modo in cui voteranno gli italiani. Secondo i dati in nostro possesso la vittoria è alla portata, e anche con una robusta maggioranza; ci aspettano altre due settimane per continuare a cercare di convincere il maggior numero di cittadini possibile che siamo l’unica possibilità per questo Paese di avere un governo stabile e coeso, questa è l’unica cosa che ci interessa. Per quanto riguarda il risultato…lo scopriremo solo vivendo.

 

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