L’economia argentina sfiora l’ennesimo default

In meno di due secoli di storia, l’Argentina conta sette gravi crisi d’insolvenza. Dopo la controversia giudiziaria del 2014 (tecnicamente, anche in quel caso si trattò di default), il paese sudamericano ha appena sfiorato un’ulteriore ricaduta. A ogni modo, nonostante lo scampato pericolo, l’opinione pubblica è oggi tutt’altro che sollevata: dover ricorrere ancora una volta a un prestito del Fondo Monetario Internazionale è una misura che sa di umiliazione, per come la vedono in molti. Eppure, quando era stato eletto alla fine del 2015, il Presidente Mauricio Macri sembrava avere in tasca una ricetta ben diversa per la terza economia dell’America Latina, ovvero un cambio di direzione rispetto al passato peronista e la promessa di liberare la borsa dalle sue crisi cicliche.

E invece la storia si ripete. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, l’inflazione (già fuori controllo) ha raggiunto livelli che hanno costretto la Banca Centrale nazionale ad aumentare tre volte i tassi di interesse. Il rialzo è arrivato fino al 40%, ma nemmeno questo è bastato per frenare il crollo del peso argentino: in pochi giorni, infatti, le autorità monetarie si sono viste obbligate a sacrificare 5 miliardi di dollari delle riserve statali. Gli effetti sul cambio sono sotto gli occhi di tutti: se un anno fa per comprare un dollaro servivano 15 pesos argentini, oggi ne occorrono più di 23. Per ritrovare una cifra così alta bisogna andare indietro fino agli anni Novanta.
Sempre nel tentativo di calmare i mercati, il governo ha anche tagliato la previsione del deficit pubblico dal 3,2 al 2,7 per cento del PIL. Già a inizio aprile, con lo stesso obiettivo, si era imposta una nuova tassa sul plusvalore degli investitori stranieri (tax on capital gains). La conseguenza indesiderata fu però la corsa da parte dei cittadini a liberarsi dei pesos per comprare dollari. Si tratta di una tendenza fin troppo diffusa nel paese e che certo non aiuta a contenere l’inflazione, soprattutto quando coincide con l’aumento dei tassi internazionali (a cominciare da quello USA).

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Oltre alla fragilità finanziaria, l’Argentina deve oggi fare i conti con preoccupanti indici di disoccupazione e povertà in aumento. Come era prevedibile, i sacrifici richiesti ai cittadini negli ultimi anni per assorbire i colpi delle fluttuazioni della moneta e la volatilità del cambio si sono tradotti per il Presidente in una notevole perdita di popolarità. Alla luce di quest’ultimo quasi-tracollo, le sue chance di rielezione nel 2019 si riducono sempre di più.
Secondo quanto affermato da Macri lo scorso 8 maggio in un discorso ufficiale, le ragioni di questa crisi su più fronti sono da cercare nell’operato dei governi precedenti (“il disastro che ci hanno lasciato nei conti pubblici”) e nella grave dipendenza dell’Argentina dai finanziamenti esterni.

“Durante i primi due anni abbiamo potuto contare su un contesto mondiale molto favorevole, ma oggi questa condizione sta cambiando […] Stanno salendo i tassi di interesse, il petrolio, i paesi emergenti hanno svalutato la moneta: tutte variabili che noi non possiamo controllare”.

In quello stesso comunicato, il capo dello stato si dichiarò convinto che l’unica strada percorribile per stabilizzare il paese consista nel concordare una “linea di appoggio finanziario”, vale a dire un’iniezione di capitale da parte del FMI. Nel frattempo, il Ministro delle Finanze argentino Nicolás Dujovne si recava a Washington per definire la trattativa con Christine Lagarde, la Presidente del Fondo, la quale ha concesso la sua approvazione. Sebbene si tratti di una risoluzione polemica, per il momento lo spettro del default sembra allontanarsi.

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Il Presidente dell’Argentina Mauricio Macri con il capo del Gabinete dei Ministri Marcos Peña

