Elezioni Brasile, intervista a Loris Zanatta: “La democrazia non è in pericolo”

Loris Zanatta è professore ordinario titolare della cattedra di “Relazioni internazionali dell’America Latina” presso l’Università di Bologna. Considerato tra i massimi esperti di peronismo in Italia e in Argentina, è autore di numerosi libri e articoli pubblicati in Europa e America Latina.

Bolsonaro ha vinto le elezioni ma il Parlamento è quanto mai diviso. A chi si appoggerà il nuovo Presidente per avere la maggioranza?

Da questo punto di vista Bolsonaro si trova nella stessa identica situazione in cui si sono trovati tutti i governi del passato, quindi davanti a un Parlamento molto frammentato. Ad oggi non possiamo sapere con chi formerà la sua coalizione per il semplice fatto che non sappiamo esattamente che tipo di politiche vorrà fare; quindi è obiettivamente impossibile fare una previsione. Però attenzione: per quanto sia importante il Parlamento, il Brasile è un regime di tipo presidenzialista in cui il presidente arriva con una legittimazione forte e, almeno all’inizio, non dubito che riuscirà a formare delle coalizioni soprattutto con i piccoli partiti più conservatori. Ma, ripeto, molto dipenderà da dove cadrà nel momento in cui dovrà esporre delle linee di governo: solo allora si delineeranno i crinali politici del Brasile che attualmente sono impossibili da definire.

Bolsonaro ha vinto con i voti portati dagli evangelici, dall’area militare e dalle lobby degli allevatori. Come riuscirà a tenere insieme tutte le anime del suo elettorato?

È ovvio che ci sono alcune corporazioni molto forti che hanno visto in Bolsonaro delle proposte positive per i loro interessi, probabilmente gli allevatori non sono gli unici. I militari in termini di voti non sono rilevanti, quelli che sostengono apertamente Bolsonaro sono soprattutto ex militari in pensione. Dubito che le forze armate istituzionali abbiano voglia di rimanere coinvolte nel conflitto politico: hanno una posizione costituzionale e a meno che non ci siano morti nelle strade, morti politici ovviamente, non vedo perché le forze armate debbano avere qualche interesse a essere coinvolte nella vita politica. Anzi, hanno più volte dichiarato di essere al servizio della Costituzione. Per quello che riguarda invece gli evangelici, Bolsonaro ha preso moltissimi voti alle elezioni, quindi non sono solamente loro ad averlo scelto. Le statistiche dicono che anche i cattolici hanno votato per Bolsonaro anche se, sicuramente, gli evangelici hanno contribuito alla sua elezione in una percentuale molto alta. D’altronde per vent’anni una buona parte di loro aveva appoggiato Lula, quindi qualcosa di profondo è cambiato. Quello che risulta forse più interessante è che gli evangelici danno il tono ideologico, quel poco di tono ideologico che può avere questo inizio di presidenza di Bolsonaro: l’evangelismo per come si è sviluppato in America Latina, in Brasile in particolare, può alimentare un fenomeno populista che potremmo chiamare un populismo di tipo evangelico. Il populismo cattolico, quello più moderato di Lula o quello più radicale Chavez, è un populismo comunitario che fa leva sulla comunità, quindi sullo Stato, mentre il populismo evangelico, come si vede anche negli Stati Uniti, fa leva su una morale iper tradizionalista e molto intollerante; più che sulla comunità fa leva su una teologia che mette al centro l’individuo nella sua realizzazione personale. Il populismo evangelico, in questo senso, potrebbe quindi prestarsi per un modello socioeconomico di tipo più liberista che collettivista, come invece erano i modelli precedenti. Ripeto, però, che siamo ancora nell’ambito delle ipotesi perché le carte non sono ancora state scoperte.

A proposito di populismo: vedendo le elezioni di López Obrador in Messico, di Bolsonaro in Brasile e i governi ancora vigenti di Maduro e Evo Morales, sembra che il populismo stia acquisendo una nuova linfa vitale in  Sud America. L’anno prossimo si vota in Argentina, per delle elezioni che saranno fondamentali. Quali rischi corre la Regione sudamericana?

Il populismo in America latina c’è sempre stato, c’è e ci sarà. Il problema è fino a che punto questo populismo ha un effetto disgregativo sui sistemi politici esistenti; in alcuni casi è molto disgregativo, come sicuramente in Venezuela, in altri lo è meno, in altri casi può esserlo per nulla (dobbiamo ancora vedere cosa farà Bolsonaro in Brasile o cosa succederà in Messico). In fondo il populismo ridotto all’essenza è nostalgia di unanimità, cioè una reazione che appella all’unanimità di un popolo immaginario di fronte a degli elementi che lo corrompono. Nell’immaginario del populismo qualsiasi cosa può essere un elemento che corrompe l’unanimità (la violenza, la corruzione, l’ingiustizia sociale, il capitale, il comunismo eccetera) perché l’elemento centrale del populismo non è tanto il contenuto di questo fattore disgregante, ma il meccanismo: se qualcosa sta disgregando la comunità del popolo, allora il populismo si propone di redimerlo e di accompagnarlo verso la terra promessa. Il punto però è quanto questa narrazione sia compatibile con un sistema politico democratico in cui il popolo non è uno ma sono tanti e devono convivere tra di loro in forma istituzionalizzata. Francamente allo stato attuale non possiamo dire cosa ne sarà del populismo di tipo evangelico di Bolsonaro o cosa ne sarà della vittoria di López Obrador in Messico, che ha come sua radice il populismo di tipo più cristiano-cattolico, quindi comunitario; è presto per vedere che tensione si genera tra il messaggio populista e il contesto istituzionale in cui si muove. Mi piace pensare che sia in Messico che in Brasile il tessuto istituzionale della democrazia di tipo rappresentativo e di tipo liberale, con equilibrio dei poteri, sia sufficientemente forte da indurli a giocare il gioco della democrazia; in questo caso entrambi sarebbero moderati nel loro afflato più radicale anche se all’inizio ci saranno delle montagne russe. Per l’Argentina vedremo, perché nello stato attuale il peronismo è talmente frammentato al suo interno che il suo principale esponente si direbbe quasi il Papa: riuscirà a colmare quest’area e ad arrivare al governo con tutte le difficoltà che sicuramente dovrà affrontare? E’ presto per dirlo, in Argentina un anno è una vita.

