Dalla crisi ucraina del 2014 agli Accordi di Minsk

The Russian Presidential Press and Information Office - Wikimedia Commons - CC BY 4.0

Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio il presidente della Russia Vladimir Putin ha ordinato l’invasione della vicina Ucraina dicendo di voler “smilitarizzare il Paese” e “proteggere la regione del Donbass”. La dichiarazione è arrivata dopo che Putin aveva riconosciuto ufficialmente le due Repubbliche separatiste filorusse della regione, Donetsk e Luhansk, a lungo contese e teatro di scontri continui dal 2014. 

Anche se oggi assistiamo a degli sviluppi che erano difficilmente prevedibili, gli scontri tra Russia, Ucraina e separatisti filorussi non sono mai cessati nei territori del Donbass, nonostante nel febbraio 2015 nella città di Minsk fosse stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco . Gli Accordi di Minsk II – o Protocollo di Minsk II – non sono mai stati realmente rispettati e oggi se ne parla per cercare di trovare un collegamento tra il loro fallimento e l’escalation cui stiamo assistendo.

Prima degli Accordi: la crisi del 2014 e l’annessione della Crimea

Per cercare di capire come si è arrivati alla firma del Protocollo di Minsk II, perché si parla di un secondo protocollo e riuscire così a collegarlo con la situazione odierna, è importante tratteggiare brevemente il quadro storico del conflitto russo-ucraino. Dopo il 1991, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, le relazioni tra Mosca e Kyiv hanno visto alti e bassi. La tensione raggiunse l’apice nel 2013, quando il popolo ucraino diede vita a un’ondata di proteste contro l’allora presidente Yanukovich, molto vicino a Putin. “EuroMaidan” divenne presto un movimento nazionale, caratterizzato da elementi filo-occidentali e antirussi (ma anche di estrema destra). I cittadini contestavano la scelta di Yanukovich di non firmare l’accordo di associazione e libero scambio (AA) con l’Unione europea e lo accusavano di essere nient’altro che un burattino nelle mani del Cremlino. Le manifestazioni lo costrinsero alla fuga.

Dopo neanche un mese dallo scoppio delle proteste, la situazione si fece ancora più complessa: nel marzo 2014, infatti, in Crimea venne organizzato un referendum (ritenuto illegale dalla Corte costituzionale ucraina) che esprimeva la volontà degli abitanti della penisola, a maggioranza russofona, di tornare sotto il controllo di Mosca. Con una mossa prevedibile, Putin accolse il risultato della consultazione come un segnale e dichiarò la secessione della Repubblica di Crimea dall’Ucraina e l’annessione alla Russia. Contemporaneamente, si accese il conflitto nel Donbass, regione filorussa nell’Est: ebbe inizio la guerra civile e le due province di Donetsk e Luhansk si autoproclamarono indipendenti con il benestare di Mosca e la rabbia di Kyiv, che non accettò mai nessuno degli stravolgimenti di quei mesi.

Cosa prevedevano gli Accordi di Minsk I e II

Per cercare di mettere fine alle ostilità furono avviati dei negoziati tra le parti a Minsk, sotto l’egida dell’OSCE. Una prima tranche si svolse a settembre 2014, la seconda (Accordi di Minsk II) a febbraio 2015. Il primo accordo fu raggiunto il 5 settembre 2014 dal cosiddetto “Gruppo di Contatto Trilaterale sull’Ucraina”, composto da rappresentanti della Russia, dell’Ucraina e delle Repubbliche separatiste di Donetsk (DNR) e Luhansk (LNR). Sotto la supervisione di un portavoce dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), l’accordo prevedeva il cessate il fuoco immediato, lo scambio di prigionieri e l’impegno di Kyiv di garantire maggiore potere alle repubbliche separatiste. 

Nonostante gli sforzi diplomatici, gli scontri non si fermarono. La guerra civile continuava e anche l’implementazione di un memorandum due settimane dopo la firma del Protocollo servì a poco. Questo nuovo impegno prevedeva, tra le altre cose, l’istituzione di una missione di osservazione OSCE nella regione del Donbass e il divieto di operazioni offensive, ma non servì comunque a fermare la guerra. 

Per questo motivo, a febbraio i negoziatori tornarono al tavolo delle trattative, ancora una volta a Minsk, per discutere un pacchetto di misure più efficace e mirato. Il 15 febbraio 2015 fu firmato così il Protocollo di Minsk II da parte dei capi di Stato di Russia, Ucraina, Francia e Germania. L’iniziativa del cosiddetto “Quartetto Normandia” prevedeva un immediato cessate il fuoco, la rimozione di armi pesanti dal fronte e l’effettiva creazione di una missione di monitoraggio OSCE, il ritiro delle forze straniere e la ripresa del dialogo sulle elezioni a Donetsk e Luhansk e una possibile riforma costituzionale per garantire maggiore autonomia all’area del Donbass.

Anche se i combattimenti si interruppero e l’OSCE cominciò il suo lavoro, la Russia non ha mai effettivamente riconosciuto il proprio ruolo nel conflitto. Inoltre Kyiv ha sempre rifiutato il dialogo con i ribelli filorussi, dicendo che accetterà lo svolgimento delle elezioni previste dal Protocollo solo una volta che le zone occupate saranno liberate e smilitarizzate. Lo status del Donbass non è quindi mai stato definito. Per Kyiv dovrebbe avere la stessa autonomia delle altre regioni ucraine; per Mosca, uno statuto speciale con proprie forze di polizia e sistema giudiziario. Non c’è dubbio che il fallimento degli Accordi di Minsk sia una delle cause della guerra. Mentre imperversano le ostilità, a trovarsi sospeso non è solo il futuro del Donbass ma quello di tutta l’Ucraina.

 

Fonti e approfondimenti

Colanicchia, Ingrid, “Perché la Russia ha iniziato il conflitto in Ucraina”, MicroMega, 24/02/2022.

Delli Santi, Maurizio, “La crisi ucraina e gli Accordi di Minsk”, Affari Internazionali, 09/02/2022. 

Ishchenko, Volodymyr, Marcetic, Branko, “Ripartire dagli Accordi di Minsk”, Jacobin Italia, 12/02/2022. 

Sciuto, Cinzia, “Quegli strani neonazisti europeisti e atlantisti in Ucraina”, MicroMega, 26/02/2022.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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