Certo, non si può dire che il progetto di volver al mundo (“ritornare al mondo”), secondo la campagna di Macri del 2015, sia servito a rimettere in sesto i conti pubblici e a riportare l’economia in crescita. Il primo liberale eletto dal 1999 aveva appunto promesso di porre fine alle distorsioni dei prezzi da parte dello stato e ri-orientare l’economia argentina in base ai meccanismi di domanda e offerta. Inizialmente il suo piano di ortodossia e rigore finanziario, coerente con la condotta incoraggiata dallo stesso FMI, aveva suscitato la fiducia dei mercati internazionali ed era stato favorito dal boom delle materie prime.
Come si è visto troppe volte, però, il capitale transnazionale tende ad avere un andamento “a ondate” e non può sanare i problemi strutturali. Il debito è sempre rimasto in agguato, sotto forma di fondos buitre (letteralmente “fondi avvoltoio”, in inglese holdout), ovvero i fondi di capitale a rischio ai quali il governo Macri dovette consegnare nel 2016, tra varie irregolarità, più di 9 milioni di dollari.
Tenendo presente questo scandalo recente e altri tristi precedenti, non sorprende che la scelta di rivolgersi al FMI sia andata di traverso agli Argentini. Visto che fu una costante nei vari casi di bancarotta, molte persone lo ritengono il principale responsabile della situazione in cui versa il paese.

Anche se ora il quadro non è altrettanto allarmante, la memoria corre subito al 2001, l’anno del default “epico” come lo definì Bloomberg, “il peggiore della storia del paese”. Anche in quel caso, secondo l’economista e storiografo argentino Mario Rapoport, il programma di regolazioni del FMI non incise positivamente sul deficit di quasi 100 miliardi di dollari, anzi, aggravò di fatto la crisi finanziaria. Con l’inflazione alle stelle, i supermercati di alimentari furono presi d’assalto, così come i bancomat. Le banche dovettero varare il blocco dei conti correnti e delle casse di risparmio (un’impopolare misura conosciuta come corralito). In questo modo, il governo di Fernando de la Rua cercava di evitare l’eccessiva fuoriuscita di contanti e il collasso del sistema. Nel frattempo montavano le proteste, soprattutto da parte dei lavoratori e dei ceti medi risparmiatori: in quel contesto di tumulti e repressione persero la vita 39 persone.
La crisi politica portò infine alle dimissioni del Presidente e del Ministro dell’Economia; seguirono molti mesi di instabilità istituzionale, fino all’elezione di Néstor Kirchner nel 2003.

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Due scene della gravissima crisi che l’Argentina subì nel 2001

La ripresa economica durò alcuni anni, ma la situazione tornò a peggiorare nel corso della Presidenza della moglie di Néstor, Cristina Fernández de Kirchner. L’anno più critico fu il 2014: anche in quell’occasione le agenzie di rating segnarono un default, ma per fortuna, niente a che vedere con il precedente. L’Argentina aveva già depositato i fondi per pagare i creditori della Bank of New York Mellon, ma un’ordinanza del giudice americano Thomas Griesa li aveva bloccati, in quanto pretendeva anche il pagamento dei fondi speculativi. Le trattative non andarono a buon fine e a luglio fu dichiarata bancarotta. L’impatto sui mercati fu però contenuto e l’allerta rientrò spontaneamente con la scadenza della clausola RUFO (right upon future offers). La questione si chiuse nel gennaio dell’anno successivo con il pagamento di tutte le cedole; nel caso degli investitori italiani che avevano comprato delle azioni nei famosi “Tango Bonds” la controversia fu più prolungata, ma alla fine anche loro poterono tirare un sospiro di sollievo.

In tutto questo, l’attuale Presidente ha ribadito molte volte che il Kirchnerismo ha lasciato un’eredità difficile al paese. Aldilà della contesa con la precedente amministrazione, non c’è dubbio che l’Argentina stia lottando da diverse decadi sempre contro gli stessi problemi: la distribuzione diseguale della ricchezza, la sfiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei mercati internazionali, e l’inflazione, costantemente l’inflazione.
“È tutto sotto controllo” ha affermato il capo del consiglio dei Ministri di Macri, Marcos Peña, a seguito dell’ultima richiesta di aiuto al FMI. Quella dell’Argentina è una storia di normale squilibrio.

 

Fonti e approfondimenti:

materiale ISPI WINTER SCHOOL – Corso UE e America Latina, opportunità e sfide: “Il modello di sviluppo stop-go dell’Argentina: crisi finanziaria, ripresa sociale e nuova fase liberale”

https://www.corriere.it/esteri/18_maggio_05/moneta-va-picco-argentina-cittadini-temono-altro-default-2b135390-4fdb-11e8-add4-a53a42c91877.shtm

https://www.panorama.it/economia/soldi/cosa-sta-succedendo-di-nuovo-argentina/

http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-38359223

http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-44048982

http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-44125877

https://www.theguardian.com/world/2018/may/09/fear-and-loathing-in-buenos-aires-will-argentinas-imf-gamble-pay-off

http://nuso.org/articulo/el-mejor-equipo-de-los-ultimos-cincuenta-anos/

El Fondo no cambia, cambió la Argentina – Por Pedro Brieger, director de NODAL

 

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