Dopo quindici anni di governo del Partido dos Trabalhadores (PT), il Brasile ha preso una direzione drasticamente diversa. Può il caso Lava Jato essere l’unica motivazione di questa svolta?

No, sicuramente no anche se una bella spinta gliel’ha data. Il Lava Jato è stato uno degli scandali più grandi, uno scandalo gigantesco, stiamo parlando di un sistema di corruzione molto ramificato che ovviamente colpisce il PT più di ogni altro. Questo perché il PT ha portato all’inizio un atteggiamento di superiorità morale perciò indigna ancora di più che si sia sentito superiore alla legge un partito che ha sempre esibito una certa superiorità morale per il fatto di venire dalle periferie, dalle comunità ecclesiastiche di base. In realtà però questi scandali sono andati molto più a fondo perché hanno trasversalmente screditato l’intera classe politica. Il voto di Bolsonaro è, infatti, non solo – ma sicuramente prima di tutto -, un voto di protesta contro il PT e contro i partiti del vecchio establishment in generale, tant’è vero che anche i partiti moderati sono stati spazzati via dalla polarizzazione. Il Lava Jato quindi conta, conta molto per screditare una grande politica e spiegare la polarizzazione del voto tra “noi”, coloro che sono stati truffati, e “loro” che rubano (descrizioni queste che non corrispondono mai totalmente alla realtà, ma che nella politica avvengono). Ci sono però altri fattori, in primis quello strutturale della recessione. Basta guardare i dati del Brasile: quando è finito il grande ciclo che ha visto tutta l’economia latinoamericana crescere in maniera esponenziale, indipendentemente dal modello economico visto che c’erano dei fattori esterni a trainarla (come gli alti prezzi delle materie prime), la crescita di alcuni Paesi è rallentata mentre altri, come il Brasile, sono entrati in una recessione profonda. Recessione dovuta alla mancanza di riforme strutturali necessarie, come ad esempio quella delle pensioni, della pubblica amministrazione, sul protezionismo, sulle sovvenzioni. In Brasile ci sono stati due anni consecutivi durissimi di recessione in cui ogni anno ha perso più del 3% del prodotto interno lordo; tracolli che sono notevoli per un’economia delle dimensioni di quella brasiliana. Lo scontento è stato enorme. La recessione si è mangiata molti dei progressi fatti negli anni precedenti e il mix tra corruzione e recessione è stato esplosivo. A quanto pare è stato un mix esplosivo soprattutto nelle zone più moderne del Paese dove infatti Bolsonaro ha vinto e dove vent’anni fa Lula dominava. Qualcosa di profondo è cambiato. L’impressione è che ci sia sotto anche la protesta contro un modello di sviluppo statocentrico, dirigista, assistenzialista; penso, quindi, che al di là di questi fattori causali, strutturali, forse il dato più profondo sia una perdita di egemonia in senso gramsciano, cioè dell’idea del partito dei lavoratori di un populismo soft mentre cova una domanda di maggiore libertà individuale anche in campo economico.

Come si riorganizzerà la sinistra brasiliana ora che Lula è in carcere e nessuno, tantomeno Haddad, sembra in grado di sostituirlo?

Non saprei dirlo. Bolsonaro ha trovato forza nel fatto di avere come principale avversario il PT, forse calcando i toni proprio per polarizzare lo scontro. Anche se non posso dirlo con certezza, c’è forse un calcolo dietro perché sapeva che se lo scontro finiva per essere tra lui e il PT l’avversione verso il PT che c’è attualmente lo avrebbe portato a fare il pieno di tutti i voti anti-PT, che sono la maggioranza del Paese. E così è stato. Allo stesso modo, però, bisogna fare attenzione perché paradossalmente la vittoria di Bolsonaro potenzia, nel quadro della polarizzazione, il PT come principale oppositore. Non dimentichiamoci, infatti, che il PT nelle ultime elezioni locali aveva preso ovunque delle enormi bastonate e il fatto che abbia preso una percentuale più che ragguardevole di voti alle ultime elezioni è un effetto di reazione a Bolsonaro: chi ha il terrore di Bolsonaro vede probabilmente nel PT un ombrello sotto cui ripararsi. Il rischio, ma questa è una mia opinione del tutto personale, è che il PT dimentichi i fallimenti siccome ha ancora fiato e una funzione importante da svolgere, cioè quella di opposizione, e che metta da parte la necessaria analisi di quello che è successo senza trarne un vero insegnamento. Il PT dopo una prima fase entusiasmante al governo si è seduto sugli allori, si è dimostrato un partito non capace di modernizzare il Paese, non è stato riformista, perché una volta arrivato al governo ha preferito sfruttare la congiuntura molto favorevole piuttosto che approfittarne per cambiare il Paese. 

 

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