Elezioni in Regno Unito: un voto su Brexit

Le elezioni in Regno Unito si sono chiuse con una vittoria schiacciante per i Conservatori, guidati dal primo ministro Boris Johnson, e una sconfitta storica per il Labour di Jeremy Corbyn. I Tories hanno conquistato 365 seggi, ben al di sopra dei 326 necessari per la maggioranza, che consentiranno loro di portare il Paese fuori dall’Unione europea. Se questo risultato mette fine a uno stallo politico che dura ormai da mesi, restano ancora delle questioni irrisolte.

Il consolidamento del bipartitismo

Il sistema elettorale britannico è maggioritario, o first past the post: ogni seggio elegge un solo parlamentare e vince il candidato con la maggioranza semplice – o plurality – dei voti. Il meccanismo tende a favorire i partiti con una forte presenza a livello nazionale – Conservatives e Labour, in questo caso – penalizzando quelli più piccoli. Ciononostante, nei primi anni Duemila, un terzo partito aveva messo in discussione il bipolarismo di fatto del Regno Unito. I Liberal Democrats, forza di centro, erano arrivati a superare i 50 seggi, formando una coalizione con i conservatori di David Cameron nel 2010.

Le elezioni appena concluse, invece, sembrano riconfermare il trend storico, già riemerso nel 2017: due partiti in testa che da soli conquistano 568 seggi su 650, e i Lib Dems che riescono a eleggere solo 11 parlamentari, confermando la crisi già in atto nel partito da alcuni anni. Parziale eccezione a questa tendenza è lo Scottish National Party, che corre soltanto in Scozia. Lo SNP conquista ben 48 seggi, riconfermandosi come prima forza politica nella nation scozzese ed erodendo la base del Labour.

Risultati delle elezioni in Regno UnitoGrafica: Lo Spiegone su dati PA

Un elettorato in trasformazione

A differenza del 2017, però, i Conservatives hanno notevolmente distanziato il Labour e potranno governare da soli senza l’appoggio del DUP (gli unionisti dell’Irlanda del Nord). Non solo: i laburisti hanno perso molte delle loro roccaforti nel centro e nel nord dell’Inghilterra – il cosiddetto red wall – e sono stati spazzati via dalla Scozia e da buona parte del Galles. In queste aree, sono i gruppi con reddito medio-basso ad aver fatto la differenza: famiglie con una solida tradizione laburista deluse dal proprio partito di riferimento, che si sono rivolte al Brexit Party (che però non ha ottenuto neanche un seggio) o ai conservatori.

Differenza di voti tra 2017 e 2019 per partitoGrafica: Lo Spiegone su dati PA

Nelle città, i laburisti sono riusciti a tenere posizione e, in rari casi, a conquistare nuovi seggi. Questa piccola vittoria, in realtà, acuisce le preoccupazioni in seno al partito, che sembra perdere contatto con la sua base elettorale storica – operai, famiglie con reddito più basso – attraendo piuttosto il sostegno dei più giovani e di elettori con un livello di istruzione elevato. Ciò è tanto più insolito in quanto il programma laburista puntava proprio al suo elettorato tradizionale: lotta alla povertà e alle disuguaglianze, riforme sociali, un esteso programma di nazionalizzazioni e investimenti pubblici per migliorare la qualità della vita. Questa elezione, però, non ha di certo visto la politica interna come protagonista. La parola chiave è stata una sola: Brexit.

Le ragioni di una vittoria (e di una sconfitta)

Proprio l’annosa questione Brexit è stata tra le cause della vittoria conservatrice e del crollo di Lib Dems e Labour. I conservatori hanno giocato una campagna di sicurezza, puntando su uno slogan chiaro: “Get Brexit Done (“Portiamo la Brexit a compimento”). La ragione principale è che queste elezioni anticipate nascevano proprio dallo stallo su Brexit: Boris Johnson aveva negoziato un nuovo accordo con l’Unione europea, ma non aveva i numeri nella Camera dei Comuni. Questa vittoria gli conferisce un mandato per portare avanti la sua idea di Regno Unito: una potenza economica e politica con interessi globali, alleata sì con l’UE, ma indipendente dai dettami di Bruxelles.

L’altra ragione era distogliere l’attenzione dagli ultimi dieci anni di governo conservatore, che hanno creato enormi problemi sociali e aggravato le disuguaglianze. Il Labour, con la sua enfasi sulla politica interna, ha cercato di colpire proprio questo punto debole. Jeremy Corbyn ha accusato Boris Johnson di voler privatizzare l’NHS, il sistema sanitario nazionale e cardine del welfare state britannico, svendendolo alle grandi corporation statunitensi.

Questa strategia, però, non ha pagato. Il messaggio chiaro e diretto dei conservatori ha fatto breccia sia tra i sostenitori di Brexit, sia tra i pro-UE che si sono stancati dello stallo politico e vogliono guardare al futuro del Paese. Il Labour, d’altra parte, ha avuto difficoltà a definire una posizione coerente su Brexit, annunciando infine il sostegno a un secondo referendum e promettendo di negoziare un accordo “migliore” per il Regno Unito. Una promessa che non è stata però comunicata in modo efficace e che non sembra aver convinto gli elettori.

Una campagna “personale”

Secondo alcuni analisti, “Corbyn” è la seconda parola chiave di questo risultato elettorale. Più che una scelta di partiti, quest’elezione è apparsa a tratti come un voto sui leader: il primo ministro Boris Johnson, il leader laburista Jeremy Corbyn e la leader dei Liberal Democrats Jo Swinson. A uscirne penalizzato è sicuramente Jeremy Corbyn, che non gode di grandi simpatie tra l’elettorato e nel suo stesso partito. Johnson e i conservatori hanno accusato Corbyn di voler portare il Paese alla rovina con le sue idee socialiste e il suo programma radicale; Corbyn ha anche dovuto affrontare una significativa opposizione interna alla sua leadership, soprattutto da ambienti più moderati.

Anche il Labour ha accentrato parte della sua campagna sulla figura di Boris Johnson, accusandolo di mentire agli elettori e di non fare l’interesse del Paese. Il primo ministro ha tenuto un profilo relativamente basso, cercando di evitare le interviste più rischiose ed evitando di rispondere alle domande spinose, come quelle su alcune questioni controverse risalenti al suo mandato come sindaco di Londra. Una strategia sensata per un personaggio eccentrico come Boris Johnson, che diverse volte in passato, come giornalista e politico, ha suscitato scandalo con le sue dichiarazioni omofobe, sessiste e xenofobe.

Jo Swinson, eletta leader dei Lib Dems a luglio, ha iniziato la campagna presentandosi come futuro primo ministro. I sondaggi hanno rapidamente ridimensionato queste ambizioni e le speranze dei Lib Dems di essere una forza decisiva nel nuovo Parlamento. La disfatta totale per Swinson è arrivata la notte del 12 dicembre, quando ha perso il suo seggio in Parlamento a favore dello SNP. Poco dopo, sono arrivate le sue dimissioni.

Il futuro: la vita dopo Brexit

Se tutto va secondo i piani dei Conservatori, il 31 gennaio 2020 il Regno Unito abbandonerà ufficialmente l’Unione europea con l’accordo negoziato da Boris Johnson. Dopodiché, le due parti avranno quasi due anni per negoziare un accordo di libero scambio. I tempi sono stretti; qualora il Regno Unito non richiedesse un’estensione del periodo di transizione (come già annunciato da Johnson), le barriere doganali con l’UE saranno ripristinate. Se, dunque, il futuro del Regno Unito nel breve periodo sembra essere definito, è impossibile stabilire cosa accadrà dopo il 2021.

Per il Labour è il momento di ripensare le proprie strategie e forse la propria identità politica. Jeremy Corbyn ha annunciato che si dimetterà a inizio 2020, dando quindi inizio a una corsa per la successione. Il leader ha senz’altro grandi responsabilità per la sconfitta e il suo programma non ha convinto. Il partito dovrà affrontare la divisione tra i sostenitori della linea “socialista” di Corbyn e i più centristi, scontenti della recente svolta a sinistra. Al Labour servirà del tempo per raccogliere i pezzi e ritornare a essere una forza di opposizione credibile.

Con i laburisti in profonda crisi e i Lib Dems che faticano a ritrovare una posizione politica, lo SNP rimane l’opposizione più forte ai Conservatori. Il voto ha creato una divisione netta tra la Scozia, nettamente pro-UE e dominata dai nazionalisti, e il resto del Regno Unito (con l’Irlanda del Nord che costituisce un caso a parte). I nazionalisti scozzesi chiedono da tempo un secondo referendum sull’indipendenza, che Johnson ha già escluso; tale rifiuto non farà che inasprire il contrasto politico e le divisioni interne al Paese, con conseguenze rischiose nel lungo periodo.

Un sistema politico tra cambiamenti e continuità

Per i conservatori si preannuncia un periodo di calma, almeno in apparenza: una maggioranza solida, il successo su Brexit, un’opposizione fortemente indebolita. La scommessa di elezioni anticipate, insomma, ha pagato. Il governo dovrà però essere in grado di affrontare il futuro dopo la Brexit e di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, sperando che il ciclo economico sia favorevole. L’equilibrio su cui si regge questo consenso è in realtà molto delicato.

Da un lato, infatti, il sistema elettorale ha svolto il suo ruolo storico: sbloccare una situazione di stallo – il cosiddetto hung parliament – garantendo un vincitore definitivo con una maggioranza solida. Allo stesso tempo, la polarizzazione e la personalizzazione della campagna sono segnali di una profonda trasformazione nel sistema partitico britannico. L’attenzione va meno ai programmi e ai candidati locali e sempre più ai leader; questo rende i partiti stessi sempre più vulnerabili e dipendenti dalla personalità o dall’appeal di chi li guida. Anche quando la strategia porta alla vittoria, come nel caso di Boris Johnson, ciò succede a spese del partito, che si è privato delle sue voci più moderate e in disaccordo con la linea politica del leader.

Fonti e approfondimenti

Fullfact, General election 2019.

Sparrow, Andrew; Marsh, Sarah. BBC debate: Johnson and Corbyn clash over Brexit, NHS and racist language – as it happenedThe Guardian, 07/12/2019.

ITV Report, Electoral Commission urges ‘transparency and integrity’ after Tories rapped for rebranding Twitter accountITV News, 19/11/2019.

Dickie, Mure. SNP to detail case for second Scottish independence referendum. Financial Times, 13/12/2019.

BBC, 2019 UK election results.

Pickard, Jim. Labour factions prepare for battle over party’s future. Financial Times, 13/12/2019.

Borrett, Amy; Fray, Keith; Smith, Alan; Campbell, Chris. UK general election results at a glance. Financial Times, 13/12/2019.

Steinbeis, Maximilian. The choice of our time. Verfassungsblog, 13/12/2019.

 

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